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Lara-Vinca Masini (cfr., L’arte del Novecento, vol.10, 1989,
Firenze) fatica non poco ad inserire la figura di Maurits Cornelius Escher
nell’ambito della Optical Art ed in
una certa misura anche a ragione, anzitutto perché la stessa opera di Escher è
molto eterodossa rispetto alle finalità che perseguono gli artisti di questo
movimento e poi per una intrinseca “alterità” legata alla sua stessa opera: il
linguaggio formale di Escher lo colloca certamente nell’ambito della Optical Art, ma rende la sua stessa
opera del tutto inassimilabile al percorso che l’arte novecentesca
dall’Informale in poi ha seguito. Per certi versi, Escher è quasi un unicum,
sganciato e divincolato dal più generale discorso dell’arte più recente. Nel
suo linguaggio formale si ritrovano vari riferimenti e citazioni, spesso
inserite in costruzioni prospettiche illusorie ed inquietanti ad un tempo, dove
sono chiaramente riconoscibili i solidi geometrici della tradizione platonica,
riproposti secondo lo schema rinascimentale (cfr. Leonardo da Vinci) e basato a
sua volta sugli studi di Frate Luca Pacioli, iniziatore nel vero senso della
parola di quella svolta prospettica che finirà per caratterizzare la pittura
italiana ed europea a partire dal Quattrocento.
Il vero interesse di Escher
tuttavia, rimane la matematica, di cui studia anche diversi trattati e che
influenzeranno tutta la sua opera grafica: le realizzazioni di Escher spaziano
dalla geometria solida (cfr. Vredeman De Vries) a quella proiettiva fino alla
topologia con i temi della mosaicizzazione di una superficie piana. In tal
senso, Escher non fa nulla di diverso da quello che è stato già fatto da altri
(cfr. Salvador Dalì), ed il suo rapporto con la matematica non è solo uno dei
tanti momenti ben presenti nell’arte figurativa europea di innesto delle
strutture o soluzioni matematiche al piano intuitivo della pittura, ma diventa,
a mio avviso, una sorta di paradigma visivo e concettuale del vanificarsi
dell’istanza realistica propria della pittura, voglio dire cioè la affermazione
di una sua artificiosità e soprattutto irrilevanza gnoseologica. La via del
verismo sociale inaugurata dagli artisti dell’area mediterranea soprattutto,
nei primi decenni del XIX secolo ha indirizzato la ricerca estetica verso una
pittura che fosse in grado di rinunciare alle strutture formali del linguaggio
figurativo (disegno, composizione, prospettiva, …), e ciò in nome di una
immediatezza della forma espressa: il riferimento è la pittura francese dei
maestri dell’Impressionismo, ma prima di loro la pittura di Francisco Goya o di
El Greco e in concomitanza a loro la pittura degli italiani Macchiaioli. Una
rinuncia del metodo accademico e di un sistema formale che configura il
circuito ufficiale dell’arte che mette in discussione l’apporto della
matematica nella formulazione delle stesse tematiche estetiche, a meno che ci
si indirizzi sulla stessa linea di Kandinskij, che recupera (esteriormente)
l’astrattismo geometrico per definire una nuova concezione dell’arte, che il
pittore russo definisce “moderna”. In ogni caso, se il riferimento alla
matematica delinea le condizioni materiali per un’evoluzione antifigurativa
della stessa pittura europea, l’infruttuoso “ritorno” al plasticismo e questa
estensione delle strutture matematiche alla pittura non risolvono pienamente il
rapporto veristico che intercorre tra la figura pittorica ed il suo
riferimento, cioè il soggetto materiale e la società a cui l’opera d’arte è
indirizzata.
L’arte grafica di Escher può
considerarsi inscritta nella linea tradizionale della figurazione europea,
quella per cui matematica e arte non si sono limitati solo ad elaborare una
tecnica espressiva che fosse in grado di raffigurare la realtà in modo
credibile (teoria della prospettiva), ma hanno formulato un vero e proprio
teorema pittorico in base alla quale la prospettiva è la realtà, l’unica
formula degna di rappresentare l’esistente. Se ci si ferma a questo tratto
esteriore si è portati ad affermare questo sia per Escher, sia per tutti gli
altri artisti della Optical Art, tuttavia, nel caso specifico del grafico
olandese, la sua figurazione viene a collocarsi nell’ambito di quella
disgregazione della realtà concreta e naturalistica su cui si basa la ricerca
dei pittori surrealisti. In Escher il riferimento alle sconvolgenti
contraddizioni visive e iconografiche di Renée Magritte è evidente,
dall’artista belga Escher trae l’idea (corretta, a mio avviso)
dell’insensatezza della funzione mimetica della pittura e che la via verso una
realtà vera non è più il descrittivismo naturalistico, ma l’ampliamento della
dimensione percettiva. Che poi, questa realtà aumentata (come si dice oggi)
indirizzi verso l’inconscio, come nel caso dei surrealisti e di Dalì, o verso
un mentalismo visivo, come nel caso di Escher sono esiti prevedibili, come
prevedibili sono gli esiti di una certa Pop Art di metà Novecento e
parzialmente di quella dei nostri giorni.
Escher crea una serie di illusioni
visivi dalle quali deriva un evidente disorientamento referenziale che come
detto si rifà ai temi della pittura surrealista, ma i suoi lavori si richiamano
anche alle strutture seriali espresse dai lavori futuristi come Giacomo Balla, alla
divisione dello spazio geometrico tramite il disegno della linea come nel caso
di Mondrian, oppure all’illusione ottica come si può ritrovare in Vasarely. In
ogni caso, guardando oltre l’apparente meraviglia che scaturisce da queste
fantastiche costruzioni (“immagini mentali” le chiama), l’opera di Escher non è
di certo la rappresentazione di una realtà autenticamente rassicurante,
nonostante l’intervento della matematica, anzi i lavori di Escher (ma così
anche di tutti gli altri artisti della Optical Art) sono l’attestazione della
fine del classico idillio tra matematica e arte e l’intervento di queste
strutture nella creazione artistica ribadisce quella dimensione di incertezza e
di precarietà che l’arte europea, suo malgrado, scopre anche a cuasa della Seconda
Guerra Mondiale.
Nel suo bell’articolo sulla opera
di Escher raccolto in Carnevale
matematico (1977), Martin Gardner, utilizzando una terna di aggettivi citati
dal poeta statunitense Howard Nemerov (fratello della fotografa americana Diane
Arbus), la descrive e la qualifica come misteriosa,
assurda e terrificante. Una terna quanto mai azzeccata non solo per il reale
valore dell’opera dell’olandese, ma per quei significati oscuri che
soggiacciono proprio nelle sue realizzazioni e che, a mio avviso, svelano la
falsa enfasi relativa al rapporto tra matematica e arte. Al di là dell’enfasi,
spesso utilizzata dai divulgatori, il mondo matematico che viene esteso nella
creatività artistica (di Escher e non solo) e le stesse soluzioni grafiche proposte svelano quanto
sia terribile ed inquietante la realtà nella sua struttura più profonda, ma
rivela anche quanto ciò che il naturalismo oggettivo ha definito come “realtà”
sia solo una drammatica illusione. La matematica è un potente strumento descrittivo
(almeno così lo pensava Galileo Galieli), ma nel momento in cui incontra il
piano tradizionale dell’intuizione realizza qualcosa di sconvolgente e che
stride enormemente con la credenza umana di poter gestire intellettualmente (un
tempo si sarebbe detto “dialetticamente”) una dimensione discreta che è non
solo sfuggente, ma è totalmente irriducibile ai sistemi ordinari del sapere
umano, in buona parte basati appunto sull’intuizione.
L’orientamento intuitivo è esso
stesso non una certezza, ma una illusione,
come rivela la litografia del 1960 dal titolo Salita e discesa. In questa opera l’elemento centrale è la scala su
cui si trova a salire o a scendere un omino che nei due momenti a sé si trova
dentro e fuori dell’edificio che costruisce lo spazio dove agisce il
personaggio. Lo scandalo dell’immagine deriva dalla estensione del valore
assoluto dai singoli momenti dell’azione dell’omino al quadro d’insieme di
tutta la scena. La visione di insieme registra il piano spaziale e gli oggetti
che su questo piano si trovano collocati tramite la simultaneità, registro che
è tipico nelle miniature o pitture medievali, ma che in questo caso sconvolge
l’ordine ed i criteri con i quali l’uomo ordinario compone lìimmagine della
realtà e del mondo. L’oggetto matematico utilizzato in questa litografia è la Scala di Penrose, creato dal genetista
inglese L.S. Penrose e da suo figlio, il fisico e matematico Roger Penrose,
comparso in una rivista di psicologia come illustrazione al loro articolo ivi
pubblicato dal titolo “Oggetti impossibili: un tipo particolare di illusione
visiva” (cfr. Martin Gardner, Circo
matematico, Firenze), che presto divenne un noto rompicapo. La
trasposizione figurativa dell’oggetto di Penrose la si trova nel disegno dal
titolo Relatività, che descrive il tortuoso e inconcepibile percorso in cui
scale scendono e salgono sovvertendo i criteri logici fissati dai concetti
aristotelici di “alto” e “basso”: Escher realizzerà diverse versioni di questo
oggetto, mi limito a citare la litografia del 1947 dal titolo Su e giù, oppure la litografia del 1951
dal titolo Casa di scale.
La litografia del 1925, dal titolo
Divisione spaziale cubica, organizza
la dimensione dello spazio seguendo un’idea che è intuitivamente comprensibile.
Viene descritta una trama di cubi collegati tra loro da travi, la cui immagine
ricorda in fondo un comune reticolato. L’idea matematica suggerita è ovviamente
la regressione all’infinito: l’infinito è qui espresso tramite il tema della
ricorsività degli elementi e soprattutto della loro presunta regolarità.
Infatti, anche se lo spazio del disegno finisce la struttura degli oggetti
suggerisce che esiste una certa continuità, presumibilmente infinita, che
supera lo spazio della visione e proietta lo sguardo verso territori intuibili,
ma non descrivibili, almeno dallo strumento visivo ordinario. L’opera di Escher
rivela l’incapacità della pittura sul piano qualitativo almeno, di descrivere
l’infinito e si limita a fornire una rappresentazione di quantità ripetute e
costruite in una struttura seriale. Altro esempio. La litografia del 1955, dal
titolo Concavo e convesso, descrive
tre case accomunate da una volta a croce, ma dove non è facilmente intuibile la
netta differenza tra interno ed esterno di dette abitazioni: la presenza di
scale e di cornicioni/corridoi confonde a prima vista la lettura intuitiva
della scena, lettura che si complica ancor di più se si cerca di analizzarne le
caratteristiche planimetriche. In questo caso, è la stessa struttura
prospettica a confondere la direzione della visione e ciò è scandaloso sia dal
punto di vista storico che tecnico, in quanto il tema della prospettiva nella
pittura europea è il motivo con cui mettere ordine e organizzare gli elementi
compositivi di una scena; in questo caso, la prospettiva suggerisce ed allude a
possibili direzioni che puntualmente conducono ad un assurdo intuitivo. Il
problema che emerge in questo tipo di realizzazioni non è solo uno
sconvolgimento della tradizionale intuizione figurativa, ma anche la crisi di una
certa idea filosofica che crede nella “verità” della realtà, sull’utilità delle
categorizzazioni e su un certo tipo di fondamento logico degli eventi naturali:
il vanificarsi di una netta di linea di confine che permetta di distinguere
nettamente gli opposti temporali oltre che quelli spaziali, come nel caso della
xilografia del 1938 dal titolo Giorno e
Notte, è un esempio offerto proprio a questo tipo di analisi e sconvolge in
particolare l’idea di una logica dei distinguo elaborata dalla filosofia di
Benedetto Croce, indirizzando l’osservazione verso una struttura degli inversi,
che non è la stessa struttura su cui si fonda (o può fondarsi) la presunta
“verità storica” degli eventi.
La seduzione che si possa provare
dinanzi a queste immagini è certamente enorme (a me personalmente hanno sempre
fatto un certo effetto), tuttavia oltre che meraviglia queste immagini
producono quel terrore inquieto di cui dicevo e che Escher fissa in un disegno
del 1946 dal titolo Occhio. Il
soggetto è l’ingrandimento della pupilla dell’artista su cui si riflette colui
che guarda tutti noi, cioè la morte, descritta da un macabro teschio che si
riflette dinanzi allo sguardo. Piuttosto che memento mori, un monito contro la vanità dell’esistenza il soggetto
dell’opera è lo svelamento di una illusione che è sia visiva, sia
intellettuale: la presunzione che il mondo sia nella sua struttura più profonda
quello che da secoli la filosofia, la logica sillogistica e la teoria matematica
classica ci hanno descritto, cioè la trasposizione di automatismi
dell’intuizione, quelli stessi che hanno condotto Keplero a pensare il cosmo
come una struttura armonica e ordinata, Pitagora come una struttura di cerchi
concentrici, Kant al pari di Leibniz caratterizzato da uno schema di armonia
prestabilita, Spinoza addirittura da un meccanicismo deterministico, per non
dimenticare il materialismo ateo dell’universo newtoniano di Laplace e via
dicendo. L’inattesa testa di morto che si mostra e compare nell’occhio che si
riflette è un’immagine terribile, ma potrebbe essere anche essa un artificio,
come è in fondo, la stessa verità naturalistica della realtà, quella verità
definita proprio dallo schema della prospettiva. Il valore di questa opera è lo
stesso dei tanti autoritratti che Escher esegue dove si descrive riflesso dalla
superficie curva di una sfera. L’immagine curva è essa stessa una differente
descrizione del piano tradizionale, cioè la dimensione piatta, e tuttavia,
l’attuale teoria della matematica definisce il piano e la curva come termini di
una stessa realtà fisica e non come un’eccezione geometrica come è stata intesa
dal matematico alessandrino Euclide e con lui per diversi secoli l’intera
scienza, ma anche nel nostro caso la stessa pittura europea.
In un suo scritto Escher
ricostruisce un certo significato palingenetico della propria arte e scrive le
seguenti parole:
“Personalmente mi sono sentito per
anni in uno stato confusionale. Poi, però, arrivò il momento in cui mi sentii
cadere la benda dagli occhi. Capii che il mio obiettivo non era più la
padronanza della tecnica poiché un’altra esigenza era nata in me, la cui
esistenza, fino a quel momento, mi era rimasta sconosciuta. Mi vennero delle
idee che non avevano nulla a che fare con l’arte grafica, immagini così
avvincenti da far nascere in me il desiderio di volerle comunicare a tutti. Ciò
non poteva venire espresso a parole, perché non si trattava di pensieri
trasferibili in parole, ma tipiche immagini mentali, intellegibili per gli
altri solamente attraverso l’immagine visiva. Il metodo con il quale si produce
un’immagine perse improvvisamente d’importanza”.
(M.C.Escher. Grafica e
disegni, 2003 Gruppo Editoriale l’Espresso S.p.A.)
C’è un tema che a mio avviso è di
estrema rilevanza. L’antiepistemologia di Escher, fissata dal suo ritenere
irrilevante il potere descrittivo del metodo tradizionale, si collega
parossisticamente all’intervento (e invasione) delle strutture matematiche
nella definizione del suo linguaggio formale. Escher ribadisce una
caratteristica che è stata fondamentale nella ricerca artistica del Novecento,
e cioè il “dilettantismo” come risorsa genuina contro la convenzionalità
tecnica dell’arte ufficiale. Questo atteggiamento è ancora orientato all’esigenza
veristica o naturalistica ottocentesca, ma a suo modo rivela (come nel caso
della pittura metafisica di De Chirico) la sua illusorietà. Inoltre,
l’intervento della matematica, che in relazione alla storia della arte europea,
poteva risistemare quanto era stato distrutto dalle avanguardie pittoriche di
inizio novecento, ridando all’astrazione un rigore “scientifico”, in realtà
finisce per palesare drammaticamente e senza possibilità di soluzione
un’impotenza strutturale del mezzo figurativo, a meno che si abbandoni definitivamente
la figurazione e si intraprendano altre strade espressive, come in effetti è
successo nell’arte europea. Ma questa libertà (o anarchia?) dal metodo, che
rinvia chiaramente alla lezione dei maestri dell’Impressionismo, non è una
pregiudiziale battaglia ideologico-culturale contro il sistema dell’arte e del
suo circuito, ma una conseguenza spontanea legata alla fonte da cui scaturisce
l’immagine che l’artista esteriorizzerà. Escher definisce le sue immagini con
l’attributo di “mentali”, il che rinvia chiaramente al surrealismo e alla
natura automatica dell’immagine stessa, ma, a me sembra, che ciò che indichiamo
falsamente come automatismo sia in realtà, quello stato intuitivo che regola,
sistema e organizza tutti i contenuti dell’attività intellettuale umana. Anche
se l’espressione “benda negli occhi” richiama l’immagine dell’artista
surrealista, che isola il suo atto creativo dal paesaggio dell’intuizione
sensibile per attingere ad una fonte inconscia, qui Escher probabilmente si
riferisce a quel mondo soggiacente all’intuizione, non necessariamente
automatico e associativo, che scaturisce “immediatamente” come esito
sconcertante proprio dai concetti e dalle strutture ordinarie che configurano la
ordinaria intuizione umana. Una posizione questa che rende Escher estraneo al
tema costante nell’arte novecentesca relativa all’attualità dell’opera d’arte –
per questo artista non conta se e come l’opera possa intervenire nella realtà -,
perché utilizza elementi che appartengono già a quella dimensione dove andrà a
collocarsi (uccelli, pesci, rettili, montagne, case, terreni, fiumi, …), semmai
afferma come lo stupore meraviglioso di aristotelica memoria si infranga
crudelmente contro e attraverso quella stessa intuizione che è in fondo alla
base della tradizionale (e attuale) filosofia.
Di più, la profonda “alterità” dell’opera
di Escher rispetto a tutto il discorso dell’arte del Novecento indicato da
Lara-Vinca Masini derivata certo, dalla personalità dell’artista, ma
soprattutto dal suo significato profondamente non contemporaneo, almeno secondo
la definizione che può ricavarsi da Opera aperta di Umberto Eco. Il concetto su
cui bisogna insistere è proprio il tema dell’”apertura”, che in questo opera di
Eco delinea la condizione generale che permette di definire un’opera d’arte
contemporanea. In merito alle arti visive Eco scrive:
“Opera aperta come proposta di un “campo”
di possibilità interpretative, come configurazione di stimoli dotati di una
sostanziale indeterminatezza, così che il fruitore sia indotto a una serie di “letture”
sempre variabili; struttura infine, come “costellazione” di elementi che si
prestano a diverse relazioni reciproche”.
(Umberto Eco, Opera aperta, 2016 RCS Libri S.p.A., Milano p.154)
Ciò che definisce la struttura
stessa della contemporaneità di un’opera non è più la sua attualità, almeno
così come la storia della pittura tra Ottocento e primi del Novecento ha
definito, ma il suo essere, per così dire, “destrutturata”, con una struttura
variabile. Ciò si traduce in una attività creativa che ammette più delle epoche
passate la sua autonomia ed arbitrarietà rispetto alla storia, al pensiero
sociale condiviso, alla società. Una situazione che si riflette nel tentativo
innovativo per l’epoca di Eco di estendere la metodologia linguistica e
semiotica all’analisi dell’arte contemporanea, distinguendosi così dalla
consueta critica su base letteraria dell’arte contemporanea. Il tema relativo
al valore dell’opera contemporanea è correlato dunque, alla teoria del segno e
quindi, sul modo in cui il segno che essa rappresenta descrive o esibisce il
proprio rapporto referenziale con il proprio significato o il proprio oggetto
di riferimento: qualcosa di inedito rispetto alla semplice estensione della
pratica semantica alla arte più recente, perché qui Eco suggerisce che il
dominio di referenza, lo spazio da cui trarre il significato ed il valore dell’opera,
non è perfettamente delimitato da fattori extra-opera, come appunto la storia,
la letteratura, la società, fosse anche la società entro cui l’opera viene a
collocarsi. L’apertura su cui sta ragionando Eco non è alcuna apertura
esistenzialistica di tipo heideggeriano, ma è una condizione di
indeterminatezza che rimane costitutivamente senza un decisivo e definitivo
progetto di interpretazione, che lo incastri in una categoria concettuale
oppure in un genere pittorico (o letterario). Una indecifrabilità che appartiene
all’opera che la rende enigmatica nel tentativo di una sua decifrazione:
indecifrabilità non vuol dire in nessun modo “incomprensione”, perché l’opera d’arte
è un oggetto che richiede l’atto interpretativo del suo fruitore, anche se poi alla
fine ci si rende conto che questo atto di lettura fallisce ed il significato
dell’opera risulta profondamente frainteso. L’idea di Eco di concepire questo
concetto di apertura lascia confluire alcuni precedenti storico-letterari, vale
a dire si rifà al tema della collaborazione
tra la parola poetica e l’atto supremo di consapevolezza espresso dall’uomo di
Arturo Onofri, “Nulla esiste a priori, se non la mia capacità o incapacità
lirica” (cfr. Pazzaglia, Testi e lineamenti di letteratura europea, 1976
Torino, p.991), ma anche il tema della produttività estetica di Luigi Pareyson
(Estetica, 1954), per la quale
produzione e fruizione sono due momenti di uno stesso processo per il quale l’artista-fruitore
nel suo tentativo di “fare”, di produrre un oggetto artistico inventa il suo
modo di fare, da cui deriva, a sua volta, il concetto di opera d’arte come “forma-attiva”
divincolata dalle sue connessioni istituzionali descritta da Luciano Anceschi,
per cui l’opera contemporanea non ha più quella univocità aristotelica, ma
neanche una convincente polisemia o plurivocità come vorrebbero alcuni, perché
significa credere che lo spazio semantico di detta opera sia preventivamente
caricato o da caricarsi, mentre in realtà è altrettanto possibile che questo
spazio di senso non esista proprio e quindi, l’opera d’arte rimane un oggetto
sospeso e dislocato, senza possibilità di vere e proprie collocazioni
definitive, un oggetto pericolosamente proiettato verso una deriva semantica
irrisolvibile.
Da questo punto di vista difficilmente
può considerarsi “contemporanea” (sempre se ha ancora significato oggi questa
parola!) l’opera di Escher, anzitutto perché si colloca su un terreno di
convenzionalità che gli è dato dal sistema dell’intuizione, e ciò nonostante
percorre queste strade dell’intuizione seguendo direzioni che ne rivelano la
sua assurdità. Il mistero a cui si allude nell’opera di Escher non è voluto, ma
è una conseguenza inattesa, come se l’ignoto che vi alberga prendesse il
sopravvento improvvisamente e mostrasse una rappresentazione demoniaca di sé,
quella stessa che Cartesio non accettava e con lui molta della filosofia
riflessiva europea.
Post Scriptum. Quando frequentavo
il liceo del mio paese (sezione distaccata dal corpo centrale sito nel
capoluogo di provincia) di tanto in tanto arrivavano alcuni libri in edizione economica
(prima in cartolibreria, poi anche in edicola), non essendoci in paese una vera
e propria libreria. E ricordo che acquistai alcuni libri della Rizzoli, tra i
quali c’è Grandi Speranze di Charles
Dickens, ma anche una piccola raccolta dei poeti italiani in epoca
risorgimentale (interessantissimo!) e soprattutto tanti della Newton Compton,
quelli della famosa serie Millepaginemillelire che negli anni Novanta del
secolo scorso avevano una ampia distribuzione nel territorio nazionale: li
trovavi ovunque! È con questi libri infatti, che coltivai i miei interessi
letterari in epoca liceale, in particolare quello che sempre mi ha dato
soddisfazione cioè la letteratura gotica e dell’orrore. Poe, Lovecraft, Shelley,
ma anche Bierce, Stoker, Stevenson e tanti altri li conobbi tramite questi
libretti e li ricordo con tenerezza, tanto che erano i miei titoli rifugio,
quelli che sceglievo senza incertezza e senza ripensamenti: amore ed una
piccola dedizione che mi sono rimasti e che di tanto in tanto riprendo. Castelli
infestati, mostri alieni, paure inconscie, terrori e crudeltà macabre circuivano
un certo diletto, ma che aveva quello sfogo che il filosofo tedesco Arthur
Schopenhauer descrive in modo convincente in un libro che la Newton Compton
pubblicò nella serie menzionata dal titolo Saggio
sulla visione degli spiriti, che ritrovai in seguito dentro una edizione
dei Fratelli Melita (Roma) dal titolo Occultismo
e filosofia. Chi conosce un poco il pensiero del filosofo tedesco o ha
letto uno o tutti e due i libri citati sa a cosa mi sto riferendo, e per quanto
mi riguarda descrivono sentimenti e una certa prospettiva che si muovevano in questo
indecifrato paesaggio irrazionalistico e antiepistemologico, o più
genericamente di antimodernismo (siglato dalla presenza nella mia libreria dei Saggi dell’idealismo spirituale di
Julius Evola) che riconosco di avere avuto, ma che osservo oggi più come una fascinazione
metafisica che non una convinta adesione filosofica, che rimane epistemologica
e razionalista (è stato una gioia riscoprirmi quello che per tanto tempo
negavo). Tuttavia, questi momenti sono serviti, perché mi hanno insegnato di
non nutrire grande affidamento alle assolutizzazioni scientifiche – visto gli
eventi di cronaca attuale relativi al coronavirus mi pare opportuno
sottolinearlo - e che gli eventi della realtà fisica e della storia sociale ammettono
diverse letture, sovente anche contrastanti tra loro e quindi, non
necessariamente assimilabili l’una alle altre. Ho imparato a lasciare coesistere
posizioni antitetiche e non mi sforzo più a trarre un significato unitario e
totalizzante, e se lo faccio gli do soltanto una validità personale, che
vincola me e la mia anima e forse quel che scrivo.




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