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Quanto segue è più breve di
quello che stavo preparando in precedenza, anche se verte sullo stesso
argomento, cioè l’analisi che il filosofo tedesco Karl Marx realizza in un paio
di manoscritti, definiti dalla storiografia con il titolo di Manoscritti matematici.
La rilevanza intellettuale
di questi manoscritti è veramente enorme, non solo perché possono considerarsi
degli studi preparatori di quella struttura concettuale che è alla base di
scritti di grande significato come il Saggio
sul plusvalore e sul profitto, che certamente fanno sentire la loro
influenza almeno nel terzo libro de Il
Capitale, ma perché permettono di inscrivere la figura di Marx entro quel
consesso della scienza europea, che a causa della sua statura di ideologo
politico e filosofo del socialismo difficilmente può rientrarvi. In questi
scritti il contributo che Marx dà al dibattito della scienza europea del XIX
secolo è realmente importante, forse più delle sue analisi scientifiche sul
sistema capitalistico, ma questa è una mia opinione..
Come suggerisce il titolo
dei manoscritti, l’argomento riguarda la matematica, tuttavia oggetto dei
manoscritti non è la scienza matematica nella sua interezza, ma uno specifico
aspetto di essa, cioè l’analisi matematica ed in particolare del calcolo
differenziale. L’argomentazione marxista infatti, si colloca in uno scenario in
cui la scienza ottocentesca inizia un complessivo processo di risistemazione
del linguaggio matematico, fondamentale per l’attività scientifica, soprattutto
dopo che la rivoluzione intellettuale operata dal naturalismo galileiano aveva
informato l’empirismo naturalistico con la struttura operazionale della
matematica: la conoscenza scientifica si fonda sull’osservazione diretta della
natura, ma sottolinea Galilei il linguaggio che la descrive è quello della
matematica. Tuttavia, la matematica a cui guardava Galilei era ancora l’antica
aritmetica greca e la geometria euclidea, strumenti che all’epoca risultava
ancora validi, ma non altrettanti potenti come capiranno i vari matematici
europei dal Seicento in avanti.
Tra i nuovi strumenti di
indagine analitica della scienza deve annoverarsi il calcolo infinitesimale,
anche se per qualche secolo verrà chiamato in altro modo, ma il poter
utilizzare questo strumento occorre da un lato una nuova teoria del numero e
dall’altro lato la definizione di un nuovo metodo di calcolo, quest’ultimo
affidato alla teoria delle funzioni e che verrà indicato nel calcolo
differenziale. Ecco allora, che viene ad istituirsi la analisi matematica come
si conosce oggi e con la quale indichiamo quell’attività matematica con la
quale si opera su numeri «infinitamente» piccoli – di converso anche
«infinitamente» grandi – strutturati (in gergo si dice algoritmizzati) entro
proposizioni formali (le funzioni, appunto) derivanti dalla geometria
analitica, cioè dalla geometria delle superfici curve.
Evito di proporre un excursus storico-tematico tramite il
quale si sia giunti a questo punto, anche se alcuni lo troverebbero di grande
interesse, ma quanto detto è sufficiente per capire quale sia il contesto
tematico entro il quale si inscrive l’intervento marxista. C’è solo da
aggiungere che Marx disserta sul calcolo differenziale, ma il suo argomento non
riguarda l’analisi matematica, perché quest’ultima nella sua epoca continuava a
chiamarsi con il termine islamico di «algebra» (is. al-jabr); inoltre, che la notazione che utilizza il filosofo
tedesco è sì molto simile a quella che si utilizza oggi, ma perché l’apprende
dalla teoria delle funzioni formulata dal matematico Joseph-Louis Lagrange, che
è punto di riferimento dell’intera argomentazione marxista.
Riferendosi al trattato di Joseph-Louis Lagrange, Teoria della funzioni
analitiche (1813), Marx pone un’esigenza diffusa al tempo, quello di
utilizzare una notazione simbolica per il calcolo differenziale che fosse più
chiara e più semplice di quella espressa dal simbolismo newtoniano. L’opera di
Lagrange è ampiamente indirizzata sulla notazione leibniziana e Marx la adotta
serenamente, tuttavia il filosofo tedesco accomuna questo simbolismo
leibniziano a quello newtoniano nell’accusa stigmatizzante di essere una
matematica avente un simbolismo «mistico» ed «idealista». Questa accusa consiste
essenzialmente nel rifiuto di quel carattere di trascendentalismo che proprio
la scrittura newtoniano-leibniziana consegna all’attività del calcolo. La
trascendentalità consiste in effetti, nell’opinione marxista di operare sulle
quantità del calcolo differenziali secondo la prospettiva della metafisica,
cioè come entità di cui si afferma preventivamente l’esistenza, ma si lascia
del tutto indeterminata la sua natura intrinseca; infatti, l’intento del
calcolo differenziale sarebbe, in base a questa concezione, di riuscire a
fissare il contenuto determinato delle quantità in questione. Ciò da adito ad
arbitri e ad una complessità non particolarmente rigorosa delle operazioni di
calcolo.
Il modello lagrangeiano di
calcolo permette a Marx di rivelare i limiti della notazione
newtoniana-leibniziana, ma soprattutto lo aiuta a rivelare la sua stessa
concezione matematica. L’arbitrarietà delle stesse operazioni matematiche non
permette di tradurre concretamente le quantità in oggetto del calcolo e le
manipola come se fossero realtà che all’occorrenza sparissero. Marx considera
un caso in cui l’annullamento del rapporto differenziale, vale a dire la
composizione di una frazione del tipo
non solo rende non significativa l’intera
funzione, ma cancella di soppiatto quantità precedentemente ammesse come
esistenti, cioè come date.
L’esigenza di avere una scrittura che non
produca situazioni di questo tipo è per Marx rilevante, perché ciò non permette di
utilizzare secondo un’aritmetica «rigorosamente algebrica» lo strumento del
calcolo. Qui con l’espressione «rigorosamente algebrica» Marx si riferisce
ovviamente alla matematica e al modello lagrangeiano che si presenta appunto,
come una rigorosa risistemazione del calcolo differenziale, tuttavia bisogna
aggiungere un altro significato. Per Marx è intollerabile che l’attività del calcolo
possa basarsi su quantità la cui esistenza possa essere vanificata nel processo
di calcolo; l’ammissione di quantità certe, seppur variabili, suggerisce che in
qualche modo nel computo del calcolo queste debbano preservarsi, o comunque non
subire l’annullarsi tramite l’attività operativa. Questo aspetto per il
filosofo non è secondario, perché lo conduce a confrontarsi sullo stesso
terreno della scuola economica austriaca, cioè con gli economisti marginalisti.
Se è vero, come afferma Augusto Ponzio nell’introduzione ai Manoscritti matematici (1975, Dedalo
Libri), che nello stesso periodo della stesura degli stessi scaturisce in Marx
il progetto di formulare una vera e propria teoria generale dell’economia a
fondamento socialista, allora l’estensione del calcolo differenziale al campo
dell’economia non può dare come rappresentazione di questi fatti la convinzione
che alcune quantità comprese nel calcolo non abbiano alcuna rilevanza.
L’esempio immediato riguarda
l’apporto del lavoro dell’operaio nella composizione del valore di una merce.
Se il contributo dell’operaio nel processo produttivo è meno rilevante di quel
che si creda in realtà, ciò pone un grave problema di giustizia sociale, ma
anche un complicato problema di composizione economica della retribuzione. Guidato
dalla teoria lagrangeiana Marx apprende che applicando così com’è il calcolo ai
fatti determinati, come a.e. quelli dell’economia e della legislazione sociale,
può venirsi a giustificare un certo sfruttamento ed abuso sul lavoro dipendente
e sul lavoro retribuito. Tuttavia, Marx crede che questo tipo di stortura,
ravvisabile in termini matematici, sia semplicemente il prodotto di una
ambiguità aritmetica dello stesso calcolo, anzi del suo simbolismo, mentre
esclude che ciò che il calcolo sta registrando possa essere la situazione
reale, concreta e determinata non solo creata dalla subordinazione (come
penseranno i comunisti nel Novecento), ma creata anche dalla natura stessa del
lavoro.
In aggiunta, la polemica
marxista che sembra apparentemente indirizzata verso una realtà più
materialistica del calcolo, necessario questa relazione per estenderlo al campo
dei fatti economici, non si avvede che ciò che indica come metodo
«rigorosamente algebrico», in realtà proietta sempre più il calcolo verso la
determinazione di situazioni più generali ed astratte: voglio dire, Marx accusa
Newton di avere formulato un simbolismo che merita l’accusa di misticismo, in
quanto si muove in direzione di un trascendentalismo del calcolo, annullando e
facendo sparire quantità che invece devono rimanere determinate durante tutto
il processo operativo, ma il modello di riferimento che gli ha permesso di
scoprire questa lacuna concettuale non è esente da questa stessa accusa, anzi.
Se infatti, le quantità del calcolo in Newton ammettono predeterministicamente
di essere delle realtà numeriche, cioè concrete, le stesse quantità nel modello
lagrangeiano non hanno quest’ammissione e è ragionevole pensare che le
variabili che intervengono nel calcolo differenziale di Lagrange siano solo
delle presenze spettrali, ammesse per ipotesi ed in ogni caso, fissate per
descrivere alcune specifiche situazioni teoriche.
È abbastanza sorprendente
che, nonostante le intenzioni progettuali di Marx, il modello da lui proposto e
presentato ed esaltato come strumento analitico rigoroso sia a conti fatti
lontano dal realizzare il progetto marxista di una teoria economica socialista,
paradossalmente il “misticismo” newtoniano sembra più credibile e più aderente
al progetto marxista che non quello lagrangeiano, ma questo sembra essere
sfuggito allo stesso filosofo.


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