Nuovo
urbanesimo
Ci
sono delle urgenze, anche intellettuali, talmente impellenti, che chiedono,
anzi pretendono attenzione e tutto il proprio interesse; fatti, situazioni o
semplicemente dei dibattiti che nell’atto in cui reclamano la loro urgenza
appaiono a distanza di tempo meno rilevanti di quanto lo si credeva nel momento
in cui costringono proprio all’agone dialettico, o addirittura ad estenuanti
contraddittori pubblici, privati, istituzionali e via dicendo – è sono i casi
peggiori! – e tuttavia, hanno quel potere magico e fabulatorio che ricorda
tanto lo spettro marxista del capitalismo borghese che si aggira per le
contrade europee. Qualcosa di cui avverti la presenza, ma contro cui hai ben
poco da opporre, se non, come si fa in area mediterranea, confortarsi dietro ad
un ineluttabile fatalismo dell’esistenza. Ebbene, l’attualità o la storia del
presente - Croce la definiva con il termine che a lui sembra chiarissimo di
«contemporaneità» - ha questo tipo di caratteristiche, si presenta come
un’urgenza a cui bisogna dare conto, ma di cui ben presto mostra anche una
certa natura effimera, non proprio come i piaceri edonistici e tuttavia, una
natura fugace e consistente abbastanza per impressionare con un terrorizzante «bu!».
Ma una volta razionalizzato questa specie di “spavento”, beh rimane la
delusione farsesca ed il sentimento di chi avverte di essere stato buggerato da
se stesso ed in fondo, dalle proprie nevrosi, ansie e forse anche opinioni.
Ebbene,
l’attualità o il susseguirsi degli eventi a volte dà questa sensazione, il che
spiegherebbe l’argomento di chi qualche anno fa evidenziava la natura
masochistica dei dibattiti politici nazionali, nel senso che tutto
l’argomentare che avvinceva gli organi di comunicazione aveva il chiaro sentore
del feticismo puro e tramite esso la stessa direzione della politica nazionale
appariva appunto, masochistica: argomento che a volte sembra letterariamente
una forzatura, ma ha entro certi limiti una sua ragionevolezza, ovviamente
seguire questa linea significa ammettere anche una volontà ed una dipendenza
morbosa da questo genere di dinamiche, che a volte acchiappano quasi
automaticamente (cfr. il gran parlare sul recupero sado-masochistico attuato
con una operazione letteraria come 50
sfumature di grigio), anche se non sempre in questi casi si ha a che fare
con l’inconscio.
Acconsentire
a questo tipo di lettura dell’odierno sistema della comunicazione non è più
bizzarro di altre forme di esegesi, in ogni caso rivela, forse con un migliore
e convincente argomento, questa strana esperienza che è e costituisce
l’esistenza in generale, più nello specifico l’attualità conscia del presente.
E quindi, ci si accorge che nonostante si provi a sottrarsi da questo tipo di
dinamiche si avverte in ogni caso, una perversa attrazione, senza nodi e freni
che tentino di temperarci, come novelli Odisseo dinanzi al potere ed al fascino
della propria personale maga Circe che seduce, narcotizza e si concede; ma poi,
la coscienza si sveglia ed il sogno della esistenza lascia di sé cumuli, anche
di spazzatura, che ingombrano e tuttavia, meno male che ci siano: ciò che non
piace basta spazzare con una ramazza e via di nuovo ad accumulare in modo compulsivo sensazioni, coinvolgimenti; ecco, l’attualità è così, questo vento turbinoso
che sferza sulla nostra esistenza biologica e che canalizziamo in vari modi,
anche sotto forma di cultura.
#1. “A
muro”…Andrea Camilleri. Un nuovo murale a Porto Empedocle
Anzitutto
i fatti. Alcuni giorni fa, precisamente il 17 luglio 2020, viene presentato
dall’associazione Archeoclub di Agrigento (composta da cittadini agrigentini ed
empedoclini) un’opera muraria (murale) commemorativa della figura dello
scrittore di origini empedoclina Andrea Camilleri, autore di una fortunata
serie di romanzi che hanno per protagonista l’ormai noto commissario siciliano,
Salvatore Montalbano, noto appunto, grazie alla serie televisiva di grande
successo realizzata dalla RAI.
La
figura di Camilleri, soprattutto quella che ha avuto modo di conoscere negli
ultimi lustri, è un recupero di una certa prosopopea dell’intellettuale e del
letterato, cioè quella di un intellettuale tutto tondo, con il suo ruolo
prestigioso ben definito, con i suoi spazi di intervento e di azione, con il
suo impegno sociale più o meno esibito e sinceramente portato avanti. Insomma,
la figura di Camilleri cresce intellettualmente al pari del successo e dell’interesse
che raccoglie la sua opera e così facendo colma una lacuna avvertita come tale
nel panorama della nostra letteratura, quella appunto dell’intellettuale che si
fa voce dei sentimenti di una parte della nazione, che valuta situazioni e
contesti internazionali e che non si lascia sfuggire di esprimere la propria
opinione sulle dinamiche politiche. Beninteso, Camilleri non è stato l’unico
poteva esibire diverse sfaccettature dell’essere intellettuale, negli stessi
anni in cui brilla la sua stella altri potevano avocare a se stessi requisiti,
ruoli e funzioni, in virtù di quella malsana abitudine italica di dover
caricare l’intellettuale per forza di una qualche responsabilità civile o
civica: l’impegno civile giustifica l’esistenza degli intellettuali, li rende
utili alla società, visto che notoriamente sono una classe di sfaccendati,
almeno nel pensiero sociale dominante.
Qualunque
sia l’opinione che si abbia su Camilleri e la sua opera, mi astengo di
contestarla o di appoggiarla, ognuno è libero di valutare entrambe i soggetti
come meglio crede, a me è indifferente, come lo è stata la stessa opera dello
scrittore – ho sinceramente provato ad accostarmi alla sua prosa,
ma non ci sono riuscito, è una delle mie letture fallite -, tuttavia un’opinione
sull’iniziativa prima menzionata mi sento di doverla affermare, perché, come
giustamente è stato fatto dall’associazione in questione, la commemorazione
dello scrittore è un appuntamento politico, culturale e mediatico a cui non si
poteva mancare; ed in effetti, molti personaggi si sono affollati, in una
corale fotografia di gruppo, per testimoniare la propria presenza o magari, nel
caso delle figure istituzionali, di affermare una paternità o un mecenatismo
dell’iniziativa. Ma questo è un giudizio che lascia il tempo che trova, il dato
di fatto è appunto la messa in cantiere del murale e la sua realizzazione. E da
qui il presente argomento muove.
Un
anno fa, all’epoca della morte dello scrittore, l’attuale amministrazione
guidata da un sindaco espressione del Movimento 5S era incappata in uno
scivolone quasi demenziale, in merito ad un refuso (errore) di stampa presente
nel manifesto funebre. Un fatto imbarazzante certo, che però a suo modo finì
per creare una specie di volano pubblicitario e soprattutto consegnò nuovamente
a Porto Empedocle e a questa giunta la palma, per così dire, di un reale ed
effettivo interesse e forse anche di amore nei confronti di questo suo illustre
cittadino. Pertanto, la commemorazione non poteva essere un evento da lasciar
passare sotto silenzio e tuttavia bisognava trovare un’iniziativa che
confermasse quanto si è venuto a delineare un anno fa e che desse lustro ad una
certa idea di solidarietà comunale che l’attuale giunta vuole diffondere,
un’idea che dia centralità da un lato all’attivismo civico, e dall’altro lato
indicasse nell’attivismo culturale la (solita) panacea dei cronici problemi e
difficoltà del paese marinaro.
Soluzione.
La via intrapresa porta dritta al murale presentato alcuni giorni fa, ben visibile
da tutti coloro che transitano per la via centrale, quella che conduce al
Palazzo Comunale e che si presenta come un’opera che certamente non lascia
indifferenti, anzitutto per le dimensioni (copre quasi l’intera parete del
palazzo) e poi per la resa del soggetto (un Camilleri ritratto affacciato da
una finestra: immagine che mi pare di aver già visto nel web, in ogni caso non
inedita). Insomma, anche se scomparso, la presenza di Camilleri non solo
aleggia come uno spettro sul salotto buono di Porto Empedocle, ma occupa
visivamente, cioè materialmente un posto in prima fila, nella vita civica della
cittadina marinara, come se quest’immagine ammonitoria vigilasse su tutti noi
empedoclini, sulle nostre miserie e sulle nostre gloriose o infauste ore.
Il
murale viene presentato come opera di riqualificazione urbana di uno scorcio di
via Roma, tant’è che è pensato in relazione alla decorazione di una piccola
scalinata, ridipinta e decorata con i titoli delle opere dello scrittore (i
titoli per lo più, così mi è parso, relativi alle indagini del commissario
Montalbano), probabilmente con l’intento di accompagnare idealmente il passante
o il turista di turno lungo l’opera dello scrittore.
La
presentazione del murale è diventato un evento mediatico, di cui si sono
interessati televisione, giornali e pagine web. Per l’occasione ci sono state
le rituali interviste a coloro che si sono spesi nell’iniziativa, di cui plaudo
il tentativo (secondo me giusto) di proporre un’idea di associazionismo
differente da quello regolato da titoli professionali, quello che de facto non ha prodotto nulla a Porto
Empedocle che altrove in provincia, ma vi è anche l’intervento delle figure
istituzionali con il loro consueto contributo basato su evidenze e su ovvietà: del
resto con buona pace di Gramsci e del suo “intellettuale organico” i professionisti
della politica possono essere tutto, fuorché intellettuali; non è il loro
mestiere, ma purtroppo alcuni pensano che lo sia (sic).
Tutto
bene e tutto perfetto allora? Forse, anche se credo sinceramente che quest’iniziativa
risponda con una certa efficacia ad un’urgenza sottesa proprio in un evento che
vuole essere commemorativo, , cioè quella di riuscire a trovare modi e
strumenti che riescano a difendere la memoria dell’intellettuale di turno dalle
offese del tempo e dell’oblio degli uomini cui irrimediabilmente la sua opera (come
ogni altra opera umana) è fatalmente destinata: non tutti abbiamo il glorioso
destino dei grandi autori e non tutti possiamo godere del dono del ricordo
imperituro nelle generazioni postume, nonostante le svariate firme che possiamo
apporre nel nostro personale patto con il diavolo.
La valutazione e la conseguente opinione sull’iniziativa si basa su due argomenti, in fondo collegati l’uno all’altro:
i. anzitutto, il teorema diffuso dalla comunicazione giornalistica, forse dietro la stessa volontà della associazione cittadina e con il bene placito dell’amministrazione comunale di legare il declino cittadino di Porto Empedocle con la dismissione della sua struttura industriale. Personalmente è un teorema che fa gioco all’idea di imporre un “nuovo corso” fondato sull’attivismo culturale, ma che è un teorema preconfezionato e non so quanto possa aiutare nell’individuare una realistica soluzione alle croniche difficoltà del paese. E poi, sono più di dieci anni (ma ho il sospetto che siano molti di più!) che è invalsa questa retorica che identifica nella cultura e nel turismo la soluzione dei strutturali problemi di Porto Empedocle: non si è visto nulla, anche perché i progetti a riguardo non mi pare che siano stati vincenti. Comunque, quest’idea, secondo me falsa, che il degrado dell’attuale Porto Empedocle sia interamente collegata al ridimensionamento del suo insediamento industriale, è del tutto equivalente all’idea invalsa nella stessa storiografia empedoclina per cui il progresso civile ed economico del paese sia interamente ascrivibile all’industria (Marullo): la famosa Porto Empedocle degli anni Settanta e primi anni Ottanta riuscì a capitalizzare quei pochi benefici derivanti dall’industrializzazione, ma erano allora come oggi benefici effimeri ed inconsistenti. Tuttavia, persiste nella mente sia della dirigenza politica, sia nella stessa popolazione di Porto Empedocle l’idea quel modello di sviluppo sia da replicare ed in effetti, la vicenda del rigassificatore di qualche anno fa rivela chiaramente quanto sia ben presente quest’idea di economia industriale, ma è giusto ricordare che quel modello industriale è basato su uno sviluppo predatorio del territorio, uno sviluppo che faceva sorgere industrie qua e là sol perché si realizzavano contingenti situazioni favorevoli e non figlie di una programmazione ad hoc per il territorio. Pertanto, per chi vuole proporre un modello di sviluppo alternativo di Porto Empedocle non può esibire un paradigma che non tenga conto del fatto che l’industria a Porto Empedocle non è stato nel suo complesso un gran bell’affare e non lo era neanche quando le industrie erano presenti e a regime. Capisco l’esigenza dell’attuale amministrazione di segnare una linea di demarcazione dal passato e dalle scelte politiche precedenti, ma prima di elaborare un paradigma alternativo sarebbe opportuno spiegare alla cittadinanza perché il vecchio modello dell’industrializzazione selvaggia, quello che nella stessa vulgata pubblica ha prodotto ricchezza e benessere debba essere sostituito dagli spicci del piccolo turismo di cabotaggio.
ii. Collegata al primo punto, c’è questo secondo punto. La politica culturale che l’attuale giunta promuove, ammesso che l’’iniziativa del murale sia parte di una strategia politica – personalmente ne dubito -, rivela in ogni caso l’ipocrisia empedoclina proprio nei confronti di questo suo concittadino, perché se lo scopo è quello di mero marketing, beh la pubblicità raccolta tramite gli organi di stampa nazionale soddisfa o può far dire che gli obiettivi di vendita del prodotto «Camilleri-Porto Empedocle» siano stati raggiunti, ma se lo scopo è quello di legare un eventuale sviluppo culturale della cittadina al volano descritto dall’opera e dal ricordo dello scrittore empedoclino ho seri dubbi al riguardo: lo si verificherà appena qualche mano ignota vandalizzerà l’opera e come la stessa collettività, oggi in festa, reagirà all’accaduto. Capisco che si voglia far dimenticare le scelte di industrializzazione che fino a qualche tempo fa da più parti giungevano e forse si vuole anche fare ammenda dello smacco che a livello provinciale è stato dato alla stessa cittadina marinara in merito alla menzionata vicenda del rigassificatore, ma mi pare evidente che la matrice dell’iniziativa è il consueto atteggiamento di sudditanza nei confronti del vicino capoluogo di provincia, che rispetto a Porto Empedocle ha non solo qualche requisito in più, ma anche i numeri per poter vantare una politica incentrata sulla creazione e sviluppo di un’industria turistica colta (es. Valle dei templi), ma anche di svago (es. litorali ed alberghi con sale spa e via dicendo). Quel che emerge con una certa evidenza e che l’attuale sindaco 5S e la sua giunta, nelle veci del suo attuale assessore alla cultura, avvallano (a mio giudizio indecorosamente) è un cambio radicale ed in fondo, quasi paradigmatico di una effettiva posizione strategica di Porto Empedocle rispetto al consesso provinciale; voglio dire, l’unico vantaggio che Porto Empedocle ha tratto dalla sua industrializzazione selvaggia – quella che è stata demonizzata nella forma di degrado –è stato proprio quello di provare a formulare un modello economico che l’affrancasse dal suo storico (ed ingombrante) legame descritto in epoca borbonica di Molo o di Caricatore di Agrigento (Gibilaro); una condizione che nell’immaginario empedoclino, a quanto pare, è ampiamente introiettata, tanto che si sono susseguite le epoche storiche ed i cambi di regime, ma questo legame ideale (o forse materiale?) non è stato possibile reciderlo, basti pensare, a.e. che l’unica antica porta ancora visibile del medievale muro di cinta della città di Agrigento guarda ancora al suo Caricatore empedoclino. Ebbene, dietro il perbenismo culturale dell’attuale giunta si delinea un recupero, a volte palesemente smaccato, di istituire un nuovo legame di dipendenza con la città di Agrigento, di cui, se ci saranno vantaggi, saranno appannaggio solo di alcuni e probabilmente camuffati sotto l’ipocrisia di una cultura benpensante e autoreferente, quella stessa che opera odiernamente proprio nella città di Agrigento.
In
conclusione, per quanto mi riguarda l’iniziativa di per sé mi è del tutto
indifferente, tranne ovviamente per qualche affetto personale che mi lega verso
alcune delle persone coinvolte, perché non mi pare né adeguata ad un progetto
culturale di più ampio respiro che non si limitasse solo alle sterili
commemorazioni (ma dalla sinistra odierna cosa si vuole pretendere, se non
nostalgie e commemorazioni!), né funzionale allo scopo prefisso, cioè quello di
difendere dalla dimenticanza sia la memoria dello scrittore, sia della sua
opera, ammesso che tale opera abbia titolo di essere ricordata. Sarò sprezzante,
ma permettemi di dire che in me manca proprio quell’amore che ha motivato suddetta
iniziativa e quindi, non credo di stupire alcuno per queste mie righe, del
resto ciò che mi interessava non è formulare un giudizio sull’iniziativa in sé,
ciò bastano alcune osservazioni che mi è capitato di sentire tra i miei stessi concittadini,
quanto accendere il riflettore su alcuni aspetti che descrivono il paesaggio
complessivo della situazione attuale in cui viene a collocarsi detta
iniziativa.
Post Scriptum. Il filosofo tedesco Kant aveva elaborato un sistema della conoscenza che si fondasse su due forme a priori che indicò come “spazio” e “tempo”, suggerendo al contempo che il modo di produzione delle conoscenze valide traesse spunto dal piano fenomenico o empirico tramite una mediazione del tutto speciale data dalle due forme cui si è detto. Altresì, è bene ricordare che per Kant le forme a priori si caratterizzano per una qualità assoluta ed universale, vale a dire qualità che appartengono congenitamente all’uomo: ergo sono uguale in tutti gli uomini. La conseguenza più evidente è che spazio e tempo sono due categorie correlate, anzi due diverse funzioni della sensibilità, in ogni caso definite sull’intuizione primitiva dell’estensione: sono entrambe due intervalli in cui le estremità o polarità di questo segmento, diciamo così, descrivono la lunghezza, ma anche l’ampiezza di una superficie; nella misura empirica di queste realtà si ricorre a due unità di base correlate tra loro in quanto stanno in una reciproca relazione di proporzione – la misura del tachimetro di un’automobile con il quale si rappresenta la velocità del veicolo è, come noto, km all’ora, che è la misura multipla di quella teorica di metro al secondo; le estensioni sono chiaramente diverse, ma il tipo di rapporto che vi intercorre è il medesimo.
Nell’idea kantiana il tempo, così come lo spazio sono realtà incondizionate, poiché sono proprio ciò che permette la conoscenza effettiva di ciò che ci circonda, ma noi sappiamo che quest’idea è, quantomeno, fuorviante, non solo perché la teoria della relatività generale ha rivelato che la stessa misura del tempo e dello spazio è essa stessa metodicamente condizionata, cioè determinata da un lato dalla sensibilità degli strumenti di misurazione e dall’altro lato dalla presenza non sistemica degli errori di misurazione, ma anche perché l’approccio kantiano è molto simile alla realtà chiusa dei sistemi isolati: e la filosofia kantiana è de facto un sistema concettuale che pretende di delineare i fondamenti assoluti del pensiero su una struttura separata dal paesaggio dei fenomeni (trascendentalismo), anche se poi in effetti, le stesse funzioni dell’Io sembrano muoversi sul piano dell’esperienza sensibile traendo da questa quelle occorrenze concettuali e linguistico-dialettiche che ricorrono nel discorso filosofico.
Tuttavia, i limiti che sul piano filosofico sembrano delinearsi nel pensiero kantiano nel suo ipotetico confronto con la relatività della scienza fisica diventano qualcosa di più interessante se si prova a ribaltare la cornice concettuale in cui ci si trova e dunque, a cambiare anche il registro teorico. Se si riconverte lo antropocentrismo, o per meglio dire l’egologia kantiana entro una riflessione di tipo antropologico, in questo ovviamente aiutati dalle strutture narrative della semiotica, la convinzione kantiana che il tempo sia una realtà incondizionata può risultare accettabile nella misura in cui il tempo in questione viene convertito in “progetto” (cfr. Martin Heidegger) e che la stessa storia umana delle città e dei fenomeni di inurbamento siano da considerare a diverso titolo e con le loro specificità tutte formule attraverso le quali l’uomo pone la propria personale scommessa nella sua partita diabolica con la morte, magari con le stesse suggestioni della notissima scena de Il settimo sigillo di Ingmar Bergman. Ovviamente, in gioco non è l’eternità fisica e materiale dell’uomo, né tanto meno la salvezza spirituale della sua anima, quanto in realtà la possibilità di “fare lo sgambetto” a quello stesso evento ineluttabile, che per quanto ci possa dispiacere (a me tantissimo) si realizzerà, c’è poco da fare – l’ibernazione è solo un procrastinare ciò che avverrà comunque, a meno che si decida di diventare una società di vampiri disposti a parassitare i malcapitati organismi ospiti, ma ciò per adesso è solo fantascienza (o forse no?). Lo sgambetto a cui mi riferisco riguarda la possibilità di dare significato (uno qualsiasi) a questa morte che in ogni caso giungerà, un significato ovviamente che mette, per così dire, in scacco la stessa morte, tentando di beffarla non nel suo compito di inesorabile mietitrice, quanto in quella di sepolcrale manto di tutte le possibilità che rimangono in gioco (tante o poche che siano) e che sono riferite alle nostre personali scelte, alle azioni che veniamo a compiere, al progetto di vita futuro o eventualmente al tipo di modello di esistenza che si riesce non solo ad ipotizzare, ma in qualche modo anche a realizzare, fosse anche una piccolissima ed insignificante frazione.
(riflessione scaturita dalla lettura di alcune righe di Umberto Eco, Sugli specchi, 1985)

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