giovedì 25 novembre 2021

Sul concetto semiotico di «enciclopedia»


O

gnuno di noi possiede un documento personale di riconoscimento, di solito una carta di identità, ebbene se si consulta questo documento si trovano gran parte delle informazioni che riguardano la nostra persona come il nome, il cognome, la data e il luogo di nascita, il comune di residenza con la indicazione della via compreso di numero civico, perfino la professione che allo atto della promulgazione del documento è stata dichiarata allo ufficiale dello ufficio anagrafe. Per quanto riguarda il tema di queste righe è bene soffermarsi su una sezione in specifico di questo documento, sezione indicata con il titolo «Connotati e Contrassegni salienti». In questa sezione si trovano le seguenti voci con i rispettivi valori determinati, nel mio caso la sezione appare come segue:

 

Voce della sezione

 

 

 Contenuto indicato dal documento

 

 

  STATURA

°°°°167

  CAPELLI

°°°°Castani

  OCCHI

°°°°Castani

  SEGNI PARTICOLARI °

°°°°Nessuno

 

Personalmente, avrei qualche preferenza e se mi fosse stato possibile avrei preferito trovare scritto in questa sezione alla voce OCCHI magari lo attributo AZZURRI, ma guardando la fotografia a corredo del documento sarebbe stato impossibile; forse, più fattibile la informazione «BELLISSIMO» alla voce SEGNI PARTICOLARI, ma non mi pare che ci sarebbe stato qualcuno a crederlo e ad affermarlo. In ogni caso, le varie attribuzioni assegnate dal documento compongono una definizione di me stesso, utile ovviamente non per una riflessione esistenziale o metafisica o psicologica del sottoscritto, ma semplicemente per rendermi riconoscibile alla comunità.

Il sistema adottato dalla burocrazia nazionale ricorre alla costruzione di un sistema di proprietà – e quei contenuti presenti nella carta di identità sono da intendersi tali – con il quale operare una definizione della persona a cui sono attribuite. In linguistica e in semiotica questo procedimento descrive un Contenuto Molare [Eco 1996], cioè informazioni che descrivono alcune caratteristiche specifiche di ciò a cui ci si sta riferendo; il Contenuto Molare è già una informazione più pertinente e più aderente al riferito, anche se a ben guardare ci si muove ancora nello ambito di una connotazione molto generica, non proprio individualizzante, in quanto possono esserci persone oltre me che sono alte 167 cm, che hanno capelli e occhi castani e non presentare alcuna specifica caratterizzazione fisica tanto da essere immediatamente riconoscibile. Infatti, fa fede la fotografia che è allegata al documento a dare allo intero documento personale la sua intrinseca validità e rilevanza significativa, perché la immagine fotografica funge da referenza ostensiva, cioè da esemplare che potrebbe essere indicato con il puntamento di un dito se fosse materialmente presente allo interlocutore: ovviamente, questo meccanismo elude il fatto che anche la immagine fotografica è a sua volta un segnale, certo diverso da quello di un cartello stradale, ma molto più affine ai vari cartelloni pubblicitari.

Ecco dunque, delinearsi un tema particolarmente interessante e a suo modo anche attuale, a causa del dibattito molto caotico e scomposto sulla scienza, e cioè gli esiti effettivi della composizione di un significato. Lo esempio che ho proposto può considerarsi un piccolo modello su cui impostare il ragionamento a riguardo. Per molto tempo, il problema della definizione dei contenuti scientifici è un tema strettamente correlato alla attività di denotazione del soggetto. Nella interlocuzione, ma anche nella composizione delle conoscenze scientifiche ci si muove, anzi ci si muoveva pensando e credendo che il significato di un segno linguistico o di una proposizione fosse determinato dalla sua effettiva correlazione con lo oggetto del suo riferimento. Il linguista svizzero Ferdinand De Saussure (1857-1913) nel suo noto Corso di linguistica generale (1916) costruisce il circuito della comunicazione sul modello medievale della struttura semiotica di signum-res e quindi, il significato di un segno linguistico è inteso come la trasposizione linguistica dello oggetto riferito come se fosse materialmente presente: di qui, la idea molto tradizionale per cui il segno linguistico sia quella unità utilizzata “al posto di” ciò di cui si sta parlando. La lingua insomma, è la immagine virtuale e trasposta della realtà materiale e concreta, per cui la fonte di senso sia delle attività linguistiche e semiotiche, sia delle singole unità linguistiche e semiotiche rimane sempre la realtà concreta e materiale, cioè la dimensione extra-linguistica.

Stesso discorso per le definizioni della scienza, soprattutto dopo la svolta naturalistica avutasi con il noto dibattito astronomico del Seicento e dopo lo imporsi del metodo scientifico che privilegia la osservazione diretta della natura è evidente che la realtà osservata e registrata dai sensi è la sede della rilevanza significativa di qualsiasi asserto scientifico. I dibattiti teorici che dal Seicento in avanti sono stati prodotti ammettono indistintamente questo tipo di dominio empiristico nella formulazione del sapere scientifico, dominio che è diventato il precetto per la definizione di un meccanicismo materialistico formulato dallo scienziato inglese Isaac Newton (1642-1726), ma imposto culturalmente dall’Illuminismo francese con figure come il matematico e astronomo francese Pierre Simon Laplace (1749-1827) e il matematico di origini italiane Joseph-Louis Lagrange (1736-1813). Si fatica molto prima di accorgersi che la formulazione linguistica degli stessi contenuti scientifici contiene in sé alcune falle per così dire inevitabili e non più solo sul piano logico, come rivela in fondo il formalismo meccanicistico del Tractatus logico-philosophicus (1919) di Ludwig Wittgenstein (1889-1951). Infatti, se figure come Giovanni Vailati (1863-1909) espressero l’esigenza e l’urgenza di ragionare con maggiore consapevolezza sui sistemi rotazionali e sulle procedure comunicative del sapere scientifico, tuttavia la soluzione che veniva avanzata rimaneva saldamente ancorata alla attività denotativa e ad una costruzione logico-semantica degli stessi contenuti; grossomodo come se dai trattati di logica di Aristotele non fossero trascorsi i diciotto secoli che ci separano dallo antico e illustre filosofo greco. Eppure, lo stesso Aristotele aveva rilevato una bizzarra anomalia e metteva in guardia tutti coloro che si occupavano di scienza di badare a questa anomalia. La anomalia in questione si rivela in particolare nei capitoli delle Categorie e riguarda il fenomeno della polisemia. Lo antico filosofo muoveva dalla posizione che il significato di qualcosa fosse una determinazione esclusiva, cioè una composizione univoca dei contenuti che riguardassero lo oggetto riferito; in linea di principio, ogni forma di scostamento rispetto a questa univocità introduce una contraddizione nel significato e dunque, un problema in termini di individuazione e comprensione filosofico-scientifica. Tuttavia, lo stesso Aristotele conveniva che in alcuni casi la definizione dl riferito ammettesse questo fenomeno polisemico in maniera “strutturale”, come nel caso appunto, del concetto filosofico di to’ ‘ón, cioè della espressione che descrive il tema filosofico dello «essere».

È noto che il razionalismo logico di Aristotele si è impegnato a costruire un sapere che fosse il meno contraddittorio e ambiguo possibile, tanto che la stessa struttura del sillogismo scientifico forniva criteri e metodi retorici e formali per determinare argomenti che avessero una validità scientifica indubbia e indiscutibile. Ma la battaglia di Aristotele contro le anomalie linguistiche della comunicazione e le contraddizioni sconcertanti della logica si scontrano nelle affermazioni sensate e alquanto inorridite di una piccola bambina di nome Alice: lo stesso Aristotele ne sarebbe stato sorpreso, malamente stupito.

La svolta linguistica del XX secolo non ha modificato ciò che una lunga tradizione letteraria e scientifica ha ampiamente consolidato, vale a dire la affermazione di un forte dominio semantico, dominio su cui si basa la idea di un «pensiero forte», cioè di un sistema culturale e scientifico per nulla incline a negare validità non solo alle proprie procedure e meccanismi, ma anche ad insinuare il dubbio che la via del metalinguaggio sia in fondo, la sconfessione della semplificazione logico-metafisica di Guglielmo di Occam (1288-1347) e che forse, il rasoio della scienza ha necessità di essere limato. In questo paesaggio, il successo della semiotica definisce la affermazione di una attività che ha il ruolo e la funzione di verificare i procedimenti linguistici che agiscono nella stessa composizione dei significati scientifici, il che di per sé è contraddittorio rispetto al fatto che la fonte della conoscenza è solo la realtà sensibile, gli eventi della natura e i fatti empirici. In effetti, la attività semiotica sembra estranea alla attività scientifica, almeno in senso stretto. Ciò ci viene confermato da una distinzione formulata da Umberto Eco nella prefazione citata dalla antologia di Augusto Ponzio (n.1942) [Ponzio 1976: pp.164-67] a I sistemi di segni e lo strutturalismo sovietico [AAVV, Milano 1969] che indica come la attività scientifica sia legata a sistemi non direttamente collegati al sistema della cultura, cioè a quei meccanismi ordinari propri di una società, e ciò a causa del formalismo simbolico dei suoi contenuti: la scienza compone i propri contenuti secondo regole e criteri che non sono quelli della comunicazione ordinaria, ma sono specialistici e autoreferenziali. Pertanto, lo interesse della semiotica al discorso scientifico è limitato soltanto a quel momento in cui la scienza diventa un fatto culturale, cioè quando i suoi contenuti iniziano ad avere una diffusione nella opinione pubblica, altrimenti la teoria scientifica produce segni e significati “alieni” rispetto al pensiero sociale. E tuttavia, il linguista italiano Tullio De Mauro (1932-2017) parlando di «arbitrarietà del segno linguistico» indica

«la nozione, già aristotelica, di immotivazione naturalistica della forma del segno rispetto al suo valore referenziale. (…) non c’è alcuna necessità d’ordine naturale per cui il referente debba essere individuato da un ordine fisico: [la necessità] sorge soltanto all’interno d’un determinato codice, una volta che si sia stabilito di accettarlo rispettandone le convenzioni» [cit. Ponzio 1976: pp.319-20].

È evidente che tale impostazione rivelerà una certa insoddisfazione teorica, perché suggerisce che le attività legate alla scienza siano di altra natura rispetto alle ordinarie attività cognitive dell’individuo. Inoltre, suggerisce una specializzazione dell’intera attività semantica e una griglia ontologica che possiedono un sistema di “autodiagnosi” dei propri contenuti fondamentalmente differenti da quelli ordinari e oggetto di interesse della stessa semiotica. Ma a lungo andare tale approccio si rivelerà non più sostenibile e lo stesso Eco è tra quelli (forse il primo) a denunciarne i limiti. Una posizione trasversale rispetto al panorama culturale europeo che viene a descriversi costantemente lungo una serie di libri del semiologo e soprattutto intorno ad un tema che prenderà sempre più rilievo nelle tesi del semiologo italiano, cioè il tema della enciclopedia.

Avevo tentato di descrivere questo percorso in uno scritto dal titolo Il problema tassonomico delle definizioni scientifiche, che pensavo di mettere qui sul blog, ma l’eccessiva estensione mi ha scoraggiato a farlo; ecco perché ho optato per una esposizione più sintetica e forse soltanto accennata di queste righe, tuttavia c’è da fare alcune precisazioni. Anzitutto, pur essendo costante l’interesse di Eco al tema della enciclopedia, questo interesse però si focalizza esclusivamente sui termini di una distinzione tra enciclopedia e dizionario che con il passare del tempo diventerà sempre più rilevante e decisiva nella composizione del concetto di enciclopedia, che diventerà un tema fulcro della teoria della referenza e della composizione del significato nell’opera saggistica dopo la metà degli anni Novanta del secolo scorso. Inoltre, il concetto di enciclopedia diventa la risposta migliore che si possa formulare per risolvere alcune fondamentali contraddizioni affiorate nella teoria linguistica, soprattutto per quanto riguarda l’attività scientifica della classificazione tassonomica: il criterio semantico non può intervenire con soddisfazione nel dirimere le eventuali ambiguità tassonomiche e le controversie sulla natura e trasmissione dei contenuti della scienza, proprio perché esiste non solo una divergenza lessicale e contenutistica tra la semantica scientifica e la semantica propria e acquisita in modo ordinario da chi non ha specializzazioni scientifiche. A ciò si aggiunge un fatto semiotico sorprendente e che già era emerso in [Eco 1975], cioè che la composizione dei significati non ha sempre un’origine denotativa. Se l’analisi dei lessemi nello spiegare il contenuto di una definizione, dunque di un significato ricorre sovente alla referenza ostensiva, cioè alla pratica di indicare puntando con un dito il referente del segno linguistico (esempio, /Luna/ significa «Luna» e così dicendo si punta un dito verso il satellite naturale della Terra), tale usanza non risolve i problemi di comprensione (e di persuasione) legati alla comunicazione del contenuto scientifico. Affinché la comunicazione scientifica dei propri contenuti sia efficace occorre una effettiva integrazione tra due sistemi semantici non solo eterogenei, ma anche incompatibili tra loro.

Il concetto semiotico di «enciclopedia» diventa lo strumento concettuale con cui poter risolvere queste controversie, ma significa iniziare a pensare la denotazione non più in termini di referenza ostensiva, ma come un sistema complesso e arzigogolato di connotazioni che raccolte insieme contribuiscono non solo a comporre il significato, ma anche a fornire (seppur in via di indirizzo) una qualche spiegazione. Esempio, se il lessema /balena/ viene spiegato dallo zoologo elencando un sistema di proprietà (semantica da dizionario/vocabolario) da cui a sua volta fa derivare la definizione scientifica grossomodo simile a questa uguaglianza:

«MAMMIFERO + ACQUATICO + APPARATO POLMONARE + PRESENTE NEI MARI DEL NORD»,

definizione dove le proprietà ACQUATICO e APPARATO POLMONARE rivelano la famiglia di appartenenza dell’animale, cioè a quella dei cetacei. Ora, ammesso che un qualsiasi interlocutore abbia una idea o un’immagine cognitiva dell’animale, la definizione può rivelare degli inganni e magari far pensare a chi non è zoologo che la «balena», essendo un animale acquatico, sia più simile ad un comune pesce che non al proprio cane o gatto. Ad aiutare nella comprensione della definizione sopra presentata possono intervenire attribuzioni che derivano da un insieme di connotazioni non tutte derivanti dalla esperienza diretta in mare o ad un acquario pubblico, come nel caso della letteratura, che oltre ad essere piena di una variegata e multiforme caratterizzazioni che possono intervenire nella connotazione del riferito di una definizione scientifica, per cui chi ha letto il noto romanzo di Hermann Melvile (1819-1891), Moby Dick (1851), può avere oltre che il Tipo Cognitivo di /balena/, anche una “giusta” definizione del suo significato, ma anche pregiudizi e imprecisioni contribuiscono a formulare significati che si riversano nel pensiero sociale. Ma questa è un’altra storia.

L’introduzione delle connotazioni letterarie rivela una natura composita di una qualsiasi definizione, anche di una definizione scientifica come si è visto e ciò costringe a dover ammettere che la spiegazione di un contenuto specialistico come può essere appunto, una definizione scientifica deve avvalersi di uno strumento che non sempre interviene a dirimere le controversie come il dizionario. A volte, la spiegazione e comprensione di un significato può realizzarsi tramite un precedente contenuto acquisito magari secondo canali di informazione e secondo mezzi di informazione differenti da quelli consueti – o quelli deputati all’acculturazione della società come famiglia e scuola – e ciò nonostante non è detto che il contenuto sia del tutto fuori campo: basti pensare all’opinione di Eco sul valore dei fumetti contemporanei nella composizione dei significati diffusi socialmente. Ma affinché ciò possa realizzarsi occorre una prospettiva generale e complessiva delle caratterizzazioni che sono attribuibili ad un riferito che può determinare una selezione, un aggiornamento e una scelta delle attribuzioni corrette al significato in questione. È l’idea di Enciclopedia Massimale che Eco espone in [Eco 2012] con la quale mette fine ad una storia di controversie tra dizionario e enciclopedia che risale fino ad epoche antiche, ma dà inizio a possibilità di classificazione e a strutture enciclopediche (esempio le reti neurali alla base della Intelligenza Artificiale) dove il concetto semiotico di «enciclopedia» non indica più il concetto epistemologico di mathesis, cioè di sapere universale [Michel Foucault 1966], ma indica un sistema dove intervengono specifiche condizioni che rende questo sapere un materiale di informazioni suddiviso e divisibile in campi locali, facilmente rintracciabili mediante una ricerca in chiave tematica e che descrive tutte le caratterizzazioni relative all’argomento. A riguardo, alla base di questo concetto non c’è più la tradizionale concezione di una universalità dei contenuti, ma la attività di una struttura, costruita intorno ad un criterio regolativo, che configura percorsi tematici, articolati e complessi, con cui comporre definizioni e contenuti di ogni genere, compreso i contenuti della scienza.

A suo modo, il Discorso Preliminare (1751) del filosofo francese Jean-Baptiste Le Rond D’Alembert (1717-1783) che introduce la nota opera dell’Illuminismo francese, cioè l’Enciclopedia indica due caratteri che anticipano l’idea di criterio regolativo alla base della Enciclopedia Massimale di cui si diceva. Il filosofo francese offre due caratterizzazioni della Enciclopedia, anzitutto quella di essere un «mappamondo» e quella di essere un «labirinto». Sono due caratterizzazioni di estremo interesse e che più di quanto potesse immaginare D’Alembert colgono due attività di grande potenza e proficuità, almeno per come la civiltà umana ha imparato a definire e a comporre le proprie attività scientifiche e culturali. Il concetto semiotico di «enciclopedia» risolve molti problemi di comprensione e di orientamento, tuttavia non è un concetto predeterminato, ma viene a configurarsi nell’articolato  processo di accumulazione di informazioni e di contenuti; in qualche caso, questo concetto è anche alla base di clamorosi fraintendimenti che sono imputabili per lo più al modo in cui viene configurata la struttura a rete della stessa enciclopedia (è il caso della Enciclopedia Ontologica formulata da James Joyce (1882-1941) [Eco 2012]) che può essere causa e motivo di quel fenomeno di ridondanza semantica che diffonde contenuti perverse o configurazioni scellerate di uno o più significati; in questo casi si deve operare aggiornando o riformulando intere sezioni di enciclopedia e forse addirittura dell’intera stessa enciclopedia. Ma ciò significa anche che, senza scomodare civiltà extraterrestri, essendo le stesse definizioni enciclopediche un condensato di connotazioni, alcune fissate tramite convenzioni sociali, la traduzione di esse in una lingua ed in un sistema culturale che non adotta le convenzioni fissate per le definizioni enciclopediche, la traduzione dicevo, appare molto complicata e non sempre coronata da successo: questo è un aspetto non considerato nel puzzle proposto da un libro del matematico Martin Gardner (1914-2010) riguardante la situazione provocatoria di poter ridurre un intero volume della Enciclopedia Britannica in una stringa numerica [Gardner 1978].

Porto Empedocle, 25/11/2021

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