martedì 21 aprile 2020

L’inscrizione dell’energia nucleare nel sistema economico. Valutazioni storico-concettuali.




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Molti ricordano (quelli della mia generazione certamente) la data del 26 aprile 1986, è il giorno in cui nel quarto impianto sovietico di energia elettrica a reazione nucleare intitolato Nicolai Illic Lenin, presso Pripjat, nella regione ucraina di Chernobyl, esplode il reattore numero 4, del tipo RBMK, sigla che nel ministero per lo sviluppo tecnologico sovietico indicava una particolare tipologia di reattori nucleari, nello specifico i reattori ad acqua, tipologia molto diffusa al tempo in Unione Sovietica. In questo caso, i reattori RBMK sono uno sviluppo – ed il reattore numero 4 di Chernobyl era un prototipo recente e considerato all’avanguardia – del primo reattore nucleare sovietico costruito dal fisico Igor Vasil’evic Kurcatov, padre della fisica nucleare sovietica e figura di grande importanza nella scienza russa novecentesca. Il reattore di Chernobyl dunque, era uno degli occhielli della scienza e dell’industria sovietica, tanto che la produzione nucleare era al centro della propaganda sovietica di quell’epoca ed in fondo dell’ orgoglio scientifico dell’U.R.S.S. Come accennato, tutto ciò termina, anche in modo inopinato proprio in quel dì di aprile del 1986, tanto che molti critici e storici contemporanei concordino nel ritenere il disastro ucraino un fattore decisivo sulle vicissitudini della stessa perestroika avviata dall’allora segretario comunista Mikhail Gorbaciov.

Il disastro è datato 26 aprile, ma la conferma ufficiale da parte del governo sovietico si avrà solo tre giorni dopo e tra l’altro in una confusa ridda di informazioni contraddittorie e contrastanti, trapelata, come è in questi casi, sotto forma di insinuazioni, di rimostranze politiche da parte delle nazioni confinanti e come onda inarrestabile di sospetti alimentata a sua volta dall’insufficiente azione di contenimento della censura governativa, non così efficiente nel soffocare l’ingombrante vicenda: le difficoltà a cui andarono incontro le autorità sovietiche furono molte e tutte di gravità sempre crescente, soprattutto in un’epoca in cui non esisteva un codificato protocollo di sicurezza e di intervento in casi di disastri nucleari; i fatti di Chernobyl a riguardo, avranno come conseguenza quella di avviare una standardizzazione internazionale delle procedure d’intervento e dei protocolli immediati d’emergenza, ma anche una visione complessiva della gestione del nucleare che non sarà più materia nazionale o regionale: la fine della politica della tensione, a mio avviso, può chiaramente collocarsi con quest’evento.

Nessuno insomma, poteva dirsi realmente preparato ad un evento di quel genere e nonostante i grandi sforzi e i drammatici sacrifici, i sovietici non lo erano certamente. Tuttavia, prim’ancora di essere banco di prova delle capacità scientifiche in materia di nucleare, il disastro di Chernobyl ha paventato spettri che avevano da tempo una loro collocazione nella propaganda sovietica in primis, ma più in generale nella stessa opinione pubblica internazionale. La gravità di un disastro nucleare, in questo caso quello ucraino, era comparato all’immaginario postbellico ampiamente codificato dalla Guerra Fredda, tanto che giudizi e concetti venivano riferiti quasi per una sorta di automatismo cognitivo all’esperienza e al terrore instillato nel dopoguerra dall’ordigno atomico. Uno degli aspetti insiti nella vicenda ucraina è appunto, quello di costringere la stessa politica internazionale a rivedere opinioni e valutazioni sul nucleare: un esempio, è la fine dell’idea terribile della bomba atomica come mezzo di deterrenza contro eventuali aggressioni militari, anche se alcuni casi recenti hanno riproposto, solo come mera protesta verbale e per fortuna mai accompagnate da intenzioni reali, il vecchio tema della minaccia atomica, argomento che a causa del principio bushiano della guerra preventiva trova un appiglio concettuale e politico (es. la lotta al terrorismo internazionale), ma ampiamento anacronistico nella situazione attuale della politica internazionale: a tal riguardo, gli episodi a cui mi riferisco sono la crisi indo-pakistana e la crisi USA-Corea del Nord (febbraio 2019), momenti di tensione diplomatica dove almeno in un caso (quello USA-Corea del Nord) il confronto s’incentrava anche sulla possibilità degli ordigni di distruzione di massa.

Comunque, negli anni la vicenda di Chernobyl è stato oggetto di una produzione trasversale tra letteratura, cinema e teatro, oltre a varie citazioni qua e là anche in canzonette musicali, che ha mirato a documentare, ad approfondire o semplicemente a divulgare (vedasi le varie inchieste giornalistiche sui fatti giudiziari collegati alla vicenda e sulla cronaca del dopo-Chernobyl) ciò che nel frattempo emergeva dalle inchieste governative e da quelle scientifiche, oltre che dai documenti politici secretati e resi consultabili proprio per arginare il vasto movimento di opinione pubblica innescato dalle restrizioni collegate alle procedure di salute pubblica avviate per contrastare il diffondersi del contaminazione radioattiva. Di recente, una versione affidabile di docu-fiction, realizzata dalla statunitense HBO, ripropone un’altra ricostruzione fedele delle vicende del disastro; questa produzione è interamente incentrata sui tre giorni concitati e drammatici successivi all’esplosione e traccia una narrazione delle settimane successive, quelle caratterizzate dal processo ai responsabili del disastro e dalla svolta politica che l’evento ebbe nell’azione del governo dell’epoca. La serie trae spunto dall’audio-diario del fisico sovietico Aleksander Legasov, responsabile e coordinatore scientifico del gruppo operativo a Chernobyl, morto suicida nel secondo anniversario del disastro, ma implementa la narrazione con alcune ricostruzioni scientifiche e giornalistiche che hanno in tutti questi anni chiarito molti aspetti della vicenda: il rapporto tra lo evento in sé e le disastrose conseguenze da esso prodotte è ampiamente avvertibile nei sei episodi della serie, ma si avverte anche come la serie televisiva statunitense ammetta abbastanza esplicitamente valida la versione del governo sovietico dell’epoca, che per certi aspetti appare convincente, anche se ovviamente non cancella, né si può dimenticare il pesante fardello di responsabilità che comunque rimane in capo al governo sovietico dell’epoca (noncuranza e sottovalutazione dei rischi produttivi per citarne un paio).


Dopo Chernobyl, non si ripeteranno altri disastri così gravi e tutta l’attività industriale sovietica legata all’energia nucleare sarà rigidamente regolata in base ad un rigido protocollo di sicurezza, tuttavia la gravità dell’evento ha richiesto la formulazione di uno strumento epistemologico di valutazione del rischio reale di contaminazione ambientale ad uso soprattutto per la comunicazione pubblica: l’intento è di evitare l’insorgere di confusione e di disinformazione (o possibili censure) che facilitano l’allarmismo nelle opinioni pubbliche nazionali. Tra la fine degli anni Ottanta ed i primi anni Novanta viene formulato uno strumento di comparazione del rischio ambientale noto come Scala INES, elaborato e proposto dalla IEAE, dall’Ente Internazionale per l’Energia Atomica, un’organizzazione fondata negli Stati Uniti d’America nel luglio del 1957 e promossa nel dopoguerra dall’amministrazione di Dwight D. Eisenhower (1953). La Scala INES prevede sette livelli di gravità (rischio effettivo) ed è estesa ad ogni fatto che comporti una contaminazione ambientale, lo si applica a.e. anche in caso di incidenti relativi al trasporto. Nel caso della centrale ucraina l’evento viene classificato con l’ultimo livello, il settimo, considerato «catastrofico». Per quanto in quel caso si sia trattata, almeno inizialmente, di una semplice esplosione delle condutture dell’acqua che componevano l’apparato di refrigerazione del reattore, infatti il disastro è collegato alla disseminazione dopo l’esplosione del reattore della grafite del nocciolo nell’ambiente intorno all’edificio, allo sversamento dell’acqua contaminata nel terreno sottostante al reattore – proveniente in parte dalla vasca del reattore, in parte dalle pompe dei vigili del fuoco che per l’intera notte innaffiarono il reattore in fiamme - e all’irraggiamento delle particelle radioattive nell’aria sotto forma di polvere e di fumo di combustione che determinarono il crearsi di una nube tossica di particelle sospese sopra tutta la Polonia e buona parte dell’Europa orientale: il disastro si verifica per le conseguenze da esso prodotto e non per una specifica meccanica del disastro. In tal senso infatti, la cronaca attesta un disastro ancora più catastrofico di quello sovietico e riguarda il disastro presso il complesso industriale giapponese di Fukushima Daiichi, avvenuto in concomitanza con il più grave terremoto ed il relativo tsunami mai verificatosi in Giappone (11-16 marzo 2011): ciò a testimonianza che gli incidenti sono sempre possibili, nonostante le pregresse esperienze, le rigide norme di sicurezza o i più sofisticati dispositivi che si possano utilizzare.


Eppure, il disastro sovietico occupa un posto nell’immaginario mondiale molto importante e ciò non a caso, visto che è il primo evento dell’era globale, anzi forse l’evento che introduce l’Europa nella nuova era della globalizzazione e ciò lo rende non solo fondamentale, ma un costante modello di riferimento nelle valutazioni che a livello europeo si possono fare in merito alle opportunità prodotte dall’utilizzo dell’energia nucleare. Se infatti, le prime applicazioni della scoperta dell’utilizzo dell’energia prodotta dalla fissione del nucleo atomico di metalli pesanti e radioattivi come l’uranio235 ed il plutonio sono state di natura bellica, la via verso un uso pacifico o per un uso civile come si dice in genere, è tracciata in parte come esito dell’azione pacifista di una parte degli scienziati, ricordo la petizione avanzata dal premio Nobel James Frank nel 1945 contro l’uso delle nuove bombe contro il Giappone, in parte da alcune esigenze energetiche che scaturiscono dal raggiunto livello di sviluppo tecnologico ed economico-sociale del mondo occidentale. Ora, la costruzione dei reattori nucleari sovietici, ma allo stesso modo altrove, deriva da un obiettivo costante nella politica sovietica, quello cioè di realizzare la completa autarchia energetica dell’U.R.S.S. e quindi, realizzare un’effettiva autonomia dalle risorse economiche tradizionali. Nell’era contemporanea pianificare un’“autarchia energetica” vuol dire ragionare su uno scenario energetico dove non compaia l’utilizzo del petrolio e dei suoi derivati, ma significa anche tentare la via per elaborare un sistema economico nazionale incentrato su risorse energetiche totalmente alternative a quelle convenzionali. Ecco allora, che lo sviluppo dell’energia atomica inizia ad acquisire motivazioni che non sono più solo militari, ma più realisticamente di tipo energetico ed economico, anche se convertire barre di combustibile in esplosivo non è un’operazione irrealizzabile. Il disastro di Chernobyl pertanto, ha incrinato quella facile illusione che il nucleare potesse rappresentare quella risorsa energetica alternativa al petrolio, da cui a sua volta trarre una differente definizione di benessere economico, di giustizia sociale autenticamente “democratica” o “popolare” e ovviamente, una fonte energetica potenzialmente infinita.

La drammatica vicenda di Chernobyl ripropone una questione di grande interesse nella società contemporanea il tema del fabbisogno energetico, soprattutto da quando la stessa teoria economica mondiale ha ormai preso atto dell’esauribilità delle convenzionali risorse energetiche e del futuro rischio di collasso dello stesso sistema economico che ha indicato in queste risorse energetiche non solo i propri asset economici, ma anche gli stessi fondamenti delle dinamiche economiche. La scoperta di un utilizzo a scopo civile del nucleare determina uno scenario energetico possibile ed alternativo a quello tradizionale, ma prima del disastro di Chernobyl è difficile che si ragionasse sulla possibilità che l’estensione dell’energia nucleare al tradizionale modello energetico fosse del tutto incompatibile con il sistema economico che è venuto a definirsi dopo la Rivoluzione Industriale, e non tanto per le evidenti motivazioni ecologico-ambientali relative all’altissimo rischio di contaminazione che rappresenta l’utilizzo dei metalli radioattivi, ma per ragioni inerenti al modello economico che ancora adesso utilizziamo.

La ricerca e l’uso di risorse economiche che fungano da fonti energetiche (combustibile) è di molto precedente alla nascita dello stesso sistema capitalistico, si è passati dall’uso del legno come fonte energetica domestica all’uso del carbone, ricavato da miniere scavate nel terreno; tuttavia, il legame tra energia e sistema capitalistico appare meno stringente, cioè meno determinante rispetto alle epoche attuali, e ciò nonostante l’utilizzo dei prodotti fossili come il carbone sia attestata chiaramente fin dall’epoca medievale, per non parlare del legno che è un materiale che attraverso la stessa storia dell’uomo fin da epoche remote. Il rapporto dunque, tra l’economia e l’energia è labile e comunque segue le regole ed i criteri di un’economia pre-industriale, lontana dall’integrare i due termini in un sistema interconnesso così come lo conosciamo oggi: la richiesta energetica non è tale da convertirsi automaticamente in attività economica vera e propria, per ottenere questo infatti, occorre che la civiltà umana inizi a dotarsi di un apparato tecnologico che riveli l’esigenza di un supporto energetico sempre più performante e determinante. Il coke, il cherosene (oli infiammabili per le lampade) ed infine il petrolio sono venuti ad imporsi gradualmente nel corso della storia energetica moderna e con essi inizia a modificarsi anche il paesaggio tecnologico e sociale della civiltà europea, tanto che diventeranno i perni di uno sviluppo modernistico inarrestabile delle società occidentali. A riguardo, la data da fissare è il 28 agosto 1859, quando un ferroviere americano, un certo Edwin Laurentine Drake, realizza il primo pozzo petrolifero a Titusville, in Pennsylvania occidentale: un pozzo di una ventina di metri e con l’intento di cercare non il petrolio, ma quello l’olio infiammabile su cui il ferroviere pensava di iniziare una fiorente attività commerciale. Inizialmente la scoperta del petrolio non fu così decisiva nella definizione degli assetti economici della società occidentale, ma bisogna attendere l’invenzione del motore a scoppio e la scoperta industriale di ottenere un certo liquido frazionato del petrolio, più leggero e con alte capacità detonanti, la benzina.

È da questo momento che inizia la corsa al petrolio ed in fondo, è a partire da questo momento che inizia la svolta fondamentale impressa dalla Prima Rivoluzione Industriale, la quale definirà non solo un diverso modo di produrre (meccanizzazione), ma condizionerà le stesse strutture del capitalismo pre-industriale, all’epoca un mero capitalismo agrario.


Il rapporto che intercorre tra le risorse energetiche ed il sistema economico viene a palesarsi con chiarezza solo all’epoca della meccanizzazione della produzione e con il trascorrere del tempo diventerà un legame sempre più stringente, tanto che nell’ambito della teoria economica classica viene a comporsi un modello specifico relativo proprio all’utilizzo del petrolio e dei suoi derivati, detto «modello standard dell’energia», che è il solo paradigma concettuale relativo al fabbisogno energetico che si sia mantenuto nel corso della storia economica recente. Il problema energetico dunque, è forse il primo e più importante tema affrontato dal pensiero liberista e dal liberalismo ottocentesco, forse più decisivo della stessa nascita del capitalismo. Tuttavia, l’approccio della scuola economica classica elabora lentamente la possibilità di considerare il tema energetico come un capitolo a sé o comunque, formulato in una prospettiva dove bene economico e risorsa energetica descrivono aspetti differenti di un medesimo prodotto. Alla base di quest’approccio infatti, si collocano le tesi economiche dello inglese Adam Smith, iniziatore di ciò che oggi intendiamo con Teoria Economica Classica. Smith non ha di per sé esposto una precisa teoria energetica, infatti il tema dell’energia compare nel suo La ricchezza delle nazioni (1776)[i] sotto forma di una valutazione economica dell’opportunità di produrre carbone, all’epoca importante (ed unica) fonte energetica e combustibile decisivo dei primi incerti passi della meccanizzazione industriale. Tuttavia, il discorso sul carbone non è un problema a sé, ma viene collocato in un discorso più ampio e più generico relativo alla rendita dei prodotti della terra. La rendita ottenuta dalla produzione del carbone appare all’economista inglese irrilevante, o comunque non così decisiva, nell’incidenza della rendita terriera; in tal senso, fattori determinanti che compongono una rendita significativa è l’utilizzo intensivo della stessa terra come fondo agricolo o altrimenti, la deposizione del terreno come demanio incolto dove lasciare che venga a crescere una macchia boschiva, in quanto la produzione di legname appare una produzione più redditizia, ma ovviamente ancora collegata ad un uso domestico dell’energia. In ogni caso, il valore di una materia è direttamente correlato al suo volume produttivo, ma nel caso del carbone, per quanto possa esserne prodotto, non è una materia così pregiata che possa rappresentare una rendita economicamente interessante. «Il carbone – dice Smith ne La ricchezza delle nazioni – è un combustibile meno gradevole del legno; si dice anche che sia meno salubre» (pp.184-85), e comunque indipendentemente da questi giudizi, il suo costo di produzione appare (e deve essere) più basso della produzione di legname. Infatti, qualunque essa sia la rendita che possa dare la produzione di carbone «questa è in genere una quota più piccola del suo prezzo rispetto alla maggior parte degli altri prodotti grezzi della terra» (p.186), perché solo un prodotto naturale, già diffusamente presente in natura, rappresenta un bene economico rilevante e non un prodotto che richiede alcuni processi di lavorazione che ne abbassano il valore: per queste ragioni risulta poco conveniente la produzione autoctona del carbone e si suggerisce l’importazione, costa di meno e si salvaguarda l’integrità del proprio territorio, magari in proiezione di una buona politica forestale di rimboschimento.


Da quanto detto, è evidente che il tema energetico in Smith non è per nulla individuato e comunque la sua valutazione evidenzia un primo elemento che confluisce nel rapporto tra energia e sistema economico, cioè la gratuità della risorsa energetica. L’investimento nella produzione del carbone non è un’attività economica rilevante, perché per ottenere questa materia si deve attivare un ciclo produttivo che non riesce a valorizzare la materia oggetto della lavorazione. Questo motivo è una delle ragioni principali che caratterizzano il modello economico di Smith, ma che ci suggeriscono anche in che modo nel corso degli approfondimenti teorici viene a delinearsi il rapporto tra economia ed energia. Dal modello di Smith per adesso, si trae solo uno schema di base di come comporre i rapporti economici, uno schema dove al centro vi è la rendita terriera che, assieme al capitale ed al lavoro, configura i termini economici più rilevanti. L’idea di fondo nel discorso di Smith è che la terra di per sé è un bene economico, in quanto se rimane incolta produce risorse come il legname che hanno di suo un certo valore economico, se invece, è oggetto di una coltivazione intensiva produce una serie di prodotti agricoli che producono una certa rendita, ma iniziare un’attività produttiva, con la quale estrarre quella rendita conservata nelle materie naturali, significa iniziare ad utilizzare la terra, cioè significa depauperare la stessa risorsa che nel sistema economico smithiano ha una doppia funzione, quella di risorsa economica essa stessa e quella di spazio entro cui viene a realizzarsi la stessa attività produttiva. Smith non pone con molta chiarezza il problema del depauperamento dei terreni, anche se suggerisce che una terra che viene sottratta ad un’attività produttiva convenzionale (agricola nella fattispecie) smette di essere un bene economico come a.e. nel caso delle miniere di carbone – non c’è l’idea di bonifica in Smith, ma c’è l’idea di massimizzare ciò che la natura sembra offrire all’uomo (visione edenica) -, tuttavia dalle sue tesi economiche si rileva
  1. Lo spreco economico delle terra che cessa di essere bene economico.
  2. La convinzione per cui compito e funzione del lavoro è solo quello di estrarre (valorizzazione) quel valore economico insito nei prodotti spontanei della terra e di capitalizzare, cioè di accumulare sotto forma di rendita, ciò che viene estratto dalla lavorazione. Il lavoro ha una rilevanza economica solo nella misura in cui estrae un valore economico già pre-esistente nel prodotto che viene lavorato, ma non c’è produzione di valore economico nella semplice attività fine a se stessa. L’intervento del lavoro non è economicamente determinante per se stesso, ma è finalizzato semplicemente ad incrementare la ricchezza che deriva dalla sua attività. In tal senso, la ricchezza del lavoratore non deriva del suo essere tale, ma dalla sua capacità di incrementare il volume di ricchezza collegato alla sua stessa attività.

È evidente a questo punto, che se esiste una problematica energetica, essa viene inscritta da Smith in una cornice economica pre-industriale e chiaramente in un regime agricolo, tuttavia pone subito il problema, che è di natura squisitamente economica, dello spreco dei beni economici, anche se nel suo modello lo spreco non riguarda tutte le risorse in generale, ma una risorsa specifica che è quella della terra, il che giustifica ovviamente il regime privatistico che diventa l’ordine con il quale preservare dalla distruzione questa risorsa fondamentale sia per l’esistenza umana, sia per le attività economiche. Ed infatti, il problema energetico inizia ad affacciarsi nella riflessione economica nei termini smithiani di depauperamento della terra, ma quest’ultima ricollocata e presentata sotto forma di difesa monopolistica del benessere economico nazionale.

Il primo a porre chiaramente il tema è un economista contemporaneo a Smith, David Ricardo, il quale pone l’accento sul depauperamento del terreno. L’attività produttiva trasforma il fondo terriero in un bene economico, ma maggiore è l’orientamento in questa direzione, minore sarà la disponibilità di questo bene: per questo economista il problema determinante è l’effettiva disponibilità produttiva della terra, quantità messa in rischio da un utilizzo che non ha finalità produttive (es. terreni edificabili). L’alienabilità del terreno diventa un tema preoccupante negli economisti, i quali tentano di risolverla tramite prospettive sempre più restrittive ed in ogni caso orientate ad una austerity apocalittica, come nel caso di un altro economista inglese, Thomas R. Malthus, che fisserà un principio economico basato sulla crescita demografica: la crescita demografica è un grave fattore di rischio, perché aliena la terra dal suo compito economico, quello di essere utilizzata per finalità produttive. La valutazione malthusiana afferma che il volume produttivo cresce più lentamente della richiesta di cibo da parte della popolazione e ciò accade perché le quantità messe in relazione descrivono due differenti progressioni matematiche: la produzione procede secondo una progressione aritmetica, il cui ritmo di crescita ha un andamento costante ed è fissato annualmente con un valore che si addiziona al dato già raggiunto; è una progressione del tipo n + 1; di contro, la crescita della popolazione non segue lo stesso andamento, ma segue una progressione geometrica, in quanto il dato demografico è un valore di superficie, cioè legato all’estensione, per cui procede con strutture del tipo n2.


Il modello malthusiano, seppur segnala un fatto grave, non raggiunge i toni di drammaticità che si avranno con l’economista tedesco Johann Heinrich Gottlob von Justi, che denuncia come la crescita senza controllo della popolazione possa incidere negativamente nello sfruttamento delle superfici e nel consumo delle risorse economiche, ma è soprattutto un altro economista inglese William Stanley Jevons, autore di Il problema del carbone (1865) a codificare definitivamente il modello energetico entro il quale verrà inscriversi lo sviluppo in senso civile del nucleare. La valutazione apocalittica di Jevons introduce esplicitamente il tema della penuria di risorse, così come l’aveva posto Smith, ma rovesciandone la prospettiva ed il significato: Smith valutava l’idea che nazioni competitrici non potessero avere le stesse risorse economiche, di qui l’opportunità di trasformare il gap negativo in un’effettiva opportunità di creazione di ricchezza, individuando e favorendo la produzione di quei prodotti che potessero assurgere al ruolo di beni di consumo nel proprio mercato interno come nel mercato estero, magari nel mercato di un diretto competitore. Lo scopo nel modello smithiano è creare un P.I.L. e basare la ricchezza nazionale su quelle attività che incrementino questo valore. Ora, Jevons, muovendo da questa stessa prospettiva, valorizza invece gli effetti depauperativi ed esaustivi della stessa attività produttiva. L’intenso utilizzo delle risorse economiche comporta un loro esaurimento che alla fine incide negativamente sul valore economico dell’intero sistema produttivo. La preoccupazione di Jevons non è orientata dai timori relativi al sistema economico in sé, verso cui c’è una sorta di indifferenza, tipica negli economisti classici, ma è orientato alla conservazione del monopolio economico, in questo caso il monopolio ed il benessere acquisiti dall’utilizzo del carbone. Non è minimamente ipotizzabile da questi economisti che l’elaborazione di altri meccanismi, quali a.e. una ridistribuzione in termini di servizi sociali (come farà la welfare economy) della ricchezza prodotta possano contribuire al mantenimento degli alti tassi di benessere, ma mostrano una certa sensibilità (ovviamente senza coscienza ecologica di sostenibilità ambientale) al tema del depauperamento delle risorse, ma si limitano ad immaginare solo politiche di razionalizzazione (sprending review) e comunque tese a difendere monopoli acquisiti o nel caso di crearne di nuovi.

Lo scenario paventato da Jevons descrive un duro contraccolpo economico sia a livello produttivo che a livello occupazionale, molto simile a quello vissuto a.e., a fine Ottocento in Sicilia con la crisi dei Fasci Siciliani e del commercio del salgemma raccontato da Luigi Pirandello in I Giovani e i vecchi, ma lo sfruttamento intensivo denunciato da questo economista è effetto non del modello economico adottato, bensì dalle conseguenze derivanti dall’innovazione tecnologica innescata proprio dalla Rivoluzione Industriale: la meccanizzazione della produzione ha creato le condizioni affinché esistesse uno sfruttamento intensivo del carbone, ma il fenomeno della Rivoluzione Industriale risponde ad un’esigenza insita nel modello economico classico, vale a dire creare volumi di produzione sempre più grandi, in quanto da questi volumi dipende la ricchezza, il benessere e lo stesso reddito da lavoro. Alla valutazione energetica proposta da Jevons non è estranea la stessa impostazione classica, semmai introduce nel linguaggio economico termini quali «disutilità», «utilità negativa» e «utilità marginale» che troveranno una sistematica applicazione nella teoria economica dell’austriaco Carl Menger, iniziatore di quell’indirizzo economico austriaco che fa capo alla teoria economica marginalista, duramente avversata da Karl Marx[ii], un modello economico cioè, che privilegia la tesi per cui il valore di scambio di una merce debba calcolarsi sul fabbisogno effettivo di quello stesso bene economico e non sul suo presunto valore intrinseco. In questo modello, la sfera emotiva e le stesse suggestioni dei consumatori sono assunti come criteri decisivi per la definizione di una politica economica liberista, collocando de facto la riflessione economica nello stesso ambito della psicologia e del controllo sociale, dell’ideologia e del circuito istituzionale della cultura e della trasmissione pubblica dei saperi: il condizionamento effettivo dei comportamenti dei consumatori diventa un interesse economicamente rilevante, oltre che una strategia valida di contenimento di tutte quelle condotte ritenute disagianti e sperequative.


La teoria marginalista di Menger in particolare, rivela un fatto economico che merita di sottolinearsi, cioè che nella determinazione del valore della merce il processo produttivo non è esente dal condizionamento della stessa tecnologia produttiva, soprattutto se si inizia a muoversi in una logica di razionalizzazione degli stessi processi produttivi, come farà in seguito Friedrich August von Hayek (Vienna 1899 – Friburgo 1992). La via della razionalizzazione, considerato da questo filosofo austriaco è l’unico strumento in mano al produttore su cui può ricavare informazioni certe e valide e queste informazioni spingono la produzione a valorizzare non tanto il prodotto in quanto tale (visione artigianale), ma come produrlo al meglio, in quanto è dalla tecnologia che si utilizza che dipende il successo della stessa attività produttiva. Vista in questo modo, il tema energetico comincia ad assumere una rilevanza maggiore, non solo perché è l’energia che permette che la produzione rimanga attiva (cfr. la crisi energetica degli anni Settanta del secolo scorso), ma anche perché sempre più il costo energetico fa sentire il suo peso tra i costi produttivi. Ecco allora, che si delineano due questioni:
  1. L’attività produttiva richiede un fabbisogno energetico sempre crescente e non solo perché si produce di più, ma perché si riesce a produrre meglio e tramite un apparato tecnologico sempre più ampio e complesso.
  2. I volumi produttivi non sono direttamente comparabili ai volumi energetici, quest’ultimi crescono non a causa della logica della sovraproduzione, ma per preservare l’integrità del sistema economico basato sulle stesse risorse energetiche, poiché la produzione, la diffusione e infine, il consumo di energia sono quelle voci che permettono di scaricare su di esse le stesse contraddizioni economiche del sistema attuale in termini a.e., occupazionali.

Ecco delinearsi il nodo economico su cui verrà ad inserirsi la ricerca nucleare. La capacità produttiva del petrolio compensa tutte le note ordinarie dei processi economici, ma riesce addirittura a produrre un surplus che può essere depositato, accumulato. Ciò ha reso il petrolio quell’asset economico indispensabile nello sviluppo della civiltà umana attuale e ciò ha finito per definire quel modello energetico che è ancora oggi in uso, ma l’uso intensivo del petrolio e dei suoi derivati ha riproposto quelle stesse questioni che a suo tempo avevano tenuto banco con l’uso del carbone, cioè il suo depauperamento. La crisi energetica degli anni Settanta del XX secolo ha ampiamente confermato tutti i timori che già tra gli anni Cinquanta e Sessanta si erano palesati e che avevano dato avvio ad una serie di politiche energetiche nazionali orientate per lo più alla autarchia energetica, anche se de facto l’utilizzo del petrolio rimane diffusissimo e vincolante. L’esigenza di trovare un’altra fonte energetica alternativa e credibile, che riuscisse ad assolvere a tutte le funzioni economico-produttive assegnate al petrolio e che permettesse, si sperava in via definitiva, di sostituire il modello standard dell’energia con un nuovo modello economico, almeno a livello industriale, era un tema che si rilevava con sempre più evidenza: risolvere le problematiche energetiche dell’industria diventa un’urgenza sociale, oltre che economica, poiché da essa dipende lo stesso benessere nazionale. La speranza è a questo punto della storia economica dell’energia che il nucleare fosse appunto, questa panacea economica.

La scoperta della fissione del nucleo atomico e la consapevolezza dell’enorme potenziale elettrico che può ottenersi dalla spaccatura del nucleo di un atomo non sono di per sé sufficienti per inscrivere l’energia nucleare nell’ambito del sistema tradizionale dell’energia. Infatti, a parte la prima applicazione in termini bellici non era possibile ancora pensare uno scenario differente, a meno che si riuscisse ad inventare un apparato industriale che inserisse l’energia nucleare tra le convenzionali fonti energetiche. La soluzione arriva dalla scienza applicata e dalla possibilità di convertire meccanicamente le varie forme di energia. In tal senso, una reazione nucleare è comparabile ad una qualsiasi reazione chimica, vale a dire può essere di due tipi:
  • Reazione esoenergetica, vale a dire una reazione che ha un’energia maggiore di zero, energia indicata con la lettera Q, da cui si ha Q > 0: in questo tipo di reazioni si ha un enorme rilascio energetico sotto forma di calore e di emissioni elettromagnetiche (radioattività).
  • Reazione endoenergetica, vale a dire una reazione che ha un’energia inferiore a zero, il che vuol dire che anziché rilasciare quantità di energia, la assorbe (Q < 0).

Dal punto di vista della produzione energetica le reazioni che sono tecnicamente di grande interesse sono le fissioni e le fusioni, in quanto rilasciano grandi quantità di energia. La reazione di una bomba atomica è una reazione di fissione, in quanto l’innesco di una bomba atomica porta alla frammentazione dei nuclei atomici dell’elemento che funge da esplosivo, ciò si traduce in una produzione enorme di elettroni che a loro volta spaccano i nuclei in una proliferazione geometrica estesa e all’apparenza irreversibile. Questo tipo di principio è alla base della produzione di energia nucleare, in quanto consiste nell’eccitare la barra di combustibile in modo da farle rilasciare elettroni. La differenza fondamentale rispetto allo scoppio di una bomba atomica è la possibilità di poter controllare il processo di frammentazione nucleare e soprattutto la possibilità di convogliare queste enormi energie in un sistema da cui ricavare energia. A riguardo, la via iniziale che si percorrerà è quella di costruire dispositivi atomici integrando diversi principi fisici, nello specifico ricorrendo agli studi della termodinamica ottocentesca ed utilizzare i cambi di stato della materia come produttori energetici. Ma per fare questo occorre poter controllare in qualche modo la reazione a catena che è alla base del processo radioattivo del metallo. Lo scienziato italiano Enrico Fermi nel 1934 aveva elaborato un sistema che faceva uso di una sostanza detta moderatore elettronico con la quale inibire la radioattività dell’uranio-235 in fase di fssione: la interconnessione del moderatore elettronico ha lo scopo di assorbire parte dell’energia della reazione nucleare e rilasciarla (senza fermarla, beninteso) sotto forma di energia termica, prodotta a sua volta da particelle dette neutroni lenti che hanno l’effetto di diminuire la crescita esponenziale delle particelle proiettili della fissione. In riferimento alla teoria della relatività di Albert Einstein, la presenza di questo moderatore elettronico fa sì che la reazione nucleare converta quest’enorme quantità di energia in massa, condizionando la meccanica della reazione. Si realizza quello che viene detto difetto di massa, che descrive de facto il consumo del materiale atomico, il quale a lungo andare finisce per esaurirsi. E tuttavia, maggiore è la radioattività, più grande è la produzione di elettroni, che in termini economici si trasforma in abbondante produzione di energia elettrica.

La costruzione ed il funzionamento infatti, del primo dispositivo nucleare (pila atomica) lo si devono a Fermi il 2 dicembre del 1943 a Chicago, un dispositivo che utilizza e sviluppa un effetto fisico detto effetto Seebeck, con il quale si descrive l’insorgere di un potenziale elettrico da un metallo sottoposto ad una stimolazione elettromagnetica. Thomas Johann Seebeck è stato un fisico tedesco che nel 1823 realizza una esperienza empirica di conversione del calore in elettricità. Alla base dell’esperienza di Seebeck vi è semplicemente l’esigenza di evitare lo spreco del combustibile emittente calore e a tal riguardo, il fisico tedesco realizza un dispositivo composto da un unico circuito chiuso che prevede due metalli di diversa natura tenuti assieme da un terzo metallo di congiunzione (vedasi figura). Lo scopo dell’esperienza è quello di creare un potenziale elettrico ottenuto mediante il riscaldamento per induzione del metallo di congiunzione ed osservabile con un amperometro collegato ai due metalli, che fungono da poli magnetici. L’intuizione fondamentale di Seebeck è quella di utilizzare il calore per generare una trasmissione di elettroni nello spazio compreso tra i due metalli. L’effetto che si ottiene produce la termoelettricità, cioè la capacità di ottenere da un metallo un irraggiamento di elettroni una volta sottoposto a determinate condizioni di temperatura: basta tenere un ago polarizzato vicino al circuito per osservare l’esistenza di questa trasmissione elettronica.


La produzione di energia nucleare si sviluppa a partire da quest’effetto, tanto che un reattore nucleare di prima generazione è un combinato di dispositivo eterogenei, nello specifico la tecnologia combina il potenziale elettrico derivante dalla radioattività dei semiconduttori con alcuni principi di termodinamica; il menzionato fisico sovietico Kurcatov realizza nel giugno del 1954 in Unione Sovietica il primo reattore nucleare, piuttosto piccolo e con una potenza non superiore a 5000 kilowatt. Sulla stessa tipologia nell’ottobre del 1956 la Gran Bretagna mette in funzione la centrale elettrica di Calder Hall che sviluppa una potena di 50000 kilowatt. Il 26 maggio 1958 negli Stati Uniti d’America la Westinghouse inizia la produzione di corrente elettrica da un piccolo reattore costruito a Shippingport, in Pennsylvania, che sviluppa 60000 kilowatt. Nell’aprile del 1965 viene messo in orbita il primo satellite artificiale a propulsione atomica. L’energia atomica dunque, ha per tutto il periodo della Guerra Fredda uno sviluppo costante ed una proliferazione ampia, ovviamente sotto il regime di programmi industriali e non militari e ciò nonostante questo sviluppo non sembrava rappresentare un grave rischio, almeno fino al 28 marzo 1979, data in cui si registra il primo grave incidente nucleare nel reattore di Three Mile Island, sul fiume Susquehanna, vicino a Harrisburg, con dinamiche molto simili a quelle che contraddistingueranno il disastro di Chernobyl, ma con conseguenze decisamente meno gravi e più sostenibili, anche se ciò ha comportato un’ampio programma di bonifica del territorio. Prima di questa data il movimento anti-nucleare è cresciuto poco per volta e se non ha potuto impedire la proliferazione di questa energia, ha in parte contribuito a creare una certa coscienza dei rischi collegati all’uso industriale del nucleare, coscienza che però non può eludere la questione di fondo, quello di dare una qualche risposta credibile al fabbisogno energetico sempre crescente della civiltà umana: i movimenti ambientalisti attuali offrono solo una parziale e limitante risposta al quesito, in quanto la riflessione riguarda l’impiego industriale e non – come viene posta da questi gruppi – un eventuale impiego domestico dell’energia, questa fase è stata ampiamente superata da più di un secolo e la sfida energetica si configura in uno scenario molto differente da quello conosciuto e che una semplice regressione tecnologica non può né preservare, né risolvere le contraddizioni in esso presenti.
Le contraddizioni economiche che il sistema capitalistico industriale scaricava chiaramente sull’attività di lavoro dipendente, con grande disappunto dei socialisti e del filosofo tedesco Karl Marx, sono state progressivamente scaricate quasi interamente sulle stesse risorse energetiche. Non si produce più per consumare o per realizzare quella sovrapproduzione che reggeva l’intero sistema economico capitalistico ottocentesco, ma si produce per consumare le risorse energetiche, per distruggere proprio quello spazio vitale che ci sostiene, perché è l’unica attività, almeno prima della svolta elettronico-digitale degli ultimi decenni, che dà modo di compensare a tutte le storture che spontaneamente il mercato, il capitale e lo stesso lavoro non riescono a risolvere. Le enormi quantità energetiche prodotte dall’energia nucleare compensano, almeno in questa fase di civiltà, gran parte di queste esigenze economiche, al netto ovviamente degli alti costi legati alla sua stessa produzione. Ciò rende l’energia nucleare non solo compatibile con il convenzionale ed attuale modello economico, ma ne rende possibile la sua stessa inscrizione nel classico modello energetico, anche se il nucleare è un’energia non convenzionale e non esibisce le caratteristiche economiche del modello standard.

L’energia nucleare, per quanto enorme possa essere, non ha il vantaggio di trovarsi così diffusamente in natura, cioè non è che praticando un buco sul terreno si ottiene il materiale radioattivo che serve per la produzione del combustibile atomico. La radioattività diventa una risorsa energetica dopo un lungo e complicato processo produttivo che sintetizza il combustibile che serve per la produzione industriale. Ciò si traduce in costi che rendono l’energia nucleare anti-economica, almeno secondo i criteri della teoria economica classica; senza contare gli alti costi di stoccaggio per lo smaltimento delle stesse barre esauste. Ecco perché, nonostante i gravissimi disastri ambientali, la domanda relativa all’uso del nucleare per soddisfare il fabbisogno energetico attuale e futuro non è eludibile, anzi trova addirittura, una risposta affermativa. Sì, il nucleare è una risorsa energetica che, volenti e nolenti, compone oggi uno scenario energetico che si ritroverà anche in futuro; un futuro composto da molti soggetti (non necessariamente economici) che interagiscono tra loro in un equilibrio precario, sia dal punto di vista economico che sociale, oltre che finanziario: qui, precarietà vuol dire che sarà un sistema facilmente condizionato e facilmente disarticolabile, a meno che iniziamo l’avventura egemonica spaziale, ma anche in quel caso l’intervento del nucleare sarà fondamentale.


In tal senso, la sostenibilità del nucleare può essere una strategia che assieme ad altri dispositivi normativi e non solo permettono di gestire al meglio tutte le varie dinamiche che agiscono a favore oppure contro l’equilibrio economico della società umana del futuro, soprattutto tenendo ben a mente che il G20 del 2015 ha confermato alcuni motivi fondamentali:
  • La lotta contro l’inquinamento passa anche attraverso una diversa e più oculata gestione di tutte le risorse energetiche e non solo (vedasi il consumo idrico e lo sfruttamento delle terre coltivabili), ma condotta entro un diverso regime di sostenibilità ambientale, che però può solo strappare parziali compromessi per la salvaguardia e l’integrità delle risorse territoriali (vedasi ciò che sta accadendo in Amazzonia).
  • Nonostante tutti i buoni propositi e le sincere intenzioni ambientaliste, non vi è alcuna nazione al mondo in questo momento che abbia una reale intenzione di rallentare i propri ritmi produttivi, ripresi dopo una leggera crisi del turbocapitalismo finanziario degli anni Ottanta del secolo scorso. Il consumo energetico si è adeguato a quest’esigenza che non è solo egemonica, ma è anche insita nel modo attuale di intendere l’economia e la stessa attività produttiva: l’ampliamento delle pratiche di riciclo sono un modo per non gravare sulle risorse energetiche esistenti, ma anche un modo per poter “rallentare” senza incidere significativamente sui ritmi economici degli ultimi decenni. Tuttavia, la velocità che caratterizza l’attuale attività produttiva non richiede strategie di rallentamento, ma di una diversa implementazione dei sistemi ad essa correlati: nessuna intenzione di rallentare, ma di variare velocità tenendo gli stessi livelli di potenza.
  • Rallentare non è possibile, a meno che si decida scientamente di cronicizzare fenomeni sociali come la disoccupazione, di strutturare definitivamente ciò che un tempo si chiamava “povertà relativa” in una nuova “povertà assoluta” e cronica, di sperimentare svariate formule di contenimento dell’esplosione demografica in base ad una nuova e cinica ragion di stato e via dicendo in barba al principio di autodeterminazione individuale e collettivo.
  • …E via dicendo su scenari ed altre situazioni che oggi non riusciamo ad immaginare, ma che sono realisticamente possibili.  





Post Scriptum. In un messaggio su una chat una compagna di liceo ha fatto riferimento al concetto di «civiltà», che mi tentava seriamente nel darle risposta e commento da cui però mi sono astenuto, perché in alcuni casi si ha la sensazione di voler dire qualcosa in merito, ma poi scavando più attentamente forse in quel momento non c’è veramente nulla da dire. Meglio il silenzio direbbe alcuni, ma per quanto si possa stare in silenzio c’è sempre quella voce interiore che ti costringe a rimuginare su temi, argomenti illudendo che abbiano un qualche valore intrinseco. Ebbene, allo stato attuale non saprei cosa significhi la parola “civiltà”, anzi di più, personalmente fa parte di un lessico e di un apparato concettuale verso cui ho indifferenza ed in alcuni caso anche grande diffidenza. Certo, apro un libro qualsiasi di storia (politica, d’arte, di scienza, di…) e trovo buoni motivi per dire che esiste la civiltà e che è anche un valore, ma questi stessi libri mi dicono pure che esistono tante altre civiltà quante sono le epoche, gli stili artistici e letterari che si sono succedute nel corso dei millenni, e senza incappare in qualche pregiudizio etnico, magari legato a qualche automatismo narrativo, sembra che in fondo, il genere umano ha dato vita una serie di civiltà che allo stato attuale sono state soppiantate da una sola e grande civiltà, quella genericamente detta “Occidentale”. Certo, noi che ne facciamo parte di questo “Occidente” è un gradevole piacere pensare che tutti i fili possibili della storia si siano intrecciati in questo grande tessuto che è l’Occidente, finendo per relegare a periferiche tutte le altre espressioni di civiltà. Ma questo discorso non vale solo nei confronti di altri uomini, il che legittimerebbe un’eventuale accusa di razzismo, ma anche nei confronti delle altre specie viventi, es. gli animali selvatici: vivono in una pax che gli è imposta dal nostro regime di dominatori della scala alimentare e non solo. Più che risposte, parole come queste, parole come “civiltà”, “cultura” et similia mi fanno insorgere solo dubbi, perplessità sul loro effettivo significato e soprattutto sul loro effettivo potere rappresentativo di ciò che sento di essere adesso e di ciò che altri come me o differentemente da me sentono di essere. Non chiedo una moratoria, né un’abolizione di tali termini, ma mi interrogo seriamente a cosa servano e a cosa significhino, perché ho paura che non abbiano alcun significato per me e la cosa sorprendente (ma forse riguarda solo me) è che questa loro irrilevanza è progredita di pari passo con il complicarsi del mio rapporto con la letteratura: più sentivo estranea una certa narrazione letteraria, più sentivo l’evanescenza del concetto stesso di civiltà e di cultura. Non è che alla base di queste rappresentazioni vi sia l’azione perversa delle strutture narrative e della loro azione configuratrice, quella per cui la verità è un fatto ideologico anzitutto e non un dato oggettivo, per cui la fede è soprattutto tradizione che un fatto incontrovertibile e via dicendo. Insomma, il punto è (da parte mia, ovviamente) se conoscenza, erudizione, approfondimento e via dicendo sia solo un fatto intellettuale o sia in fondo (come ho sempre pensato che sia) il tentativo di un’emancipazione vera e propria, cioè un problema di libertà? E se è così, come questa stessa libertà possa garantirsi in un regime dove la narrazione domina l’azione comunicativa creando e configurando precisi confini allo spazio di libertà, al determinismo della volontà individuale e/o collettiva? È conveniente appellarsi al “buon senso” o alla stessa storia civile del proprio gruppo di appartenenza?




[i] Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, introduzione di Alessandro Roncaglia, con contributi teorici di Lucio Colletti, Claudio Napoleoni e Paolo Sylos Labini, traduzione italiana di Francesco Bartoli, Cristiano Camporesi e Sergio Caruso, 1995 Newton Compton editori s.r.l., Roma.
[ii] A riguardo, da non dimenticare la pessima opinione espressa sulla teoria marginalista da Anotnio Gramsci, fondatore e dirigente del Partito Comunista d’Italia, che rappresenta pienamente l’avversione costante della Sinistra europea ed italiana, in questo caso, sull’estensione in termini economici di alcune soluzioni analitiche.

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