È noto che nell’estate del 1815, precisamente il 18 giugno, Napoleone Bonaparte (1769-1821) viene sconfitto definitivamente nella pianura di Waterloo, mettendo fine all’avventura dei Cento giorni – tanto durò il governo dell’imperatore dopo il suo rocambolesco ritorno dal primo esilio presso l’isola d’Elba. Dopo la battaglia Napoleone si consegna agli inglesi e intraprende il suo ultimo viaggio in esilio presso un isolotto atlantico, l’isola di Sant’Elena, dove morirà il 5 maggio 1821. Alla morte dell’imperatore lo scrittore milanese Alessandro Manzoni (1785-1873) scrive un’ode famosa nella nostra letteratura nazionale dall’incisivo titolo 5 Maggio, il cui incipit è ancora ricordato nella cultura popolare odierna, ma fissa anche l’immagine indelebile del grande sconfitto dalla storia che ancora adesso caratterizza il nostro ricordo di Bonaparte. L’immagine manzoniana serve a veicolare un monito che alcune righe di commento del Pazzaglia esplicitano chiaramente,
«Napoleone
è come sospeso fra due abissi d’angoscia: dietro di sé il nulla della vita
passata […] davanti a sé il nulla della morte che vanifica la vita» [1976: 347].
Quest’idea
del grande personaggio decaduto, anche molto clamorosamente, compone quell’iconografia
propria del Manzoni che serve a rafforzare la sua concezione della storia. La
filosofia europea aveva affermato con Giambattista Vico (1668-1744) l’idea
(ancora dal clima rinascimentale) antropocentrica che la verità assoluta è
quella che deriva dai gesti e dalle imprese dell’uomo, appunto dagli eventi
della storia. Nel clima del romanticismo europeo questa concezione filosofica
entra in crisi, anche in maniera molto dolorosa, e lo scrittore milanese cerca
a suo modo di rielaborarla, ma collocandola in uno scenario più ampio e
metafisico tirando in ballo la concezione cristiana della Provvidenza: nella
storia esiste una logica a tratti insondabile, ma che assume spesso i caratteri
provvidenzialistici di un disegno ordinatore e pianificante che descrive la direzione
verso cui si muove (inesorabilmente) l’umanità intera. Dietro gli insondabili
equilibri della storia agisce, secondo Manzoni, la Provvidenza di Dio e come
tale ogni vita storica, ogni esistenza è collegata a tale andamento, come viene
a dimostrarci la figura dell’Innominato nel grande romanzo dello scrittore, I promessi sposi (1827). Tuttavia,
questa concezione definisce l’immagine di Napoleone come di un uomo chiuso
nella sua disperata condizione sia di esule, sia di colui che la storia ha, per
così dire, rimbalzato fuori dall’azione e dagli eventi della storia e vive la
sua mesta situazione di rimuginante, «su quell’alma il cumulo / delle memorie
scese» (vv. 67-68), che come un’anima dannata dantesca contempla con sofferenza
gli antichi fasti quella «vera gloria» (v. 31) che ora appare ironica, beffarda
e ingiusta. Un uomo insomma, gravato da un fatalismo che ne inibisce l’attività,
gli sforzi e lo stesso slancio vitale, tanto che s’affatica a scrivere le
proprie memorie che lo abbattono, anziché risollevarlo: per Manzoni solo la
«man dal cielo» «valida» e «pietosa» può farlo ed alleviare il dolore di questo
amaro destino.
Ora, gli ultimi anni di vita
di Bonaparte sono stati oggetto di dibattito politico ed intellettuale, spesso
travolto dai rispettivi interessi di parte e soprattutto dalla circolazione di
notizie non proprio così affidabili ed attendibili. A riguardo, l’unica fonte
documentaristica e biografica per quanto riguarda il dopo Waterloo di Napoleone
è il famoso Memoriale di Sant’Elena
scritto da Emanuel de Las Casas (1766-1842) e pubblicato dopo alterne vicende
nel 1823, dopo la morte dell’imperatore e dopo sette anni dall’esilio
definitivo del grande personaggio. Una recente edizione del Memoriale ha suscitato interesse e
polemiche, in quanto è tratta da un manoscritto, autografato dallo stesso
Napoleone e ritrovato a Londra da un gruppo di ricercatori del British Museum.
La copia manoscritta viene ritrovata a casa del governatore dell’isola, che
ebbe sotto custodia Napoleone e che sottrasse a Las Casas il diario su cui
annotava il quotidiano con l’imperatore in esilio. Il manoscritto è infatti,
una “fedele” trascrizione del diario, a cui è apposta una firma autenticata in
calce dello stesso imperatore e fatta pervenire agli inglesi, i quali come
detto, si erano resi disponibili ad accogliere l’illustre esule. Ciò detto, la
menzionata copia non risolve i vari (e molti) dubbi che scaturiscono dalla
pubblicazione del Memoriale di Sant’Elena,
sia perché lo stesso autore pubblicò diverse edizione, sia per gli evidenti
interessi di parte, quel che è certo è che nelle varie versioni in stampa Las
Casas sembra aver modificato (aggiungendo ed integrando) alcune parti del
diario, in particolare le modifiche riguardavano alcune dichiarazioni
dell’imperatore – per lo più fedeli al manoscritto – che vengono di volta in
volta abbellite o piegate ad esigenze narrative e politiche del testimone che
le pubblica.
In ogni caso, qualunque sia
la verità storica l’intervento di Las Casas offre al pubblico un’immagine di
Napoleone Bonaparte molto diversa da quella che la propaganda borbonica
dell’epoca diffondeva e di cui non è ignara neanche l’immagine manzoniana,
anche se con intenti e motivazioni antitetici. Lo stereotipo dell’ex imperatore
come un uomo in rovina è ritenuto convincente, anche perché assomma su di sé
tutti i tratti ovvi dello spirito dell’«émigré», termine con cui si
descrivevano tutti gli esuli. Di qui, è arduo non acconsentire alla idea
manzoniana del verso 55 dell’ode, «E sparve, e i dì nell’ozio», che
evidentemente conferma ancora una volta quest’immagine fatalistica dell’ex
imperatore in esilio. Ora, alcune righe del Memoriale
di Sant’Elena riportano una scena che in linea generale sembra confermare
il clima dello stereotipo, e cioè che durante il suo viaggio verso l’isolotto
atlantico Napoleone conducesse momenti molto appartati, precisamente si
mettesse in disparte, anche dallo stesso gruppo di collaboratori francesi che
con lui avevano fatto la scelta di condividere l’esilio – anche se non lo erano
tenuti. Quest’isolamento di Napoleone conferma appunto, il dramma e l’animo
travagliato dell’imperatore decaduto. Tuttavia, proprio su quest’episodio,
apparentemente banale, un altro testimone evidenzia un aspetto interessante.
Conferma sì, l’attitudine dell’imperatore ad appartarsi dalla sua comitiva di
riferimento, ma lo faceva, non per disperarsi o per malinconiche nostalgie,
bensì per giocare a carte, precisamente per realizzare figure con le carte,
cioè fare dei solitari.
Ne parla l’esperto di giochi
Giampaolo Dossena (1930-2009) nell’introduzione ad un suo libro del 1976
dedicato appunto, ai solitari con le carte. La notizia curiosa è riportata in
un libro del 1816, dedicato ai solitari, di un certo dottor William Warden, il
quale in una sua lettera, riferendosi all’episodio menzionato usa l’espressione
«to play at patience», vale a dire “giocare a solitario”. L’espressione
contiene due informazioni di rilievo, la prima che ci offre un’immagine di
Napoleone molto diversa dallo stereotipo su cui non mi và di dilungarmi, mentre
la seconda riguarda il termine «patience». Sempre Dossena, citando l’Oxford English Dictionary si evince che
questo francesismo viene utilizzato per definire appunto i giochi solitari con
le carte, tra l’altro sembra che i francesi per indicare questi stessi giochi
utilizzino un’altra parola francese «réussite», che vuol dire
approssimativamente «risultato», «riuscito». Quest’ultimo significato è più
aderente all’epoca di Napoleone in quanto in Francia l’origine divinatoria del
solitario è un fatto che caratterizzerà la creazione e l’attività di fare
solitari: l’idea che il solitario fatto con le carte potesse avere “capacità”
divinatorie è ben presente nella cultura francofona. In ogni caso, è evidente
da quel che afferma Dossena, che il termine «patience», usato per indicare
l’attività di risolvere solitari, fosse esclusivamente usato per l’uso delle
carte da gioco e non per altri rompicapi simili. Nell’Enciclopedia dei giochi [1999] al terzo volume Dossena riserva
questa definizione esclusivamente al Solitario
Classico, in questo modo sciogliendo l’ambiguità con l’attività divinatoria
ancora contenuta nell’idea italiana di solitario.
La definizione fornita da
Dossena è semplice, anche se può apparire lapalissiana; dice al riguardo che
per solitario si definisce «gioco che si fa in solitudine, senza compagni e
senza avversari». In base a questa definizione derivano le diverse tipologie di
solitari, di cui l’espressione più generica e generale è quella già indicata da
me di «rompicapo». Tuttavia, nel lessico italiano tale definizione è generica,
mentre nel senso che si è detto sopra vuole essere più specifica; qui si vuole
evidenziare il fatto che i solitari sono giochi che si effettuano
esclusivamente con le carte e quindi, non devono confondersi magari con i puzzle
o con altre forme di rompicapi che utilizzano strumenti di gioco differenti,
come ad esempio pedine e pedana nel gioco del Solitaire. Il solitario classico dunque, è un gioco che realizza una
sola persona e prevedono un mazzo di 32 carte, ma esistono giochi che
richiedono mazzi che utilizzano 40 o 52 carte. Le carte vengono distribuite sul
tavolo in modo da comporre delle figure; le carte restanti compongono quel che
viene chiamato Tallone, cioè il mazzetto da cui estrarre di volta in volta le
carte che servono per completare il solitario. Il gioco consiste infatti,
nell’individuare una sequenza, a.e. ricomporre le scale dall’Asso al Re, e
tentare di districare la figura seguendo tale linea. Poiché le figure possono
essere anche molto complesse, ingegnarsi a risolvere un solitario comporta un
po’ di pazienza e concentrazione, di qui appunto il termine «patience» e
l’evidenza pratica di appartarsi un attimo dalla compagnia.
Ora, pur non avendo notizie
certe sulla storia del solitario, tranne alcuni riferimenti in letteratura e
qualche notizia storica, ciò che stupisce è l’origine divinatoria del gioco. Il
rapporto con l’attività divinatoria è quasi una costante nella storia del
solitario e ciò non solo perché le carte da gioco sono una derivazione dalle
carte dei Tarocchi, come noto utilizzate per le predizioni, ma anche perché
veniva dato alla soluzione del solitario un qualche valore di responso
oracolare. Alcuni riferimenti risalenti alla Rivoluzione Francese ci dicono che
nella corte francese le dame dell’aristocrazia erano solite a risolvere
solitari e a tale attività veniva dato un valore divinatorio, nel senso serviva
per stabilire la “riuscita” di un corteggiamento amoroso, infatti ai segni
delle carte veniva assegnato un certo significato che decretava alla fine del
gioco la “predizione” oracolare: in una certa misura assegnando alle carte da
gioco lo stesso valore che si assegna agli ideogrammi dell’I-Ching, il noto
libro della magia cinese. Tale carattere divinatorio non riguarda solo la
Francia, alcune testimonianze storiche (cfr. Dossena, op. cit.) di area germanica riportano l’uso del solitario come una
forma di ordalia, gli sfidanti si impegnavano a risolvere uno alla volta una
figura di solitario, magari sempre più complessa e la riuscita del gioco attestava
le ragioni dell’uno o dell’altro contendente. Ebbene, in epoca napoleonica il
gioco del solitario vive – almeno in Francia – questa ambigua commistione con
l’arte divinatoria dei tarocchi, ma all’epoca di quando ci viene riportato
l’episodio di Bonaparte menzionato, il gioco del solitario proprio in Francia è
diventato un’attività alla moda ed è potuto diventarlo in quanto ha scisso
l’attività ludica da eventuali significati divinatori.
Per capire come tale moda si
affermasse in Francia e coinvolgesse appassionatamente addirittura lo stesso
Napoleone si deve considerare l’evoluzione dai tarocchi alle carte da gioco. Lo
strumento fondamentale per realizzare un solitario sono appunto, le carte da
gioco; il nostro punto di partenza è l’Ancient
Tarot de Marseille, cioè il mazzo di tarocchi che funge da riferimento a
tutti gli altri mazzi di tarocchi. Come il Tarocco piemontese, il Tarot de Marseille è composto da 78
carte, di formato però 65x122 – mentre il piemontese è di formato più piccolo –
e prevede 22 Arcani Maggiori e 56 Arcani Minori – in genere si dà la lista dei
primi, ma si può consultare in giro nel web per averla. La composizione dei
semi e dei valori del Tarot de Marseille
è quella a cui siamo oggi abituati, cioè coppe, bastoni, denari o oro e spade;
mentre i valori sono carte da 1 a 10, a cui seguono Fante, Cavallo, Dama e Re.
Le peculiarità e quindi le differenze tipologiche nei successivi mazzi di carte
da gioco è unicamente la resa grafica; queste carte infatti, riportano il seme
di bastoni dal 2 in su come una sorta di asticciola contorta, mentre il seme di
spade sempre come un’asticciola, ma più ricurva. Dal punto di vista grafico non
c’è molta differenza tra i due semi, facilmente confondibili, ma è nel dare una
migliore lettura e comprensibilità delle figure che si impongono nel mercato
europeo i mazzi di “tipo italiano” (cfr. Dossena: 1976). Le figure nel Tarot de Marseille sono a figura intera,
ma è già con il Tarocco piemontese
che le figure iniziano a comparire a figura doppia rovesciata: la
convertibilità prospettica delle figure inizia ad essere una peculiarità delle
carte di tipo italiano e sono questo tipo di carte che – probabilmente con
l’inserimento dell’Italia nell’impero napoleonico – iniziano a diffondersi in
Francia introducendo formule e possibilità diverse nell’uso delle carte. In
ogni caso, è in Italia, verso la fine del XVI secolo che compare questo effetto
della figura ridondante, ma è solo a partire dal 1808 che inizia a diffondersi
in Francia. La ridondanza infatti, rende più leggibile la figura sul piano e
quindi, utilizzabile in un eventuale partita con avversari o appunto, in una
composizione di solitario.
È evidente a questo punto,
che i mazzi di carte che iniziano a circolare in Francia sono in buona parte
tutti ricavati dai mazzi italiani, a loro volta differenti tra loro in base ad
esigenze di tipo regionale ed in qualche caso addirittura locale, tanto che
compaiono gli stessi semi, seppur definiti con una leggera differenza grafica.
Per quanto riguarda le carte da gioco francesi, la derivazione italiana è
evidente sul piano della grafica che viene adottata, ma non per l’assegnazione
dei valori. Al posto della nomenclatura italiana Fante, Cavallo e Re le figure vengono
indicate dai francesi rispettivamente Valletto (Valet), Donzella (Dame) e Re
(Roi). Nei mazzi con 32 carte la sequenza è Asso (As), 7, 8, 9, 10, Valletto,
Dama e Re ed hanno questa composizione, perché sono usate per giocare a piquet (picchetto). Ovviamente, esistono anche mazzi con 40 e 52 carte, ma
nel caso dei mazzi con 52 carte essi possono confondersi con le carte dei
tarocchi, mentre i mazzi di 40 carte hanno una composizione ed un utilizzo
differente dall’equivalente mazzo italiano di 40 carte: tradizioni di gioco e
di carte differenti.
Ciò detto, ritornando a
Napoleone, non è ben chiaro a quale solitario era solito giocare o risolvere,
in questo le fonti che ci hanno riportato l’episodio sono avare e comunque,
totalmente disinteressate al tipo di struttura componesse l’ex imperatore, si può
solo fantasticare, forse ipotizzare, ma questo è un esercizio che si può
lasciare alla creatività dei romanzieri che non è oggetto di interesse in
questo discorso. Quel che è certo è che una delle probabili figure che avrebbe
potuto risolvere l’imperatore avevano a che fare con le stesse forme in uso
nella corte francese prima della Rivoluzione Francese ed in ogni caso
riconducibile ad una variante – non sappiamo quale – di un solitario detto Francese. La struttura di questo
solitario si realizza con un mazzo di 32 carte (quello diffusamente usato in
Francia, anche all’epoca dell’imperatore) disposte su sei colonne di lunghezza
differente – questa disposizione si chiama siringa
coperta)tutte coperte, cioè girate con il dorso in su, tranne una fila di
carte – l’ultima – che viene disposta sulle ultime carte della siringa più una
carta finale tutte scoperte, cioè a faccia in su: la disposizione è identica a
quella di Free Cell nella sezione
Giochi messi a disposizione dal software Windows della Microsoft. Le carte restanti
compongono il Tallone da cui verranno tirate una alla volta le carte che
servono da comporre le file delle colonne
Il meccanismo del gioco è
semplice, bisogna individuare tra le carte scoperte uno o più assi da
posizionare sopra la siringa delle colonne. Fatto questo, si osserva se sia
possibile realizzare delle composizioni tra le carte in vista, associandole in
sequenza discendente o ascendente, a seconda di come si vuole procedere. I
legami tra le carte prevedono che le carte debbano essere associate in base
allo stesso seme ed in conformità alla sequenza scelta, es. si può associare 8
sul 7 scoperto dello stesso seme, ma non il 9 con il 7 anche se hanno lo stesso
seme; e viceversa, non si può legare il 10 al 7 dello stesso seme se la
sequenza che si è scelto è di tipo ascendente. Nel fare questo si ricorrono
alle carte del Tallone fino alla riuscita e soluzione del solitario, che
prevede il riordino in senso ascendente dall’Asso al Re nei quattro pozzetti
sovrastanti la siringa.
Su questo schema di gioco
generale esistono otto varianti, la cui differenza di gioco consiste in via
esclusiva il numero di carte utilizzate. In genere, tale solitario prevede un
mazzo di 32 carte, ma vi sono varianti che utilizzano 40 e 52 carte. Tra le
varianti che usano 52 carte una menzione particolare viene data da Dossena a
quella detta Scala di Piranesi, di
cui dice «a giudizio di molti questo è il più bel solitario con le carte che
sia stato inventato» [1999: voll. 2], ovviamente non da Piranesi, poiché all’epoca
non si facevano solitari: è un solitario composto da otto colonne a siringa
coperta ed a differenza del numero di carte non ha particolari differenze di
gioco rispetto alla Quinta variante,
che è quella più diffusa e che si gioca con un mazzo di 32 carte, ma anche con
un mazzo di 40 carte, diciamo all’”italiana”. Ho citato questa variante con 52
carte di proposito, perché esistono derivazioni di questo solitario che possono
giocarsi con un avversario. Nell’Enciclopedia
dei giochi Dossena menziona un solitario dal nome Imperatore, che è una versione dello Scala di Piranesi, nel senso che prevede l’uso di un mazzo di 52
carte, una siringa coperta di otto colonne ed una rielaborazione della
struttura rovesciata di quello. Anche in questo caso c’è un riferimento a
Napoleone, in quanto il titolo del solitario si riferisce appunto a Bonaparte e
a nessun altro: ciò non so se sia un indizio del tipo di gioco che realizzava
Napoleone con le carte, di certo è un’attestazione che conferma la sua reale
passione per il solitario, che alla sua epoca era diventato un gioco alla moda.
In conclusione, è superfluo
dire che chi volesse approfondire la materia può rivolgersi ai due testi
menzionati di Dossena, i quali sono anche una lettura divertente, ma è anche
evidente che la storia del solitario inizia proprio in epoca napoleonica,
quando in Francia viene a sancirsi la definitiva scissione con l’arte dei
tarocchi. Prima di questa interdizione, siglata anche dal gusto modaiolo dell’epoca,
non si può ragionevolmente parlare di “gioco” del solitario e tuttavia, rimane
misterioso, forse addirittura irresolubile, il fatto che prima del XIX secolo
sia possibile – anzi certo – che l’uomo abbia giocato ai solitari, che li abbia
inventati e forse diffusi in una certa misura, magari riusando i tarocchi solo
per scopi ludici, ma è proprio questo legame esplicito con l’arte divinatoria
ha decretato per il solitario un discredito immotivato, relegandolo tra quelle
invenzioni di secondo piano e soprattutto, attribuendogli significati che
riguardano più il giudizio sulla persona che li realizza che non sul gioco in
sé: l’esempio di Napoleone descrive chiaramente il senso di questo discredito,
il fatto che l’ex imperatore giocasse ai solitari non è il segno di una
passione avvincente, ma quello dell’uomo decaduto e sfortunato, di colui che la
storia ha condannato. In tal senso, rovesciando questo tipo di presunzione si
può affermare che il solitario sia una sorta di trasposizione
“metaesistenziale” (se ha senso questa definizione) in cui l’avversario non è
un altro simile a me (come in fondo vorrebbe la nostra tradizionale metafisica),
ma è il gioco stesso o la figura del solitario in senso stretto: insomma, l’attività
del solitario rivela che non sia necessaria, né indispensabile avere
l’intuizione di un avversario o di un essere che ci assomigli e con il quale si
entra in gara. Scrive Dossena che «l’avversario siamo noi stessi […] noi, che
prima del gioco non sappiamo mischiare bene le carte» [1976: 39]. Ecco, il
solitario ci aiuta non solo a mischiare le carte bene, ma anche districarci
dalle varie combinazioni che tale mescolamento produce.
Porto Empedocle, 17/09/2021
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