sabato 27 ottobre 2018

O il post o la vita: il peso della libertà in rapporto al numero dei followers posseduti.

Che la mia giovinezza sia passata me ne accorgo non tanto dalle rughe sul mio viso, che ancora per fortuna non esibisco, ma dal continuo riformulare precedenti opinioni e modificare, addirittura aborrire vecchie convinzioni. Tra queste vi è anche la mia attuale visione della libertà, infatti comincio a chiedermi - ormai da molto tempo - quanto ci sia ancora di vero e di valido nell'ontologia limitata della libertà. All'epoca di quando facevo il liceo era di moda - in verità, lo credevo solo io - un inconsueto connubio, un'amalgama tra l'idea benjaminiana per cui la libertà per definirsi tale doveva riconoscere a se stessa un limite ed un confine invalicabile, soprattutto perché oltre quel limite iniziava la libertà altrui, e il valore collettivo e morale di kennediana memoria dell'azione individuale. Insomma, uno scenario in cui la libertà individuale e collettiva era regolamentata, anche moralmente e per di più responsabilizzata, pensando appunto che il proprio dovere non fosse solo quello di vedersi riconosciuti "cittadini" di una nazione, ma soggetto attivo di questo riconoscimento: una sorta di liberalizzazione di impegni possibili, ma necessari per una benefica convivenza e per il benessere di tutti, indistintamente.
Se quest'ideali possono sembrare oggi attuali - e forse qualcuno lo crederà, soprattutto tra alcuni nostalgici -, è pur vero che riferirsi saldamente a questo tipo di cornice è molto arduo, non perché non abbia una sua intrinseca validità - se per questo anche un convinto terrorista è un uomo in buona fede, almeno sul piano dell'ideale -, ma perché come si possa dissertare di "responsabilizzazione" individuale quando oggi più di ieri è prevalsa la prospettiva collettiva - o si appartiene ad un gruppo sociale oppure si è esclusi nel bene e nel male dai più consueti automatismi sociali - e soprattutto quando non esiste più come obiettivo sociale appunto la libertà: è un autoreferenzialismo che le strutture sociali e comunitarie di oggi sono poco disposte a pagare. Inoltre, a rendere la problematica di non facile soluzione interviene la tecnologia, perché sono proprio gli strumenti che si usano quotidianamente a creare e a configurare l'orizzonte ed i margini reali di questa stessa libertà. Ora, se l'uso di un qualsiasi mezzo tecnico influisce indifferentemente su scelte e stili di vita, allora interrogarsi su come si articola, meglio su come si dispiegano materialmente forme di libertà deve considerarsi anziché un sano esercizio di democrazia o di filosofia morale una consuetudine preconcetta: proprio quella che manca nei quotidiani dibattiti.
Fatta questa premessa, molto generica, molto orientativa, tanto per fissare un quadro di riferimento tematico, si consideri concretamente un esempio, a.e. la raccolta di "like" o di followers virtuali. Sono note le posizioni di chi vede in questo tipo di fenomeni qualcosa di cui diffidare e da considerare negativo, tuttavia, se ci si sforza di abbandonare posizioni oltranziste e conservatrici, il meccanismo qui menzionato è in fondo la "borsa valori" del futuro, il metro di giudizio del proprio valore professionale e del proprio reddito e benessere. Oggi, vi sono moltissime persone, alcune noti personaggi del jet-set nazionale ed internazionale che dimostrano appunto questa situazione; certo, ciò è chiaramente incomprensibile da chi non ha legato la propria fortuna professionale al consenso virtuale di iscritti a canali video o a profili, tuttavia volenti o nolenti queste stessi devono ammettere che pur essendo loro personalmente estranei da questo circuito in una certa misura ne subiscono una qualche influenza, ovviamente sotto forma di pubblicità sgradita e superflua, di programmazione comunicativa indesiderata e di fruizione di modelli educativi assolutamente opinabili. Eppure, non si può disconoscere che tutti questi effetti indesiderati siano in fondo, prodotti dal medesimo sistema comunicativo che è comune sia agli uni che agli altri. Meccanismi sociali entro cui viene a configurarsi appunto, l'astratta idea di libertà autoreferenziale verso cui troppo spesso la retorica pubblica rivolge il suo interesse.
Torniamo per un attimo all'idea di libertà menzionata all'inizio. In una situazione come quella appena descritta bisognerebbe chiedersi se sia proprio vero che la libertà individuale finisce dove inizia quella altrui, visto che quel limite astrattamente indicato - e lasciato volutamente indeterminato, tanto da non riuscire a quantificarsi concretamente -, è a ben guardare il margine su cui insiste uno spazio sociale condiviso e partecipato, uno spazio che ha già nella norma dello stato il perimetro limitante e che è più o meno esplicitamente accettato sia da chi ha una coscienza civica sia da chi non ce l'ha, ma non per questo può considerarsi un criminale o un delinquente. Se poi, pensiamo pure che questo dominio sociale oggi si è identificato con lo stesso sistema comunicativo, tanto che la libertà del cittadino è stata monopolizzata dall'informazione che è divenuta "libertà di parola", ergo di stampa come se solo gli operatori dei giornali fossero gli unici a possedere una coscienza critica e quindi, un diritto di opinione che un semplice cittadino esercita (sic!) esclusivamente nei salotti di intrattenimento televisivi - c'ha visto lungo Barbara D'Urso, complimenti! -, allora mi sembra altrettanto evidente che il racconto dominante, che è il pensiero sociale collettivo - in altre epoche qualcuno avrebbe parlato di pensiero unico -, è la struttura narrativa che configura autenticamente la libertà di tutti, compresa anche quella di chi subisce in quanto "pensiero subalterno" rispetto allo storytelling dominante o egemone.
La possibilità di produrre dissenso di qualsiasi tipo o semplicemente un'opinione diversa oggi passa per l'individuazione dell'origine stessa del racconto egemone - così ad un certo momento della mia vita iniziai a pensare -, ma questa stessa possibilità forse non è poi così risolutiva, cioè può non bastare, perché la struttura narrativa è in grado di produrre una serie di effetti collaterali ingestibili e non necessariamente correlabili al grado di responsabilizzazione che una comunità esibisce più o meno consapevolmente. Ed è quello che accade sovente nelle piattaforme social (es. Twitter), il che non vuol dire che ci sia mala fede o un comportamento doloso da parte dei fondatori di suddette piattaforme, ma che la struttura narrativa su cui fondano la loro attività interconnessa produce questi effetti, in quanto sfuggono dal controllo di chi inizia ed imposta un certo tipo di narrazione virtuale: il fatto che sfuggano non significa che sia un problema di competenza come molti credono, ma è un problema interno o intrinseco alla stessa struttura narrativa, in pratica al linguaggio ed al sistema comunicativo utilizzato. Un esempio, è proprio la vicenda dell'attrice pornografica August Ames, travolta da un'ondate di proteste poiché si era rifiutata di realizzare una scena di sesso con un attore di cui diffidava in merito alle sue condizioni di salute. Il comportamento tenuto dall'attrice (spiegando ed argomentando le proprie ragioni) era l'unico che poteva tenere, perché l'obiettivo era formulare una contro-narrazione imposta dalle critiche e dalle proteste, una narrazione opposta che è stata molto ragionevole, rivelando temi anche filosoficamente importanti come quello dell'autodeterminazione di un'attrice pornografica, ma il cui messaggio (vero e credibile) sembra non essere passato, tanto che molti correlano ciò con la decisione dell'attrice di suicidarsi.
L'unico dato certo, che è poi quello che si è voluto mettere in rilievo, è che l'intreccio tra narrazione e vita, che molti cultori trova tra i letterati visto che ha caratterizzato una precisa stagione della cultura europea, oggi viene formulato secondo i modi qui parzialmente descritti ed indicati e che se c'è qualcosa di inquietante esso è effetto dell'incapacità del nostro sistema attuale a più  livelli di produrre degli argini spontanei, il che vuol dire pure che se c'è una carenza non è solo un problema di "criminalizzazione" di un'intera società, ma forse l'effetto parossistico di una convergenza di piani (comunicazione e società) che rende difficile l'operare analiticamente; ciò non vuol dire essere "masochisti", ma ammettere che esistono alcuni piani che hanno una soluzione molto difficile, oppure molto semplicemente che non ammettono soluzione.


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