lunedì 30 settembre 2019

Chernobyl, un problema di colonizzazione dell’immaginario e tema storiografico della fine della Guerra Fredda. Breve annotazione.


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Foto storica dell’impianto, realizzata prima degli anni Ottanta.






Questo post prende spunto dalla visione della serie televisiva della statunitense HBO dedicata al disastro di Chernobyl, consumatosi nell’aprile del 1986 presso la centrale ad energia atomica Nicolaj Illiac Lenin (IV) sita nei pressi della cittadina di Pripy’at, in Ucraina. La docu-serie ricostruisce i momenti e le decisioni che hanno condotto alla distruzione del reattore nucleare del blocco 4 dell’impianto, incentrando il racconto dei fatti sulle omissioni denunciate dall’audio testamento del fisico sovietico Valerij Alekseevic Legasov, morto suicida nel secondo anniversario del disastro (26 aprile 1988).

Sulla serie americana si sono pronunciati in moltissimi, opinioni che non è mia intenzioni riprendere, né amplificare, tuttavia un giudizio mi sento di affermare e cioè che sebbene il racconto s’ispiri al documento di Legasov alla fine sembra riproporre la versione ufficiale del governo sovietico dell’epoca, prima intento a voler insabbiare le molte informazioni imbarazzanti, per poi abbracciare la tesi di Legasov delle criticità e del difetto di progettazione del reattore, oltre l’ovvio scaricamento delle responsabilità del disastro alla colpevole condotta degli operatori e degli amministratori della centrale.

Non voglio discutere sulla vicenda giuridica, oggetto di svariate inchieste giornalistiche, di documentari e di ricostruzioni storiche, compresa di una diffusa letteratura sul tema e sugli effetti catastrofici del disastro. Il mio scopo è più didattico e soprattutto orientato ad evidenziare come il fatto di Chernobyl rappresenti e, a mio avviso, descrive il primo vero grande evento che segna di fatto la fine della Guerra Fredda e l’inizio della nuova era della Globalizzazione. E soprattutto, Chernobyl segna una questione di estrema importanza e che ancora adesso non ha trovato una soluzione soddisfacente, figurarsi una soluzione definitiva, che è quella che riguarda la sussistenza del tradizionale sistema (o modello) energetico basato sulla centralità dei derivati dal carbon fossile.

Al netto di tutte queste questioni, mi limito a segnalare alcuni elementi, in parte presentati nella mini-serie sopra menzionata, in parte rintracciabili nei servizi giornalistici dell’epoca. Il più eclatante di questi elementi è quello fornito da uno speaker della televisione di stato sovietica durante una cronaca girata tre giorni dopo il disastro.

(Il brano a cui mi riferisco lo si può trovare al minuto 2’:20”- 2’:40” nel filmato, Compilation of Rare 1986 Videos of Chernobyl Disaster (English), presente sul canale di NewsFromUkraine)

Da quel che emerge dalla traduzione inglese del servizio, lo speaker sovietico tende a minimizzare la gravità del disastro, fornendo al contempo una piccola panoramica dell’ambiente intorno alla centrale, affermando che gli effetti del disastro non inducano ad alcun tipo di preoccupazione, perché gli effetti dell’esplosione non sono assimilabili a quelli di un’esplosione atomica tradizionale, vale a dire quella classica prodotta da una bomba vera e propria (con l’immensa fiammata e relativo fungo di polvere che si solleva da terra). Insomma, dalle immagini della televisione nulla intorno alla centrale lascia intendere che a Chernobyl potesse essersi verificata una situazione assimilabile al rullino di immagini relative alle esplosioni nucleari. Certo, quanto affermato dallo speaker sovietico può considerarsi il solito tentativo di (auto)censura dinanzi ad un episodio imbarazzante per il proprio governo nazionale, ma può essere anche il segno più evidente di un automatismo, di una colonizzazione dell’immaginario compiuta proprio dalla vasta campagna di disinformazione che faceva leva sulla paura dell’atomica: Chernobyl da questo punto di vista presenta il conto di queste ansie e paure presentando una situazione che è sì drammatica, ma lo è ancor più perché suggerisce uno stato di cose che non è quello che è realmente accaduto in quell’occasione.

L’esplosione nella centrale di Chernobyl non è stata un’esplosione atomica, ma una violenta deflagrazione tradizionale. Nulla, ma proprio nulla che possa ricondurre a quelle immagini - a cui mi riferivo - diffuse dalla propaganda militarista durante la Guerra Fredda. Gli effetti psicologici prodotti da questa colonizzazione si palesano in modo spontaneo e non necessariamente indotti da una logica di repressione dell’opinione, che in ogni caso c’è stata da parte del governo sovietico. In tal senso, il “minimizzare” dello speaker sovietico ha un doppio senso:
  •      effetto positivo: interrompere il tradizionale circuito immaginifico che la propaganda militarista dei decenni precedenti ha definito ed alimentato sotto forma di varie psicosi ed ansie terroristiche;
  •      effetto negativo: proprio questa tentativo di censura rivela non solo l’azione di insabbiamento condotta dal governo, ma soprattutto quanto e a che livello si sia protratta la colonizzazione dell’immaginario dell’opinione pubblica, anzitutto sovietica e più in generale di quella europea.


Ciò significa che nessuno all’epoca del disastro aveva una chiara idea di cosa volesse dire un disastro nucleare e nel comprendere quanto stava accadendo, ovviamente ci si rifà alle nozioni acquisite o ai luoghi comuni che si sono sedimentati nell’opinione privata e pubblica. Solo in seguito, a distanza di alcuni anni, si è avuto una netta percezione di cosa fosse accaduto in quel sito, ma il fatto che si fosse del tutto impreparati a gestire una emergenza di quel tipo, non solo sul piano scientifico, anche sul piano culturale dimostra quanto il disastro di Chernobyl rappresenti un fondamentale momento di svolta storica sia nel rapporto con l’energia atomica, sia nel rapporto globale con le tematiche ambientali: la gravissima contaminazione dell’ambiente è il primo vero evento che pone innanzi all’opinione pubblica europea e mondiale l’urgenza di una migliore e più oculata gestione dell’ambiente.

In ogni caso, pochi nell’opinione pubblica dell’epoca avevano gli strumenti per capire cosa stava accadendo in quella parte dell’U.R.S.S. e l’ansia prodotta dalla disinformazione sovietica aggravava ancor più lo stato d’animo dell’opinione pubblica, incapace a comprendere, perché non aveva alcuno strumento per capire la evolversi della situazione. A riguardo, proprio in seguito alla vicenda di Chernobyl la IEAA, cioè l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, produrrà uno strumento di valutazione degli incidenti nucleari rivolto proprio all’opinione pubblica, che è dato dalla Scala INES, fornendo così un metro con cui misurare la reale gravità dell’evento atomico, foss’anche un fatto non direttamente collegato alla produzione industriale.

La svolta che il disastro di Chernobyl imprime nelle coscienze dell’opinione pubblica è anzitutto, la presa d’atto della necessità di decolonizzare il proprio immaginario con conoscenze e nozioni più precise sul tema ed in fondo, la vasta eco che il disastro di Chernobyl ebbe è il segno inequivocabile di quest’urgenza che bisognava soddisfare.

A conclusione, di questo breve intervento, vorrei aggiungere che dopo il disastro di Chernobyl vi è un altro grave disastro nucleare, quello realizzatosi nel complesso industriale di Fukushima Daichii in Giappone nel marzo del 2011. Il disastro nucleare giapponese ha prodotto varie conseguenze gravissime, tanto che nella Scala INES è considerato, al pari di quello di Chernobyl, catastrofico, cioè il grado massimo che un evento nucleare può e deve raggiungere, tuttavia nel nostro immaginario di europei il disastro nella centrale ucraina conserva un qualcosa di iconico, perché Chernobyl a differenza di Fukushima ha realmente descritto una svolta, un vero cambio di epoca proiettando anzitutto l’Europa, ma poi un po’ tutto il mondo verso l’era della Globalizzazione. È abbastanza sorprendente osservare che gli eventi che hanno annunciato l’inizio di questa era siano state il disastro nucleare a Chernobyl e la conseguente contaminazione ad opera della nube tossica sviluppatasi dall’evaporazione dell’acqua presente nel reattore, e poi il contagio finanziario causato dalle crisi finanziarie in Asia ed in Russia (1989 e 1991). In entrambi i casi l’orizzonte che questi due eventi hanno posto dinanzi all’opinione pubblica mondiale non è più quello regionale tipico della Guerra Fredda, ma quello di un pianeta interconnesso economicamente, commercialmente, ecologicamente. A riguardo, è più decisiva la data del 1986, che anticipa di pochi anni ciò che nell’attuale immaginario assegniamo alla data del giugno 1989, cioè a quel cambio di epoca che per l’Europa la storiografia fa coincidere con l’unificazione territoriale della Germania. A mio avviso, questo cambio va retrodatato di un paio di anni…
Porto Empedocle, 30 settembre 2019

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