giovedì 25 ottobre 2018

Prolegomeni sulla possibilità: tra Heidegger ed il Triangolo di Tartaglia.

La riproposizione heideggeriana della categoria della possibilità nei termini di una categoria esistenziale è una trasformazione dell'antico concetto greco del dynaton (tò) o di endekoménon (tò) che presso la filosofia aristotelica aveva un'impostazione ed una formulazione prettamente epistemologica, tanto che Aristotele (IV secolo a.C.) legava la possibilità sia alla struttura logica del pensiero, e quindi anche al principio di non contraddizione, in quanto categoria logica o modale, sia al fondamento metafisico dell'analisi dicotomica. Da Aristotele in poi infatti, la categoria della possibilità sarà variamente presente ed assumerà via via caratteri differenti. La formulazione heideggeriana è una delle ultime tappe di questa storia, che formula questo nei seguenti termini
<< L'Esserci è sempre mio in questa o quella maniera di essere. L'Esserci ha già sempre in qualche modo deciso in quale maniera sia sempre mio. (...) L'Essere è sempre la sua possibilità ed esso non "l'ha" semplicemente a titolo di proprietà posseduta da parte di una semplice-presenza. Appunto perché l'Esserci è essenzialmente la sua possibilità, questo ente può, nel suo essere o "scegliersi", conquistarsi, oppure perdersi e non conquistarsi affatto o conquistarsi solo "apparentemente". Ma esso può aver perso se stesso o non essersi ancora conquistato solo perché la sua essenza comporta la possibilità dell'autenticità, cioè dell'appropriazione di sè. (...) Questi due caratteri dell'Esserci, il primato dell'exsistentia sull'essentia e l'esser-sempre-mio, bastano a far vedere che un'analitica di questo ente si trova innanzi a un campo fenomenico del tutto particolare.>> (Martin Heidegger, Essere e tempo, §9, 1976, XVI ed., p.65)
La possibilità quindi, diventa il tratto caratterizzante dell'essere, ma anche il momento da cui partire per la definizione di una filosofia autonoma dai condizionamenti di tipo epistemologico, dove a prevalere sarà la dimensione della necessità condizionata, che è tipica del sapere scientifico, delle forme astratte del conoscere. Il ripensamento, che non è altro che la Destruktion dell'essere classico, dell'intera ontologia filosofica, realizzato con il superamento della fenomenologia (husserliana), non ha potuto evitare di dover porre una questione metodologica e gli assunti, pur muovendosi nell'ambito di una visione non più epistemologica, anzi addirittura antiepistemologica - la critica dell'essere tradizionale generale, universale ed astratto cos'è se non altro questo? -, non possono negare come la stessa rivelazione intuitiva sia un prodotto essa stessa di una costruzione dell'orizzonte tramite cui può compiersi l'analisi esistenziale dell'essere: certo, l'intento di Martin Heidegger (1889-1976) è di trovare oltre quest'analisi quella dimensione metafisica che fonda tutto e che semplicemente allusa e non pienamente rappresentabile a causa delle restrizioni imposte dal linguaggio all'apertura dell'essere nel mondo, il suo fiorire ed esteriorizzarsi fenomenicamente. Di qui, il legame stretto tramite l'ontologia del linguaggio tra la verità preservata nelle forme figurative (poesia) e la Verstehen ermeneutica che si dispiega esistenzialisticamente nella parola del Dasein, dell'uomo che ha intuizione di sè (cosciente) in quanto si trova nel mondo (finitudine) e di vivere in una trama di relazioni partecipative con altri Dasein simili a lui che comprende e che lo aiutano a non cedere alla solitudine ed alla morte, che ne hanno "cura".
Appare evidente che l'operazione heideggeriana - qui presa a modello di un'impostazione abbastanza tipica nella metafisica novecentesca - ha implicitamente accettato il presupposto aristotelico per cui la possibilità è sì una caratteristica ascrivibile alle qualità dell'essere, ma non è quella determinante, perché correlata al divenire della realtà sensibile e soprattutto irrappresentabile (vedasi l'idea aristotelica di infinito!) pena l'ammissione della contraddizione nella struttura profonda dell'essere, il che ovviamente non è tollerato né da Aristotele, né da gran parte del razionalismo antico e posteriore.
Certo, la proposta che si sta facendo presente sì la possibilità, ma non nei termini filosofici qui succintamente indicati. Ci si sta muovendo sul piano matematico e la possibilità assume l'aspetto della probabilità, un concetto dal valore semantico e filosofico addirittura antitetico a quello della possibilità esistenzialistica, che diventerà in varie forme un fattore indeterminabile e quasi emancipativo sul piano morale, perché opposto all'idea di sistema, di apparato, di istituzione culturale (nel senso più retrivo e conservatore) come dimostrerà la Nietzsche renaissance degli anni Settanta del secolo scorso. Dal punto di vista matematico, si può assegnare alla possibilità un valore, un numero, è possibile quantizzare il rischio correlato ad essa, si può rappresentare, seppur in via ipotetica e statistica - ciò significa relativismo e complessità, concetti aborriti da metafisici e teologici -, il margine entro cui questa stessa possibilità è ragionevolmente una certezza convincente e razionale.
Non si vuole proporre una dissertazione sui fondamenti filosofici, temi che occupano un dibattito culturale avvincenti per alcuni, ma parecchio complicato da esporre qui, per cui i si limita a rimanere su quel piano "fenomenico" ricusato dall'esistenzialismo e dalla metafisica del secolo scorso e collocando ogni considerazione sul piano di una teoria dei giochi, sia perché si rende accessibile i temi trattati, sia perché la stessa riflessione probabilistica nasce da un'apparente insignificante discussione sulle quote o sulle possibilità di vincere una partita a dadi. I primi ad interrogarsi su questi temi furono il filosofo francese Blaise Pascal (1623-1662) ed il grande matematico portoghese Pierre de Fermat (1607-1665).
Qui si vuole proporre solo una differente modalità di ragionare filosoficamente, un piccolo accenno che può essere uno stimolo a curiosare, forse ad appassionarsi.
La natura imponderabile degli eventi ha sempre conferito alla conoscenza filosofica un limite spesso insuperabile, tra questi l'idea dell'indeterminabilità degli eventi (Destino o Fato) e quindi, il profilarsi di un'irrimediabile rinuncia nel provare ad anticipare, a prevedere l'accadimento, trasformare per così dire l'accaduto in avvenimento, cogliere l'evento nella sua dimensione in fieri. Questa urgenza previsionale diventa fondamentale se applicata nella determinazione delle possibilità che vengono a delinearsi durante un turno di gioco o nella composizione di una decisione che produca poi la mossa da effettuare. Una previsione che non ha alcun valore di certezza assoluta, ma che circoscrive i margini e l'ambito ipotetico entro cui poter massimizzare la mossa che si vuole compiere o la puntata della scommessa. Ecco allora, delinearsi il concetto di probabilità, che si definisce come il rapporto numerico tra i casi favorevoli - quelli che portano alla vincita - ed i casi possibili - l'insieme degli eventi e delle situazioni che possono accadere durante un turno di gioco -. Il valore numerico che definisce questa possibilità oscilla tra 1 (uno) e 0 (zero). Se il rapporto è uguale ad uno, allora la vincita è realizzata; se invece è uguale a zero, allora la vincita non è per nulla realizzabile o realizzata.
Tuttavia, poiché ci si muove entro questo intervallo numerico, molto piccolo come si può intuire, il valore della probabilità si determina all'interno di questo intervallo, cioè tra uno e zero, quantificando quei casi che si approssimano ad uno e quelli che si approssimano a zero. La direzione verso cui si sposta la probabilità stabilisce la situazione di gioco, vale a dire se è vincente oppure perdente. Poiché i numeri in gioco appartengono all'ordine dei decimali, è evidente che la probabilità così descritta reca in sè un grado più o meno elevato di incertezza: è su questo grado che si effettua la stima per le scommesse al botteghino o presso i centri scommessa - si tenga presente che una scommessa presso un centro che le raccoglie formula la possibilità con un meccanismo molto diverso, qui ci si sta limitando a dare un'idea generale ed un'opinione di concetto -. Per questa ragione l'analisi dei casi probabili finisce per essere un semplice conteggio dei casi favorevoli e di quelli possibili. I casi possibili possono essere determinati dal calcolo combinatorio e ciò è normale che sia così, perché i casi possibili possono descriversi come vere e proprie combinazioni e in riferimento alla situazione di gioco è possibile selezionare tra tutti questi casi quelli che permettono ad un giocatore di vincere. Tecnicamente queste combinazioni sono in genere numeri molto grandi, per cui il loro conteggio può effettuarsi scomponendo o estraendo da questi numeri una sequenza costante, che finisce per identificare la combinazione come il numero multiplo della sequenza trovata. Nello specifico ci si rivolge ai coefficienti binominiali, perché si sono dimostrati validi strumenti con cui semplificare problemi molto complicati come sono appunto quelli relativi la costruzione di una combinazione numerica.
Credo che sia facilmente intuibile che la possibilità descritta dalla matematica sia tutt'altro concetto rispetto alla verità "imponderata" dell'Esserci heideggeriano, in quanto riguarda la "qualità" dell'esistenza e non la "quantità" relativa all'accadere, all'ipotesi che qualcosa possa essere (esistere) senza che non sia ancora essere, senza che non sia né "mio", né "presente".



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