(immagine tratta dal web)
La ricerca epistemologica della verità si è da sempre imposta il metodo analitico, cioè il discettare da un certo contenuto proprietà e qualità ritenute decisive per la determinazione essenziale del suddetto e questo nella tradizionale convinzione che questo lungo procedere avesse una conclusione e che quest'ultima fosse in modo irrefutabile la verità, nella sua assolutezza. Il problema della definizione della pienezza di questa verità ricavata dialetticamente tramite la dicotomizzazione dei concetti ha richiesto, a sua volta, una fondazione metafisica, un principio generalissimo che affermava e spiegava le varie conclusioni epistemologiche. Ecco che allora, l'epistemologia scivola inevitabilmente verso la metafisica e così facendo finisce per esserne dipendente e subordinato. Un modello formulato già da Aristotele, ma che perdurerà con estremo successo nel pensiero filosofico europeo, nonostante le epoche filosofiche (es. il Medioevo con la sua teologia) e nonostante le svolte filosofiche (es. l'epoca moderna con la reimpostazione empiristica dei temi scientifici).
In questo quadro storiografico la filosofia del francese Reneé Descartes, noto con il nome latinizzato di Cartesio, occupa un momento fondamentale, usurpato, per così dire, solo dalla filosofia del tedesco Immanuel Kant, perché definirà per circa un secolo un'imponente influenza nei dibattiti scientifici europei, almeno fino alla comparsa dell'opera di Isaac Newton che rivoluzionerà drasticamente il pensiero scientifico europeo e mondiale.
La dimensione filosofica che interessa in questo scritto è il contributo filosofico-matematico aportato dal filosofo francese alla scienza europea, un contributo totalmente antitetico alle attuali esigenze fondazionali della filosofia più recente e dove il tema dello statuto dei fondamenti viene formulato secondo alcuni criteri tradizionali che non quelli dell'identità tetica dell'Io. In tal senso, l'intuizione decisiva di Cartesio è stata quella di congiungere il metodo analitico, che da Platone in poi ha avuto una natura dialettica, con le scienze astratte, cioè con la matematica e la geometria, realizzando in effetti quello che la storiografia indica con la "aritmetizzazione della geometria", che come è noto verrà rovesciata in tempi recenti dalla "geometrizzazione dell'algebra". Ciò significa che per Cartesio la verità filosofica può affiorare anzitutto tramite una disamina metodologica operata con le scienze astratte, le quali eliminano dal computo del problema ogni forma di contraddizione e di dubbio, quindi di errore, che rende difficile se non impossibile l'individuazione della suddetta verità, che per il filosofo è unica ed è razionale: nel linguaggio attuale è intellettiva.
L'uso delle scienze astratte svolge una funzione di setaccio con la quale eliminare le menzogne e le falsità, il che è una riattualizzazione del tradizionale procedimento analitico del pensiero antico, tuttavia rispetto a questo modello di riferimento la filosofia cartesiana prevede di far progredire parallellamente sia il sapere epistemologico sia la conoscenza metafisica, nel senso che acquisendo la certezza epistemologica che i vari contenuti dell'analisi siano chiaramente determinati, da questa sicurezza affiora in modo spontaneo ed immediato la loro intrinseca validità filosofica. Il meccanismo formulato da Cartesio nel suo famoso Discorso sul metodo e precisato nei suoi aspetti nelle Meditazioni filosofiche (da segnalare in particolare la prima) prevede che l'analisi astratta funga da apparato metodico con lasciar trapelare le conoscenze scientifiche come evidenze assolute. La conoscenza scientifica è infatti, quel prodotto derivato dal progredire da contenuti falsi o contraddittori verso contenuti assolutamente certi ed indubitabili, per quest'ultima ragione il metodo cartesiano viene detto anche del "dubbio metodico", perché qualche secolo prima di Karl Popper si ammette la messa in discussione di singole verità per mostrarne sia la validità sia la loro indubitabilità: ovviamente, la falsificazione popperiana riguarda un intero paradigma teorico e tende ad essere un atto d'imperio intellettuale del tutto indifferente alla tradizione storica di riferimento della teoria, ma a parte queste differenze le similarità sono molto marcate.
La verità così raggiunta diventa un valore filosofico assoluto ed un'intuizione astratta incontestabile. Il problema di questa prospettiva è semmai, che il filosofo francese crede fermamente che l'affinamento in direzione dell'astrattismo concettuale possa fornire tutti gli elementi possibili che corrobori e renda valida la stessa intuizione e l'evidenza intellettiva che la determina. Infatti, il dubbio e la contraddizione svaniscono improvvisamente nel momento in cui si afferma risolutamente l'evidenza di una conoscenza, il problema è che - come ricorda Blaise Pascal - ciò che può essere intuitivamente immediato ad un soggetto, non lo è per un altro: non a tutti a.e., è una verità intuitiva la stessa natura dei numeri matematici! Allora, l'idea cartesiana che l'affinamento metodologico apportato dallo studio di matematica e geometria possa irrobustire l'intuizione e che questa possa produrre contenuti scientifici ed indubitabili è uno dei limiti della filosofia cartesiana, perché rinuncia per definizione a dare valore al "senso comune" e alle varie "verità comuni" e così facendo non pensa di formulare un meccanismo che preveda appunto la possibilità di gestire quelle verità intuite e basate sul "senso comune". In ogni caso, la cernita metodologica cartesiana è tesa a trovare tutte quelle verità assolute, la cui validità è oggettiva ed indiscutibile e che risultino chiaramente evidenti alla ragione. Tra queste verità inserisce anche l'esistenza individuale, fissata dalla nota - e spesso travisata - formula del cogito, ergo sum.
In questo caso, Cartesio non apporta nessuna innovazione rispetto alle convinzioni del pensiero antico, perché come da Parmenide in poi, cioè dal razionalismo greco in poi, la validità epistemologica e scientifica (cioè metafisica!) è data dall'affermazione dello stato di esistenza di un contenuto, per cui il soggetto avvertendo chiaramente di esistere, questa sua verità fondamentale diventa il tramite indiretto con il quale dare sostegno e validità all'attività intellettuale, del cogitare appunto. Tuttavia, occorre ricordare che cogitare in Cartesio significa essenzialmente produrre delle intuizioni, cioè delle rappresentazioni: forme tramite cui fissare indelebilmente ed in maniera estetica una modalità relazionale, cioè un'interazione dell'Io (sum) con la realtà esteriore di cui può avere solo sensazioni, cioè rappresentazioni. In questo modello filosofico diventerà estremamente problematico il ruolo e la funzione del corpo, perché se l'intuizione è una verità, l'unica verità in possesso da parte del soggetto è l'intuizione del proprio corpo, cioè l'Io sente di appartenere ad un corpo, ad una realtà materiale che è la sua vita biologica.
Da quanto si è detto, appare evidente che in Cartesio il dubbio intuito dal divenire della realtà sensibile viene risolto tramite una gerarchia di altre intuizioni, ritenute più attendibili, perché fondate sul criterio della evidenza. Ora, lo strumento che disserta su queste contraddizioni e che può valutare l'attendibilità di un dato anziché di un altro è per il filosofo francese la ragione individuale, per cui la razionalità definita da Cartesio non è più l'antica ontologia greca, dove il carattere "razionale" è correlato con la stabilità estetica delle forme concettuali, ma è una gnoseologia fondata sulla arbitrarietà cognitiva dell'Io, cioè è il soggetto il giudice che decreta inappellabilmente il giudizio scientifico. Seguire la realtà sensibile, mutevole e contraddittoria per definizione, significa appellarsi ad un sistema di conoscenze che non ha più la possibilità di usufruire della tradizionale logica concettuale in cui le essenze sono forme statiche, immobili - tanto per parafrasare il realismo platonico - e questa stabilità è un prodotto assertivo dell'astrazione, un arbitrio di ragione e pur tuttavia, l'unica verità filosofica fondante è l'esistenza dell'Io.
Il divorzio sancito dalla filosofia cartesiana tra la realtà sensibile (esistente) e la conoscenza scientifica (che è un sistema organizzato di intuizioni) privilegia l'arbitrio intuitivo del soggetto, che verrà messo in crisi dallo empirismo newtoniano a fine Seicento e dalla svolta materialistica, ad opera appunto del newtonianesimo e poi dalla cultura illuministica, della cultura europea, almeno fino all'epoca romantica con l'Idealismo tedesco.
Rispetto a questo quadro concettuale Blaise Pascal oppone ciò che chiama ragioni del cuore. Il modo in cui Pascal ribalta interamente la cornice cartesiana è facilmente intuibile. Infatti, la contrapposizione del tema del cuore alla ragione riformula l'equivalente contrapposizione tra la dimensione razionale, interamente allocata nella ragione, e quella dimensione affettiva e sentimentale che è un territorio del tutto estraneo alla ragione: nel linguaggio attuale la posizione pascaliana ha chiaramente tratti irrazionalistici, tuttavia l'opposizione che viene formulata da Pascal rivela un'aporia insita nelle premesse cartesiane, cioè se l'unica verità indiscutibile è l'intuizione del sum, vien da sè che questa verità non è un prodotto di ragione, ma l'esito immediato di uno stato cosciente dell'essere, una determinazione legata in qualche modo alla funzionalità del corpo. Infatti se il sum fosse una verità sottoposta e sottoponibile alla disamina analitica della ragione dovrebbe derivare come un esito metodico del dubbio metodico, ma come viene descritto da Cartesio sembra essere una verità prima. Ciò non vuol dire che in Pascal vi sia una svalutazione dell'attività intellettuale, tutt'altro, ma significa volere rimarcare che la dissociazione in direzione dell'astrattismo confonde piani distinti della natura umana. Nei Pensieri la premessa filosofica pascaliana è la convinzione che l'esistenza umana si muova nell'intervallo di due estremi, tra miseria e grandezza, e l'attività intellettuale è sicuramente motivo della grandezza umana, tuttavia il rischio che si corre seguendo il cartesianesimo è quello di assimilare le finalità e le esigenze delle attività astratte, ciò che definisce con "spirito geometrico", alle finalità ed esigenza insite nell'esistenza stessa dell'uomo, che indica con "esprit de finesse" e che nulla hanno a che vedere con le presupposizioni teoriche delle scienze astratte. La difficoltà cartesiana della disincarnazione dell'Io è del tutto ignota in Pascal, dove non c'è l'assolutizzazione dell'Io e dove l'esperienza configura un'unità con l'intuizione.
In riferimento al tema della scommessa, Pascal più e forse meglio di Cartesio cerca di trovare una soluzione più convincente all'antico dissidio creato dal divenire della realtà sensibile nella formulazione dei concetti e delle definizioni scientifiche, intuendo - come del resto il teologo cattolico Nicola Cusano - non solo la natura complessa (o complessità relativistica: quella stessa additata dal papa cattolico Giovanni Paolo II in occasione della riabilitazione di Galileo Galilei nel 1991), ma anche l'esigenza di iniziare ad elaborare un modello di conoscenza scientifica meno assertivo e meno assolutistico, fondato appunto su un'idea meno "realistica" della conoscenza oggettiva. A tal riguardo, proprio il concetto della probabilità, derivato dall'analisi della distribuzione delle quote e delle possibilità da parte di un giocatore di effettuare scelte vincenti nei giochi d'azzardo, introduce nella costruzione sia dell'immagine oggettiva della realtà, sia nei contenuti indiscussi del discorso scientifico l'idea "relativistica" dell'incertezza e della probabilità statistica, temi che vengono ad imporsi nella cultura scientifica europea con la fisica quantistica e la "regionalizzazione" ("periferizzazione") della teoria classica della Meccanica.

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