La scelta della Campari di assegnare a Stefano Sollima questo compito mi sembra molto centrata, e la realizzazione secondo gli stilemi attuali dell'action-movie, incentrati sulla dinamicità del racconto e su una crudezza narrativa, creano uno stato di tensione e di suspance, che tengono avvinto lo spettatore sia allo svolgimento della vicenda narrativa, sia al messaggio pubblicitario, che in diverse forme mimetiche è costantemente presente nell'esposizione visiva.
La storia è interamente incentrata su una vicenda da spy-story, incentrata cioè alla rivelazione di un'identità ignota. In questo caso, l'identità da svelare è quella di un misterioso bartender noto con l'eponimo di Red Hand: il nome deriva da un'ingegnosa campagna publicitaria che mostra le mani di un barman inguantate da lattice rosso e di cui non si conosce il volto del preparatore di cocktail. Eo allora, che viene a profilarsi il mistero sull'identità del barman, presunto fulcro narrativo di una storia che coinvolge principalmente l'unica autentica protagonista dello short-movie della Campari, una fotoreporter di nome Mia Parc impersonata dall'attrice americana Zoe Saldana. Dico "presunto fulcro narrativo", perché l'identità ignota del barman misterioso è il pretesto su cui insiste un tema più decisivo, tanto che una volta scoperto da parte della protagonista la finzione che soggiace allo evento di Red Hand (diversi professionisti si susseguono nel ruolo, coperti dalla finzione di questo Red Hand), il filmato non perde in suspance e di appeal, anzi la nuova situazione narrativa basata su una passione amorosa modifica il tema iniziale del filmato in una ricerca d'amore. Nel cambio di prospettiva il ruolo del magico aperitivo della Campari ne viene rafforzato, divenendo sempre in ogni occasione il coprotagonista della vita di ognuno dei personaggi coinvolti nella storia: ciò vuol dire che di riflesso, il succoso liquido rosso della Campari è coprotagonista assoluto dei momenti più importanti della vita dello spettatore e quindi del consumatore.
Anche in questo caso il linguaggio del cinema fa presa sui sentimenti e sulle emozioni forti della vita spirituale dell'uomo - nell'episodio precedente la vicenda si sviluppava in un noir con tanto di omicidio -, il che è in sintonia con l'esigenza di collegare il prodotto dello short-movie alla vita del suo consumatore tipo, ma è anche un'esigenza narrativa, in quanto le qualità del prodotto appaiono con maggiore evidenza se veicolate attraverso, diciamo così, gli occhi del consumatore. Tuttavia, il filmato, pur mostrando alcuni evidenti tratti di genere, mostra un certo spaccato dello immaginario attuale delle movide internazionali: la diversa graduazione della luce nei diversi siti della movida delle grandi città del mondo rivela come ad ogni luce di una qualsiasi movida risiede un'ombra, una particolare luce soffusa che ricorda zone di vita inquieta che il luccichìo non sempre riesce a mascherare completamente.
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