#Fotografia,
#AlexNeroPhoto, #Instagram, #Agathadevil
La
brevissima intervista che Alessandro Negrini consegna al suo profilo instagram ( @alexnerophoto) ha lo scopo di presentare con qualche nota biografica e
stilistica la propria attività di fotografo (riferimenti, concezione, etc.). Il
fotografo triestino afferma che svolge l’attività fotografica professionistica
solo da alcuni anni, anche se ha curato interesse e competenza nel settore
fotografico da molto più tempo, in particolare come creatore di eventi. I
riferimenti indicati dal fotografo rinviano chiaramente alla fotografia di posa
e alla fotografia glamour, direzione che caratterizza la fotografia dalla fine
degli anni Settanta e molta dell’attuale pubblicistica (riviste e altro) sul
settore della moda in particolare. Tuttavia, per quanto scarne possano apparire
le notizie biografiche qualche dato può chiaramente ricavarsi per capire la
fotografia di Negrini.
Anzitutto,
seppur con una certa avversione, la concezione fotografica di Negrini rimane
collegata alla fotografia di posa, paradigma da cui si distacca tramite la
scelta stilistica di “anticipare” lo scatto vero e proprio. Lo scopo del
fotografo è di produrre un’immagine che abbia e comunichi a colui che la
osserva un senso di realismo, una forma di concretezza che ottiene come effetto
imponderabile nello scatto medesimo: la cifra di Negrini è quella di contrarre
i tempi di esposizione ed allo stesso tempo quello di velocizzare il movimento
del diaframma, condizioni che rendono la gestione dello scatto finale meno
gestibile e controllabile; la finalità è appunto, quello di rendere il
risultato finale, per quanto previsto e predeterminato, per così dire “incerto”,
anzi “inatteso”. In tal senso, lo statuto dell’immagine è quella di una forma
che si rivela spontaneamente e che lascia trasparire di sé qualcosa che nella
posa o proprio a causa della posa potrebbe smarrirsi, lasciando soltanto
un’immagine “fredda”, l’attimo fissato in una forma congelata.
La
ricerca dell’estemporaneità, dell’immediatezza e della spontaneità non
condizionata dalla composizione e dallo schema iconico è un’esigenza
prim’ancora stilistica, espressiva per il fotografo triestino, forse conseguenza
degli insegnamenti della filosofia di Umberto Eco, che presentavano una
concezione dell’iconismo dentro la struttura della narrazione comunicativa e
quindi, inequivocabilmente entro uno schema di codifica e di decodifica che
inseriva il segno, il significato e, dal punto di vista estetico, l’immagine
entro un sistema di riferimento già codificato o eventualmente facilmente
codificabile. Nel caso di Negrini la ricerca di una spontaneità di un’immagine
di posa è in realtà, la ricerca di una forma che non rimanga incastrata da un
precodificato sistema di riferimento, che possa influenzare o condizionare il
messaggio eventualmente contenuto nella fotografia: ciò vuol dire anche che
deve ammettersi la condizione formale che una fotografia oltre ad essere bella,
debba necessariamente essere anche una fotografia che abbia un significato, un
valore ulteriore a quello semplicemente estetico. L’idea di Negrini di compiere
lo scatto in una condizione in cui possa intervenire qualche variabile inattesa
che possa “sporcare” il risultato finale è un’esigenza espressiva, una logica
del rischio con la quale cogliere l’insondabile e l’invisibile che si annida
dietro il realismo rarefatto o dietro l’ammiccante posa patinata (cfr. gli
scatti dedicati al mondo del fetish).
Una
scelta stilistica che tuttavia, non riesce, e forse non vuole, distaccarsi
dalla premessa didascalica della fotografia di posa. La fotografia di Negrini
non può rinunciare alla fotografia di posa, che anzi acquista con i suoi scatti
proprio ciò che per definizione gli sembra preclusa, cioè l’aspirazione ad
essere arte; un’aspirazione che conquista proprio tramite quel grado
d’incertezza (come una sorta di vibrato) che sembra trasmettersi dalla
fotografia sotto forma di naturalezza o di feeling spontaneo: qualcosa che
ricorda molto la rappresentazione che dà un noto film di Michelangelo
Antonioni, Blow-up, dove l’attività
fotografica è intesa nel suo significato sensualistico e come un atto di
seduzione e di appagamento erotico in quell’intervallo compreso tra lo scatto e
la posa della modella. Un riferimento questo che non è mero citazionismo, ma
addirittura una cifra dello stile di Negrini, che sovente ritrae la moglie
Claudia (la modella che opera con il profilo Instagram di agathadevil) e a cui – lo dice il fotografo nell’intervista sopra
menzionata – demanda proprio la costruzione della posa, quell’aspetto puramente
formale ed iconico che il fotografo triestino probabilmente cerca di dissacrare
introducendo l’incondizionato che può produrre tramite la tecnica fotografica:
l’incondizionato non è un dato proveniente dal modello o dal soggetto della
fotografia, ma un fatto ascrivibile alla tecnica fotografica, al linguaggio
formale che la fotografia formula.
In
tal senso, la concezione fotografica di Negrini è espressione di una
generazione di fotografi che ha rinunciato alla convenzionale visione mimetica
(o documentaristica) della fotografia; una concezione che in altre epoche era
stato il motivo determinante nel rinnovamento del discorso dell’arte del
Novecento, ma ovviamente ancora legata a quel tipo di fotografia definita dai
famosi fotoreporter di guerra e che la definirono [sc.: la fotografia] come la diretta trasposizione della vita: la
fotografia come esistenza, come vita vera; pertanto, prima come vita inscritta
nei grandi eventi della storia, e poi a partire dagli anni Sessanta del secolo
scorso come vita inscritta nelle storie quotidiane e metropolitane di soggetti
che o non possono più accedere ai grandi eventi della storia (emarginati e
clandestini e via dicendo) o non possono accedervi perché la Storia gli è
assolutamente indifferente. La fotografia diventa ora, autoreferenziale e cerca
volutamente questa sua condizione, non solo perché gli è imposta dallo stesso
sistema della comunicazione (cfr. identificazione dell’immaginario sociale con
l’estetica derivante dalla comunicazione pubblicitaria), ma perché è la strada
che ritiene più funzionale che per vie traverse mira a riconquistare uno spazio
decolonizzato, anche se non pienamente e perfettamente incontaminato (e perché
dovremmo cercarli questi spazi incontaminati?).
L’attimo
allora, non è più quella fortunata coincidenza di condizioni imponderabili come
poteva permettersi di definire il grande fotografo francese Henri Cartier-Bresson, ma
è quel dato inatteso scientamente cercato e tecnicamente riproducibile che è la
cifra della fotografia degli ultimi decenni. A quanto pare anche della
fotografia glamour.
Post
Scriptum. La mia stanza è una anonima stanza e tuttavia, stando a quel che
racconta Virginia Adeline Woolf in un suo racconto, ma come lei tanti altri scrittori
di inizio Novecento, ogni stanza ha una sua personalità, spesso riflesso della
persona che la abita, la occupa; allo stesso modo, di quei reportage di cronaca
rosa sulle case dei personaggi famosi e popolari. Il modo in cui viene arredato
e decorato uno spazio abitativo può essere una strategia interpretativa della
personalità di colui che l’ha arredato o di colui/colei che la abita
giornalmente. Se si guardano vecchie fotografie di ambienti è possibile fare
una cronistoria stilistica, ma anche della stessa concezione architettonica del
gusto e delle soluzioni abitative che architetti o semplici progettisti di
ambienti domestici hanno elaborato nel corso del tempo. Ecco, muovendo in
questa dimensione estetico-concettuale, la presenza o l’assenza di alcuni
oggetti, pezzi di mobilio o soluzioni di arredamenti (più o meno funzionali)
indicano da un lato la personalità di colui che abita quello spazio (come
dicevo), ma anche la presenza di un certo paradigma che non è solo estetico o
architettonico. Esempio, chi entra nella mia anonima stanza coglie subito una
certa caoticità data da accumuli sparsi di oggetti ricorrenti nella mia vita personale,
per lo più libri, molti sistemati in piccole librerie e altri accatastati in
pile verticali dall’equilibrio incerto, in ogni caso sistemati alla meno peggio
secondo un certo ordine di utilizzo; ma nella mia stanza fino a qualche tempo
fa si potevano trovare altri oggetti, in particolare delle audiocassette a
nastro magnetico, dei compact disc musicali, dei Dvd ed anche dei vinili (nei
due formati 33 giri e 45 giri). Presenza fattasi più esigua nella mia stanza
per varie ragioni, una delle ragioni principali è lo stereo rotto che non ho
più riparato ed il lettore del portatile inservibile: insomma, tecnologia
digitale ridotta all’essenziale o addirittura al minimo, a livello di
sopravvivenza. Ma quest’ultimo dato conta poco, più interessante mi sembra è
una considerazione legata al tema del tempo, tema che a forza viene riscoperto
dalla comunicazione attuale a causa delle restrizioni imposte dalla pandemia e
cioè sugli strumenti che in un modo o in un altro ricorrono al tempo o
utilizzano il tempo in modalità differenti. Prendiamo il caso delle
audiocassette, tra l’altro oggi riscoperte non solo come oggetti vintage, il
contenuto di queste audiocassette (ma i contenuti potevano essere di vario
tipo, es. i software dei videogiochi dei vecchi computer domestici come il C64
o l’Atari) può usufruirsi ascoltandolo ed in un arco di tempo fissato dalla
lunghezza del nastro magnetico (i formati più diffusi erano 60’ e 90’, quello
meno 120’), tanto che l’ascolto di regola era di tipo continuo e non selettivo
come può compiersi adesso con gli attuali sistemi, per cui ci si prendeva il
tempo necessario (quello oggettivo e fissato dall’audiocassetta e quello
soggettivo del proprio gusto musicale o estetico in generale) e l’utilizzo di
questo tempo non è economico, cioè non è possibile evitare di sprecarlo, anzi è
proprio vera la situazione opposta, bisognava sperperarlo nel modo più
consapevole possibile per non perderlo totalmente. Oggi, non è possibile dare
questa rappresentazione del tempo, perché in una certa misura la tecnologia è
riuscita a conservare il tempo, anzi ad economizzarlo: nel caso di un’audiocassetta
se si voleva apprezzare nuovamente un certo passaggio musicale si doveva interrompere la
riproduzione (premere il tasto STOP del registratore), riavvolgere (premere il
tasto REWIND), bloccare il riavvolgimento del nastro in un punto approssimativo
alla sezione che interessava riascoltare (erano un aiuto fondamentale i
numerini del contatore che convertivano il minutaggio del contenuto), infine
riprendere la riproduzione audio (premere il tasto PLAY); oggi, questa stessa
situazione è più semplice, con il mouse del computer o premendo il tasto REW
del telecomando si blocca la riproduzione ed automaticamente si lascia
scorrere il cursore del registratore o del software video fino al punto che ci
interessa, lasciando in video la proiezione delle immagini. Una forma economica
dell’uso del tempo, reso possibile perché il tempo ha smesso di essere quell’imponderabile
flusso continuo che si identifica con il divenire stesso dell’esistenza, ma è
un parametro come un altro, gestibile tramite un tasto e comunque a controllo
intuitivo. L’impressione che in questo clima di pandemia suscita il tema del
tempo non indica, come vuole la narrazione attuale, una maggiore consapevolezza
della sua intrinseca fugacità, allo stesso modo in cui ne parlava Lucio Anneo
Seneca nella sua famosa Lettera a Lucilio,
ma indica una consapevolezza (tenuta implicita dal ritmo della nostra
quotidianità) della sua inattingibile inutilità, cioè riscopriamo che il tempo
così lungo, così dilatato, così imposto sotto forma di una limitazione di
libertà (vedasi carcerazione), anche se a fin di bene è una concezione che non
ci appartiene più e forse non lo vogliamo neanche avere questo tipo di tempo,
perché il suo presentarsi nelle nostre vite, costrette all’inattività e all’inoperosità,
rivela quante occasioni e quante possibilità che in altri momenti potevamo
realizzare ed ottenere ed adesso le vediamo tragicamente naufragare, perdendole
per sempre. La restrizione a causa della pandemia ci mette davanti il senso
(per noi umani inaccettabile) di una vita statica dove l’esistenza fluisce
secondo un ritmo di perennità che non ci ha mai appartenuto e che la civiltà
umana dell’ultimo secolo e mezzo ha esasperato identificando i ritmi dell’esistenza
con quelli forsennati della produzione.



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