mercoledì 24 novembre 2021

La mappa come oggetto semiotico. La mappa non è un oggetto semiotico

Nella mia stanza si può osservare la presenza di un piccolo mappamondo che di tanto in tanto sposto da un ripiano ad un altro, e pur non avendo una stabile collocazione, è divenuto un ordinario soprammobile tra i miei mobili. Il mappamondo in questione è un piccolo giocattolo, sicuramente è uno dei giochi che di tanto in tanto lasciavano i miei nipoti quando erano più piccoli, ma è un modello didattico, adatto per bambini e che ritrae tutti i cinque continenti ed è colorato in modo da mettere in evidenza gli stati e le nazioni: la colorazione segue certamente la teoria dei quattro colori. Dunque, è un tipico mappamondo geografico-politico, simile nella tipologia ad una qualsiasi carta geografica o di un atlante geografico che compone il corredo di qualsiasi studente.

Se la utilità didattica è abbastanza evidente, tali supporti descrivono un tema sul piano teorico di per sé interessante, ma anche complesso. Molti di noi ammetteranno che la immagine riportata da giocattoli del genere sia così fedele alla realtà effettiva della Terra, a parte lo stratagemma della colorazione e della eliminazione di alcune informazioni comunque “reali” come i rilievi montuosi o la presenza di laghi o di sistemi fluviali, che a fatica si direbbe il contrario, cioè che quella immagine è una descrizione della realtà del pianeta, ma non è la “vera” immagine della Terra. E tuttavia, si considerano strumenti di questo tipo, i mappamondi appunto, come autentiche proiezioni delle fattezze materiali del pianeta. Ciò rende una mappa geografica e più in generale un mappamondo un alter ego oppure un avatar della Terra.

Per esperienza ognuno di noi sa che la mappa geo-politica è uno dei diversi formati di mappa, che esistono vari tipi ognuno recanti informazioni molto dettagliate che possono mancare negli altri tipi di mappe. Ma poiché queste descrizioni spesso assumono un importante valore ausiliario magari alla ricerca che si sta compiendo, oppure alle analisi geologiche che si stanno svolgendo, pur essendo parziali e in qualche caso limitate rappresentazioni dello ambiente terrestre, nessuno mette in dubbio che tali descrizioni non siano espressioni della vera realtà delle cose e degli eventi naturali (esempio, le mappe nautiche relative alle correnti oceaniche). Ora, la stessa storia delle mappe e delle carte geografiche rivela come tale strumento sia stato mutevole e come, alla bisogna, esistano diverse tipologie di mappe, ognuna con uno scopo descrittivo raggiunto o da raggiungere, si veda il caso delle carte astronomiche. In genere, quando si parla di mappa si pensa quasi immediatamente alle carte geografiche e appunto, alle carte astronomiche, in quanto nella storia dello uomo la esigenza di potersi orientare lungo i viaggi via mare che via terra era importantissima sia per gli spostamenti nomadi, sia per le rotte commerciali, ma esistono altre descrizioni comunemente associate al concetto di «mappa» che forniscono non una descrizione bensì alcune selezionate informazioni.; è il caso degli stradari o degli orari delle partenze o delle fermate di una metropolitane. In questi ultimi casi, la descrizione della realtà empirica non è una trasposizione reale di questa, ma è una trasfigurazione schematica tesa a rappresentare un circuito dove si trovano inserite le varie informazioni che si richiedono da parte di chi consulta questo tipo di mappe.

In [Eco 2011] il semiologo italiano Umberto Eco (1930-2016) fornisce una piccola “storia” della mappa, più che altro descrivendo alcuni tipi di mappe che nel corso della storia umana sono state pensate e proposte con lo scopo non tanto di fornire una storia delle mappe, quanto indagare sullo immaginario che tali oggetti finiscono per rappresentare. In questo scenario, vengono ovviamente privilegiate le mappe astronomiche in quanto in esse si condensano non solo le idee scientifiche sullo Universo, ma anche il modo in cui chi ha elaborato questi oggetti “immaginava” il mondo e la realtà che lo circondava. A riguardo, è sufficiente pensare alla descrizione del mondo nelle carte geografiche greche, a loro volta basate sulla immagine fenicia del mondo che coincideva de facto con il micro cosmo del mar Mediterraneo: a questa si aggiunga anche la convinzione della “piattezza” della Terra derivante da una valutazione “realistica” della immagine riportate dalle antiche mappe. La premessa di questo breve excursus è dunque, il concetto di immaginario e tale concetto ha prodotto nel corso del tempo una serie di immagini della realtà dello Universo e della Terra che forse non aiutavano un granché nella eventualità di un viaggio realmente intrapreso (si veda tutta la vicenda delle esplorazioni geografiche di epoca moderna e del viaggio del navigante genovese Cristoforo Colombo che portò alla scoperta della America), ma che sono alla base di quei viaggi dello immaginario che spesso hanno trovato dilettevole espressione in letteratura, come nel caso della opera letteraria di Emilio Salgari o nei racconti del mare di Jack London e tanti altri: in questo caso, il tema dello immaginario è strettamente legato al tema dello esotico, a sua volta dipendente dalla ampiezza reale della superficie terrestre, cioè quanto realmente grande fosse la idea del mondo, quale fosse la sua frontiera; un tempo tale confine era lo Stretto di Gibilterra o al limite la isola della Groenlandia da un lato e lo Stretto del Bosforo in Turchia dallo altro lato, oppure tornando indietro nel tempo le sponde del fiume indiano del Gange o il corso del Tigri e dell’Eufrate o del Nilo, oggi  è la frontiera dello spazio (ammaraggio sul pianeta Marte, inverno 2021).

Lo immaginario di cui discute Eco in Astronomie Immaginarie dunque, permette di ragionare sullo oggetto «mappa» come un oggetto semiotico, in quanto ciò che gli dà significato non è la sua funzione utilitaristica, ma il modello di rappresentazioni che descrive e che utilizza per configurare la realtà naturale e astronomica. Ma in linea di principio, il concetto di mappa che ricorre abitualmente nella comunicazione di ognuno di noi non è proprio un oggetto semiotico. Lo stesso Eco lo chiarisce in un breve scritto di [Eco 1992], in cui polemizza con una serie di argomenti sulla convinzione che la immagine riportata da una mappa sia la realtà effettiva di ciò che viene proposto da quella immagine. Se ciò fosse vero, la mappa sarebbe un oggetto semiotico, ma non lo è, almeno in base alla argomentazione del semiologo. Il fulcro di tutta la faccenda è interrogarsi quanto il significato di questo oggetto semiotico possa realmente identificarsi con la realtà naturale del mondo e dello Universo. La premesse fondamentale di questo ragionamento è che la mappa dovrebbe avere una estensione uguale alla realtà che descrive ed essere totalmente sovrapponibile a questa; in pratica, la scala di riferimento delle dimensioni dovrebbe essere di 1/1 m. Questa identificazione della scala di riferimento suggerisce dunque, che la mappa per essere un oggetto semiotico dovrebbe essere in tutte le sue parti la stessa realtà materiale e quindi, “sostituirsi” (come fa il segno linguistico al riferimento denotativo nella teoria linguistica tradizionale) a questa, prendendone il posto e il ruolo. Ci sono varie ragioni per cui ciò non è possibile e per cui si cadrebbe in alcune contraddizioni, ma quella più interessante e importante riguarda proprio la sovrapponibilità della mappa. Pensare che si possa avere una mappa estesa quanto il mondo, sospesa sopra il mondo e sovrapponibile sul mondo suggerisce la idea che il mondo della mappa sia una superficie sovrapposta al mondo reale e che questo ultimo sia un oggetto che può essere «impacchettato» da una superficie di pari dimensione.

Questo ultimo carattere rende la «mappa» non un oggetto semiotico, pur presentando informazioni e dati che possono comporre nella descrizione e rappresentazione di qualcosa, in questo caso della Terra. Il gruppo di informazioni e dati che compongono questa immagine non costituiscono un sistema di proprietà su cui poter determinare la connotazione di un significato, fondamentale nella formulazione di una analisi semiotica dello oggetto in questione. Pertanto, il piccolo giocattolo a forma di mappamondo di per sé è qualcosa di affine o di vicino a ciò che indicativamente pensiamo essere una «mappa», ma questa verosimiglianza non è sufficiente da intendere questa immagine la configurazione semantica di un significato. E tuttavia, ciò stupisce visto che si muove dalla presunzione che la immagine del mappamondo è la effettiva rappresentazione del mondo, del pianeta Terra. Il tema della sovrapponibilità cui faceva menzione la argomentazione di Eco ripropone il tema della simmetria geometrica, della equivalenza delle superfici piane che però, non possono proporsi per la immagine del mappamondo, perché la superficie del mappamondo non è una superficie piana, bensì è una curva. Le mappe attuali sono uno strumento descrittivo formidabile, ma del tutto incompatibile con tutti i casi citati da Eco nello scritto Astronomie Immaginarie, perché è assente in molte di quelle ricostruzioni il tema di come riprodurre su una superficie piana una realtà materiale che invece è più compatibile con una superficie curva. La stessa geometria euclidea trattava le superfici curve, dissertando di teoremi applicati ad una classe di oggetti molto speciali che sono i cerchi, ma lo approccio euclideo prevede la presunzione che tutti gli oggetti geometrici, compresi cerchi e circonferenze, abbiano un profilo costante e quindi, la loro analisi risulti compatibile con il criterio della proporzione, cioè siano incentrate su precise, conformi e ripetibili relazioni di equivalenza. La Terra non è un oggetto che ha una superficie dallo andamento costante e non è neanche una circonferenza perfetta. Tuttavia, quando il matematico alessandrino Eratostene determinò (con una approssimazione vicina al vero) il raggio della Terra compose un ragionamento geometrico di tipo euclideo.

Per avere una idea intuitiva dei problemi che intercorrono riguardo alla composizione della immagine di un mappamondo si consideri la seguente esperienza. Si prenda un palloncino su cui si disegna con un pennarello un triangolo e un segmento abbastanza lungo: il palloncino sgonfio ripropone a diverse condizioni una superficie piana tanto che se il triangolo disegnato è un triangolo equilatero, è possibile poter calcolare su quello oggetto il valore della diagonale mediante lo uso del noto teorema di Pitagora, quello per cui i2 = C2 + c2. Ma se si gonfia il palloncino, si avrà la stessa situazione? È il matematico tedesco Bernhard Riemann (1826-1866) a fornire la risposta a ciò, una risposta che è negativa: in una superficie curva non esiste più una geometria piana, cioè una geometria di tipo euclideo. Nel caso della esperienza indicata la linea retta disegnata sul palloncino si estende di una lunghezza maggiore di quella fissata dal disegno a palloncino sgonfio, in quanto la linea retta è diventata una linea curva, in seguito detta geodetica. Ciò accade perché il palloncino gonfio non è un oggetto euclideo come può essere un quadrato, per il quale la somma degli angoli interni è uguale a 360°, ma è un oggetto ellittico, per il quale la somma degli angoli interni è invece maggiore di 360°. Questo comincia a comprendersi con le geometrie non euclidee e tramite la definizione fornita dalla teoria della relatività del fisico tedesco Albert Einstein (1879-1955) che spiega come possa accettarsi la uguaglianza tra superficie piana e superficie curva.

Per capire il concetto einsteiniano si immagini una esperienza ideale, ma non troppo. Si supponga di osservare il movimento di due formiche appaiate su una superficie piana, ci si aspetterà che compiano un moto dal punto di inizio A al punto in cui termina la osservazione della esperienza, mettiamo al punto B. Durante il moto le due formiche procedono in modo parallelo e quindi manterranno la stessa distanza per tutto il tempo del movimento. Ora, si immagini le stesse due formiche, appaiate parallelamente, osservate a compiere lo stesso tragitto, ma su una superficie curva e non più piana. La osservazione riporta due esiti molto curiosi:

·         nel caso di una superficie curva e concava (dimensione ellittica), le due formiche procederanno in direzione del punto B e tenderanno ad avvicinarsi sempre più, fino addirittura ad incontrarsi;

·         nel caso di una superficie curva convessa (dimensione iperbolica), le due formiche procederanno verso B e tenderanno ad allontanarsi la una dalla altra.

  Ciò che stupisce da questo esperimento è la incapacità degli strumenti umani nel registrare questa situazione: si deve fissare il principio assoluto di una misurazione di tipo euclideo per osservare tale situazione e quindi, sottrarsi per così dire dal “giogo” della dimensione di appartenenza.

Ora, questo tipo di esperienza è alla base della formulazione della concezione relativistica della piega dello spazio formulata da Einstein facendo riferimento alle curve geodetiche di Riemann. Per comodità di esposizione, si può continuare a pensare allo spazio come una “normale” superficie piana (come vuole la geometria euclidea), ma dover ammettere la esistenza di forze notevoli che riescono a piegare questa superficie a tal punto da curvarla. Tali forze sono le forze di gravitazione dei pianeti e delle stelle. Esse producono per così dire una specie di avvallamento intorno allo oggetto gravitazionale tale da trasformare lo spazio attorno a sé come uno spazio curvo e non rettilineo. Tale curvatura non influisce solo sulla struttura dello spazio, ma anche nella struttura del tempo, il quale risulta dilatato oltre la misura ordinaria. È la nota tesi della curvatura spazio-temporale della teoria della relatività: su di essa si basa il famoso argomento dei gemelli e di tanti altri argomenti tesi a spiegare le varie contraddizioni legate alla dimensione del tempo e della velocità.

A questo punto si hanno alcune nozioni sufficienti per capire quanto segue. Riprendiamo il giocattolo del mappamondo da cui si è partiti allo inizio. Se la immagine del mappamondo è la trasposizione fedele della realtà del pianeta, basterebbe prendere riga e compasso e determinare le distanze da una località alla altra. Ma nel piccolo mappamondo non mi è possibile, perché è una superficie sferica e forse prendendo un mappamondo di dimensioni più grandi potrei in una certa misura utilizzare riga e compasso come se stessi misurando su una superficie piana. Per agevolarmi il lavoro, ricorro ad una carta geografica o ad una pagina di un atlante e usando riga e compasso inizio a determinare la distanza delle località che mi interessa. Il fatto di operare su carta mi illude sul fatto che la distanza che sto determinando è una grandezza non ipotetica, ma “reale”, cioè deve tenere in considerazione che non è rintracciabile così bellamente sulla mera superficie del foglio, ma che già il foglio in questione ha trasfigurato perfettamente ciò che la misurazione euclidea non riuscirebbe a calcolare. Per capire, se si prende uno stradario della propria città e si disegna su di esso un punto con la matita corrispondente alla propria abitazione, e a partire da questo punto disegnare il tragitto dalla propria casa verso il teatro della propria città, dove si sta tenendo la rappresentazione che ci interessa assistere, se la superficie del tragitto fosse piano per determinare la distanza che intercorre dalla propria casa dal teatro, basterebbe il noto teorema di Pitagora, infatti il valore della ipotenusa corrisponderebbe alla distanza da percorrere per giungere a destinazione; ma non è così, perché la superficie è curva e lo uso del teorema di Pitagora costringe a considerare i valori in termini assoluti. Questa è la geometria di Minkovski, dal nome del matematico tedesco Hermann Minkovski (1864-1909), che rilevò questa anomalia della applicazione della geometria euclidea.

La mappa dunque, come strumento cartografico rivela un fatto non facilmente accettabile e cioè che ogni misurazione geometrica che si compie sul pianeta non può essere euclidea, ma si muove nello ordine di una geometria ellittica, in quanto la superficie della Terra ha una struttura curva e la sua estensione è talmente grande rispetto alle dimensione di un singolo essere umano che è possibile continuare a formulare con successo misure e calcoli in termini euclidei, pur vivendo su una superficie curva. Ma tale consapevolezza, non osservabile dai sensi direttamente, esplicita un aspetto rimasta sottotraccia nel discorso di Eco sulla natura semiotica della mappa. La stessa formulazione di una mappa non è esente dalla attivazione di quei meccanismi che compongono la stessa immagine e visione del mondo, a tal riguardo la mappa può considerarsi un oggetto semiotico e tuttavia non lo è. Eppure, le valutazioni sul piano matematico che prevedono la possibilità di considerare il mondo un oggetto che può essere impacchettato da una superficie piana come è la carta geografica – e che Eco ha escluso! – attiva una serie di considerazioni che possono spiegarsi soltanto collocando queste considerazioni entro una complessiva e generale formulazione di tipo enciclopedico, vale a dire una formulazione che non escluda, ma raccolga insieme tutte le informazioni relative al tema in questione – pressappoco quel che fece lo stesso Einstein non escludendo a priori anche le formulazioni apparentemente meno condivisibili. Pertanto, pur non essendo un “vero” oggetto semiotico la definizione della mappa come strumento matematico di descrizione costringe la stessa matematica ad attivare valutazioni molto simili a quelle che un semiologo attiverebbe per un oggetto semiotico qualsiasi, il che rivela che in termini generali la composizione di un significato scientifico deriva da più registri e più fonti di analisi.

Porto Empedocle, 24/11/2021

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