martedì 10 marzo 2020

Qualche feticcio di troppo. Cultura, produzione di massa, televisione e fumetto. Considerazioni sulla lettura di alcuni libri di Umberto Eco



#UmbertoEco, #Filosofia, #Sociologia, #Televisione, #Fumetto



La mia generazione è cresciuta culturalmente con alcune precise idee, anzi con una precisa campagna intellettuale incentrata su una semplice evidenza, quella della responsabilità collettiva e generazionale su molte, se non tutte, le problematiche della contemporaneità. Uno scopo ed una sfida, quasi una missione storica che ha animato la cultura nazionale ed in particolare anima ancora, nonostante tutto, l’attivismo cattolico, che ben si rappresenta in molti pensieri di papa Giovanni Paolo II (cfr. ib., Pensieri di pace e di speranza, 1992). Di più, emerge da questi pensieri un’idea che ha sempre caratterizzato il magistero di quel pontificato, cioè la convinzione del papa polacco non solo della onnipresenza dello Stato ad ogni livello della società, ma anche del suo imprescindibile e necessario (ergo doveroso) intervento su molte delle problematiche contemporanee e da cui lo Stato non può esimersi e di riflesso la stessa società italiana. Certo, una cosa è l’attività dello Stato, altra cosa è la singola volontà individuale, ma nelle parole di Wojtila la distinzione tra sfera pubblica e collettiva e sfera privata non è sganciata da quello che è il vero interesse dell’uomo e che consiste “nel garantire al bene, nel proprio umano vivere, sentire ed agire, quel carattere di disinteresse che il bene contiene in sé” (cit., p.25): in pratica, il vero ed autentico interesse consiste nel negare che ci possa essere qualche volontà intenzionale, qualche progetto e tenere un atteggiamento apparentemente disinteressato, come se le molte contraddizioni dell’attualità non fossero di grande interesse. In realtà, l’idea espressa dal pontefice in questo caso, come in tanti altri è stato quello di riaffermare la medievale concezione per cui la natura intrinseca di questo interesse non è quello utilitarismo denunciato anche dal materialismo ontologico habermasiano, ma il Bene in senso assoluto, cioè Dio come scopo ultimo e costante riferimento nell’azione umana. Di qui, le posizioni polemiche di quel papa nei riguardi dell’economia di mercato, una palese diffidenza nei confronti di politiche sociali orientate alla liberalizzazione e deregolamentazione ed un acceso e convinto dissenso nei confronti del pregiudizio eurocentrico della politica della sua epoca, con buona pace degli attuali sovranisti che cullano a modo loro un ritorno a queste forme pregiudiziali. Ma ad onor del vero, dietro questa solida scorza di cultura reazionaria espressa da Wojtila, il papa polacco è stato colui che ha introdotto nel pensiero cattolico ed in fondo nella azione del proprio pontificato il tema dell’interconnessione e dell’interdipendenza globale, che ha finito per proiettare il mondo cattolico (in ogni sua parte e livello) entro uno spazio concettuale globalizzato e dominato sempre più dalle teorie sistemiche.

In ogni caso, qualunque sia l’opinione che si abbia sul significato di quel pontificato (il più lungo del Novecento), l’assunto di base è la predeterminazione di un sistema di valori assoluti che soggiace e presiede alla cultura e alla produzione culturale, vigilando su di essa e indirizzandola se necessario verso esiti accettati da questa preformità [sc.: sistema di valori]. La conseguenza più evidente è che anche il sistema della comunicazione ordinaria agisce (e deve agire) entro una cornice concettuale che è quella preventivamente imposta dal credo religioso, che non è solo una speranza soteriologica, ma anche un sistema etico-morale a cui diritto, politica e la stessa economia devono riferirsi. Ovviamente, non conformarsi a questo modello significa ammettere o essere costretti a farlo che la società in cui si agisce è attraversata inesorabilmente da una crisi di valori e da una diffusa e incoerente disumanizzazione, spesso legata alla tecnologizzazione sempre più vasta delle società attuali. Inutile ricordare che il tema di una restaurazione dei valori sia un argomento spesso ad uso e consumo di opportunisti e di menti sciocche, in quanto i sistemi di valori si creano e si distruggono da che esiste la civiltà umana, del resto lo stesso cristianesimo in tarda antichità è stato quel martello tonante che ha spazzato via l’antica cultura pagana, per cui pensare che ci sia un’inamovibilità dei valori e che questa qualora si verifichi sia sempre declinata al peggio è quantomeno ingenuità e faciloneria. Tuttavia, era interesse di quel papa definire una situazione che fosse per quanto possibile cristallizzata entro un preciso confine morale ed ideale, ma il suo ideale è stato palesemente anti-contemporaneo e non perché per essere contemporanei bisogna essere tutti degli atei. È vero semmai, ciò che quello stesso pontefice faticava ad ammettere e cioè che la stessa definizione assoluta di Bene subisce le varie mutazioni legate alla secolarizzazione e più in generale alla storicità: Gesù Cristo è essenzialmente un dio secolarizzato, la cui stessa natura è legata al piano della storia e non a quello del realismo trascendente.

Ma facciamo altri passi e muoviamoci verso territori di altra natura, almeno apparentemente distanti da queste metafisiche di fede.

Ricordare alcune opinioni del pontefice cattolico serve solo per avere una misura di riferimento rispetto al fenomeno della cultura e come esso è stato rappresentato dalla cultura italiana. Ora, non mi interessa fare una storia di questa evoluzione, semmai c’è stata, ma mi interessa rivelare come l’atteggiamento reazionario del papa polacco non ha potuto evitare, credo a tratti molto opportunisticamente, di utilizzare quella svolta che gli anni Settanta del secolo scorso hanno determinato nella cultura italiana e che riguarda la cultura (ergo i sistemi di valori e ideologia) come lo spazio di uno spettacolo, prima ancora che la forma di un contenuto di qualunque natura esso sia. In Sette anni di desiderio (1983) Umberto Eco argomenta sul tema della cultura come “spettacolo”, una trasformazione legata certamente alla maggiore partecipazione che l’attivismo impegnato di quegli anni ha stimolato, ma legata in particolare alla nuova dimensione del “fare cultura”, che è appunto data dalla sua collocazione pubblica e dalla ragion d’essere che deriva dalla visibilità collettiva. La cultura è una produzione collettiva, rivolta a chiunque e chiunque è legittimamente deputato ad intervenire, a partecipare, quindi a contestare, a polemizzare, a dissentire: effetto della nuova concezione democratica. È la piazza i luogo deputato a questa produzione e dalla piazza che affiorano non solo prodotti estetici o genericamente culturali, ma anche modelli culturali che si auto-promozionano e che influenzano stili di vita e di pensiero. Una situazione che ridefinisce il ruolo e la funzione dell’intellettuale o dell’operatore di cultura in genere, almeno rispetto al modello modernista di primo Novecento, dove persiste ancora il modello di un sistema autoreferenziale e dove il rapporto con gli eventuali fruitori è fondato su una cattedratica distanza: un rovesciamento di categorie dunque, non più l’intellettuale inteso come l’eroe di un sistema trascendente e contemplativo, ma l’eroe attivo, immerso nella storia e nella società, senza per quanto riferirsi al vitalismo dannunziano e alla sua figura di vate.

Gli anni Settanta catapultano l’intellettuale nuovamente in mezzo alla società, lo costringono a diventare parte integrante di una collettività da cui non può più esimersi, da un lato per responsabilità personali e di ruolo, dall’altro lato perché è, come dice una canzone di Francesco De Gregori, “è la storia che entra, brucia le porte. La Storia siamo noi!”. Il coinvolgimento dello intellettuale non può che essere totale e compromettente, ma soprattutto ideologico. La conseguenza di ciò è un fenomeno realmente nuovo e che sconvolge i tradizionali equilibri della produzione culturale, quello cioè per cui la cultura non è più demandata ai soggetti istituzionali, ma assume una direzione proveniente dal “basso”, per così dire. La tradizionale distinzione di “cultura alta” e “cultura bassa”, che in precedenza si presentava nella contrapposizione tra la lingua italiana e il dialetto, tra la cultura accademica e l’analfabetismo popolare, adesso assume i caratteri inediti, correlati alla nuova condizione della cultura italiana del dopoguerra, cioè una cultura che assume sempre più i tratti di un sistema di produzione di massa: la cultura è sì collettiva, ma è anche pensata e rivolta esclusivamente alla dimensione popolare. Ciò accade non per un progetto preventivo, calato dall’alto come qualche nostalgico sperava e avrebbe voluto che fosse, ma per una condizione oggettiva della nuova realtà produttiva: il rapporto tra produttori di cultura e fruitori di cultura non può più impostarsi su stereotipate gerarchie, poiché se l’aristocrazia culturale crede ancora di “controllare” la produzione culturale, sotto forma di censura, di selezione di autori tramite le collane editoriali, ma anche secondo il vecchio modello Gentile-Croce, cioè basata sul possesso monopolistico di case editrici e via dicendo, sbaglia clamorosamente, perché questi criteri sono ricusati da quello stesso pubblico per i quali i prodotti culturali sono stati pensati e proposti.

In tal senso, anche la figura dell’intellettuale cambia, perché la propria funzione si colloca in un sistema produttivo che è più decentrato, anzi addirittura periferico in quanto anche i piccoli centri locali di provincia possono divenire luoghi di produzione culturale. Produzione di massa allora, ma anche produzione per la fruizione di massa. L’idea gramsciana della subalternità dei ceti popolari rispetto alla classe egemone ed al proprio sistema di valori e culturale trova adesso nella produzione di massa la condizione oggettiva tramite cui invertire la direzionalità del rapporto di subordinazione, per cui la massa diventa essa stessa produttrice culturale. Il fatto nuovo degli anni Settanta è appunto questo, la produzione di cultura non è più la conseguenza di una pianificazione progettuale, un piano, un programma pensato dal potere politico e dalle istituzioni, ma è un’attività che scaturisce spontaneamente dalla piazza, che tra le altre cose è in rivolta in quegli anni (natura anti-istituzionale e coscienza critica, anche se poi è una mutuazione della coscienza di classe operaista), e come esperimento da laboratorio, cioè come il prodotto di una contaminazione ed ibridazione di linguaggi eterogenei tra loro, ma che possono definire una commistione ritenuta più sincera e più vera dei compassati modelli della cultura ufficiale, in primis quelli scolastici.

“La cultura “alta” aveva presto capito e spiegato che ci trovavamo di fronte a modelli di laboratorio di una sovversione dei linguaggi, dove l’arte cercava di prefigurare uno stato di crisi e metteva in questione il soggetto umano. […] La pratica eversiva dei vari linguaggi avrebbe dovuto prefigurare stati di disgregazione o di ricomposizione sociale e psicologica che magari, a livello dei rapporti economici, si sarebbero resi espliciti solo in una fase successiva”.
(Umberto Eco, Sette anni di desiderio, 1983, ed. 2016, p. 65)

Il punto è proprio questo. Rovesciando la direzione della produzione culturale, cioè eliminando la presunta gerarchia che su cui si fonda il sistema dei produttori di cultura e quello degli operatori culturali, è evidente che anche le fonti, oltre che i mezzi, da cui è possibile fare cultura cambiano e risultano più variabili di quel che si possa sospettare. L’arte del Novecento aveva già accolto questa possibilità in alcuni movimenti artistici raccolti nell’Environment Art, cioè in quegli stili in cui prevale il tema della contaminazione, spesso basata su strutture organiche o su installazioni concettuali che dissacrano alcuni luoghi comuni ed opinioni correnti, ma se astraiamo ancor di più e ci si muove sul piano del rapporto cultura e società, quello che in arte è ibridazione stilistica, sul piano antropologico, culturale e sociologico è una diversa costruzione narrativa dell’ideologia di una collettiva e della immagine che detta collettività dà di se stessa. La conseguenza più rilevante che la produzione di massa è che non viene solo a definirsi un differente modello produttivo, ma vengono a delinearsi anche nuove modalità di linguaggio e di comunicazione che fungono da piattaforma sociale (e generazionale) condivisa: la smaterializzazione della base materiale delle strutture sociali inizia già in questa fase, anche se bisogna attendere gli anni Ottanta e Novanta per vedere operare un sistema del simbolo vero e proprio, che ha colonizzato e soppiantato le tradizionali ideologie sociali e politiche; l’ideale viene sostituito dallo stile di vita e la tensione spirituale idealistica dall’aspirazione alla realizzazione dello stile di vita, sovente consumistico. La cultura diventerà anche questo, il mezzo amplificante di quel materialismo consumistico tanto inviso dal papa polacco prima ricordato.
La sperimentazione innescata dalla produzione di massa definisce una situazione inedita nella rappresentazione tradizionale della cultura, questa infatti assurge non più ad una forma organizzata di contenuti contemplati e reiterati dalla storia e dalla letteratura, ma a quello di uno “spettacolo”, di un evento vero e proprio, l’occasione insomma di assistere ed eventualmente partecipare ad una “ritualità collettiva” (op. cit., p. 235). Questa nuova situazione non sottrae all’intellettuale il monopolio aristocratico della proprietà dell’erudizione che esibisce, né incide sul suo ruolo sociale (semmai ne ha uno), ma gli consegna la gestione e la  conduzione dello spazio da cui trae legittimazione e consenso. L’intellettuale fa cultura e lo fa perché la cultura è lo spazio naturale entro il quale si esplica tutta la sua attività, ma questo spazio non è più un momento di socialità sottratto alla collettività. È la stessa collettività a riconoscere ed accettare l’esistenza di questo spazio, perché gli appartiene e perché può colonizzarlo a proprio piacimento. Un diritto di proprietà che gli deriva certamente dal sovvertimento della subordinazione, ma soprattutto perché la cultura è diventato lo spazio di una diversa modalità di vivere il dibattito collettivo, prima confinato solo in alcuni luoghi istituzionali (scuola, parlamento, consiglio comunale, centri di comando operativo, …). Tutto il dibattito fluisce in piazza, fuori dai luoghi deputati e quindi, in quanto tale oggetto di chiacchiera, di confronto e di opinione pubblica: la nuova o forse la vera dimensione della sovranità popolare.

“Se lo spettacolo culturale deve prendere questa strada non ci sarà da esserne soddisfatti. Ma non perché si tratta di spettacolo “culturale” ma perché si tratta di “spettacolo” nel senso peggiore del termine: una falsa vita rappresentata sul palcoscenico perché gli astanti, silenziosi, abbiano l’illusione di vivere, per interposta persona”.
(Umberto Eco, Sette anni di desiderio, ed. 2016, p. 326)

L’argomentazione di Eco esprime una differente fase rispetto alla semplice occupazione o colonizzazione da parte della massa dei luoghi da cui era tradizionalmente esclusa, come può evincersi dalla lettura di La ribellione delle masse (1931) di Josè Ortega y Gasset, infatti qui la cultura non è solo uno spazio occupato dalle masse, ma è proprio quello costruito dalle masse e teso alla fruizione che la stessa massa vuole farne. Tra questi spazi non c’è più il tradizionale convegno, la sessione di studi o la semplice lezione universitaria, ma quello più ordinario, ma più consono e vicino alle masse che è quello dei mass-media, in particolare la televisione. La televisione, come anche il fumetto contemporaneo, la canzonetta del Festival di Sanremo e via dicendo sono forme ed esempi attuali di ciò che per molta letteratura socio-antropologica è la produzione di massa, in quanto sono forme o dispositivi pensati per una trasmissione di contenuti pensati e rivolti alle masse, tuttavia in un’intervista del 1970, ritrovabile nel canale Youtube di Andrea Cirla, con il titolo L’intellettuale e la comunicazione di massa, Eco afferma, ripercorrendo la sua stessa storia personale di intellettuale classico (ergo da fonti letterarie), che l’interesse nei confronti di queste forme e prodotti gli deriva dall’aver compreso che dentro i vari contenuti da questi trasmessi ci fosse un sistema di valore che interessava “la gente” – usa proprio questo termine -, per cui scaturisce l’interesse intellettuale dello studioso di capire cosa fosse questo “qualcosa” e perché fosse di così interesse ad una moltitudine di persone, magari non avvezza a studi profondi. È su questa motivazione, probabilmente, che scaturisce la scrittura e pubblicazione di un’opera come Apocalittici e integrati (1964), che apre la via verso quell’interesse generalizzato che la classe intellettuale italiana manifesta nei riguardi dei mass-media e dei problemi comunque, collegati alla produzione e alla trasmissione di massa.


La premessa dell’argomentazione di Eco si incentra sulla questione del “feticcio”. Il sistema della comunicazione di massa e con essa anche il sistema di produzione di contenuti rivolti alle masse, o popolari ruota intorno ad una struttura concettuale e di significati che è condivisa e partecipata, ma che è soprattutto costruita su delle categorie che sono cristallizzate e sovente del tutto destoricizzate. Nell’opera menzionata la dissertazione dell’argomentazione ammette metodicamente la dicotomia tra la classe degli “apocalittici” e quella degli “integrati”, indicando con questi termini non solo una classe di persone, ma sistemi di concetti e di pensiero. Il campo di battaglia è la valutazione del sistema di produzione massificata, in un caso demonizzata, nello altro caso assolta. La convinzione di Eco è che questa diatriba in fondo, non sia altro che espressione di una correlazione strutturale tra i due opposti che gli deriva proprio dal sistema della produzione di massa, che de facto ha mutato profondamente i termini del dibattito culturale, oltre che della stessa natura della cultura. La costruzione di queste polarità ideali e concettuali, come forme assolute e sovrastoriche, nasconde ed elude il fatto scientificamente rilevante che la struttura tradizionale su cui si regge la classica concezione della cultura, cioè la distinzione tra possessione e gestione del fatto culturale, è stata totalmente sovvertita proprio dalla massificazione dei prodotti culturali. La tradizionale visione per cui la cultura è un fatto che riguarda solo una certa classe sociale e che altre classi siano escluse dalla sua produzione ha creato un paradigma che poteva funzionare in altre epoche in cui le condizioni oggettive orientavano chiaramente la struttura in questione verso questo tipo interpretazione: in epoca medievale era un fatto oggettivo che le abbazie monastiche potevano considerarsi dei produttori di cultura perché “ricopiavano” (e conservavano in biblioteche) i codici antichi dal latino, dal greco, ma anche dall’ebraico e dall’arabo in quanto i monaci erano gli unici che sapevano tradurre e parlare quelle lingue; ciò definisce una precisa direzione, ruolo e funzione dell’intellettuale in epoca medievale (cfr. Jacques Le Goff, L’uomo medievale, 1987), ma queste caratteristiche sono storicamente mutevoli e l’avvento della stampa tramite la tecnica dei caratteri mobili usata da Gutenberg ha progressivamente modificato l’impostazione medievale ed il significato che la tradizione monastica ha dato al concetto di cultura.

In epoca più recente la massificazione ha prodotto lo stesso effetto, rovesciando appunto i termini della questione. Soprattutto, viene ad incrinarsi l’idea che la produzione dei codici culturali sia esclusivo appannaggio di una componente della società e si inizia a prendere atto che la classe subalterna, espressa dalla massa, in realtà non sia più quel soggetto passivo che incapace di influire e condizionare il processo produttivo. La piazza in rivolta a cui si accennava prima dimostra che non solo la massa ha questo potere di condizionare i processi produttivi, ma ha anche la volontà di farlo e non per un idealistico spirito democratico. I prodotti che vengono realizzati dalla produzione non sono solo “fabbricati” assecondando una logica della sovrapproduzione, ma sono anche selezionati dalla produzione, in quanto sono quelli richiesti e attesi dal pubblico che li riceverà (consumismo). La logica di potere insita nella struttura del possesso del mezzo produttivo è sgretolata fin nelle sue fondamenta, perché non è più il produttore il padrone della produzione, ma è l’acquirente/consumatore che alla fine del processo produttivo acquista un prodotto anziché l’altro.  

“il sistema di condizionamenti detto industria culturale non presenta la comoda possibilità di due livelli indipendenti, l’uno quello della comunicazione di massa, l’altro quello della elaborazione aristocratica, che la precede senza esserne condizionata. Il sistema dell’industria culturale pone una rete di condizionamenti reciproci, tale che anche la nozione di cultura tout court ne viene coinvolta”.
(Umberto Eco, Apocalittici e integrati, ed. 2016, p. 10)

Ciò significa che la produzione di un contenuto, che magari in seguito può trasformarsi in messaggio o opinione pubblica, non può essere disgiunto, almeno in via preventiva e totalmente, dalle stesse condizioni materiali che lo formulano e lo diffondono, anzi proprio questa correlazione stretta tra composizione e strutture materiali di produzione (che fanno tanto Marx!) ammette una conseguenza difficile da accettare da ogni operatore culturale e produttore di cultura, e cioè che alcune peculiarità del contenuto culturale esulino dal suo effettivo e rigoroso controllo (intenzione dell’autore e intenzionalità del testo): per quanto si possa agire per elaborare stringenti processi di controllo dell’opinione e per quanto si possa prevedere una casistica di effetti, il successo o meno di una comunicazione può affidarsi e determinarsi da fattori estranei al costrutto formulato e più dipendenti da quelle variabili di contesto (ambiente, geografia, storia, tradizione letteraria, pubblico, …) indicata dalla consueta teoria linguistica della comunicazione .

“il libro, creando un pubblico, produce lettori che a loro volta lo condizioneranno. […] Pensiamo che, se dobbiamo operare in e per un mondo costruito sulla misura umana, questa misura andrà individuata non adattando l’uomo a queste condizioni di fatto, ma comunque a partire da queste condizioni di fatto. […] un uomo non liberato dalla macchina, ma libero in rapporto alla macchina”.
(Umberto Eco, Apocalittici e integrati, ed. 2016, p. 8; p. 6; p. 11)

Questo significa che per quanto ci si possa sforzare a costruire ed ad imporre sistemi feticistici la produzione culturale di massa o popolare che dir si voglia, ammette una tale pluridirezionalità dei propri processi che non è più rintracciabile un’unica fonte o un unico produttore, ma neanche un solo pubblico, quest’ultimo non necessariamente omogeneo. Ciò significa che non esiste un solo modello culturale di riferimento, ma una modellistica variabile, spesso derivata anche dal continuo aggiornamento di uno solo di questi modelli, che alla fine appaiono frammentati, discontinui e apparentemente incoerenti e contraddittori. Crolla a.e., l’ideale alessandrino della biblioteca-museo, ma crolla anche l’idea stessa di “biblioteca” di cui forse rimane solo un sogno inquietante, quello della borghesiana “biblioteca ideale”. Come è noto, la biblioteca è un’immagine che si farà presente nella opera di Eco, soprattutto in quella di prosa e creativa, tuttavia è un altro il concetto su cui insisterà sempre più il grande semiologo, quello di “enciclopedia”, che diventerà il fulcro di una gestione del sapere e della costruzione dei discorsi scientifici e della comunicazione ordinaria, dove la settorialità non è altro che una via tra le tante percorribili, ma che non esclude (e presume) la consapevolezza di procedere lungo un cammino arzigogolato e circumlocutorio. In tal senso, il narrare diventerà quella struttura non solo con cui comporre l’intreccio di argomenti e temi, al modo dell’estetica aristotelica, ma anche quella con cui dipanare e descrivere la stessa complessità contenutistica di una comunicazione e la nuova configurazione ideologica e razionale della realtà che da essa deriva (cfr. Umberto Eco, Sei passeggiate nei boschi narrativi, 1993).


Ciò detto, non è più la produzione e neanche la differenziazione in generi a sancire cosa sia cultura o quali prodotti possono annoverarsi nell’ambito del sistema cultura, ecco perché ad un certo punto la produzione popolare diventa una oggettistica di grande interesse intellettuale, in quanto sono oggetti dove esiste e può individuarsi un interesse dal valore sociale; ovviamente dire questo non significa accettare o ritenere piacevole ciò che si connota come significato e valore di questi oggetti o forme. In un articolo intitolato Corrado e il paese reale e contenuto nel libro del 1992, La bustina di Minerva, si offre un’analisi del fenomeno e del successo di un noto programma televisivo nazionale, La Corrida di Corrado Mantoni. Ora, è evidente che si sta parlando di un singolo programma televisivo e non di un intero sistema produttivo, tuttavia il programma menzionato è indicato come “la quintessenza della vita pubblica italiana” (ib., La bustina di Minerva, 2016, p. 69), un riflesso fedele cioè della società di massa italiana. Non proprio una metafora, ma neanche la realtà in senso pieno: un momento ed uno spazio pubblico dove si palesano alcune caratteristiche che la produzione televisiva italiana non ha a ben guardare smarrito con il tempo, anzi le ha ulteriormente sottolineate, seppur declinate in varie forme, e vale a dire il “dilettantismo” (cit., p. 70) e l’”esibizionismo” (cit., p. 71), qualità che hanno trasformato lo schermo televisivo in un “villaggio” mediatico, prima ancora che si imponesse lo scenario internazionale della globalizzazione. Scrive Eco:

La Corrida riflette l’etichetta, in una seconda repubblica fatta da dilettanti allo sbaraglio, che ostentano la loro incultura politica, si dilettano di anacoluti, metafore incongrue, barbarismi, citazioni sbagliate, solecismi e soprattutto hanno sostituito il linguaggio curiale non con il linguaggio comune ma con il turpiloquio, la polemica con l’insulto, il tecnicismo con la parolaccia, e credendo di parlare come mangiano parlano invece come ruttano”.

Prosegue ancora:

“Ecco il mirabile rovesciamento di paradigma di cui siamo testimoni. Scompare la figura del comico che diffama l’handicappato indifeso, e sale alla ribalta l’handicappato in persona, fiero di ostentare il proprio handicap. Contento lui, che si esibisce, contenta la rete, che riesce a far spettacolo senza neppur pagare l’attore, e contenti noi, che finalmente possiamo ridere di nuovo sulla stupidità altrui, soddisfacendo il nostro sadismo. I teleschermi pullulano di analfabeti fieri di sbagliare i verbi, di omosessuali che danno della “vecchia cecca” a chi ha i loro stessi gusti, di maliarde che danno spettacolo della loro foia disfatta, di cantanti stonati, di bas bleu che dicono “la palingenetica obliterazione del subcosciente umano”, di cornuti contenti, di scienziati pazzi, di geni incompresi, di scrittori a proprie spese, di quelli che danno gli schiaffi e di quelli che li prendono, felici che il giorno dopo ne parli il droghiere dell’angolo. Se è lo scemo del villaggio a esibirsi giulivo, noi possiamo ridere senza rimorsi”.

Il giudizio può apparire eccessivo e chiaramente datato, tuttavia è interessante notare come questo programma televisivo abbia una forma ed una struttura, pensata e apparentemente ritenuta “senza un genere specifico”, insomma una sorta di contenitore dove coabitano e convivono tanti altri generi: su questa direzione si muoveranno tante altre trasmissioni televisive realizzate dopo, seppur entro contesto di genere e di format differente. All’epoca ciò che interessava ad Eco ed in particolare a quello intervento è una evidenza verso la quale la stessa intellighenzia italiana ammetteva a fatica e soprattutto riusciva a sopportare male, vale a dire la avvenuta sovrapposizione e sostituzione della vita pubblica con la vita fittizia del piccolo mondo televisivo. La Corrida è solo l’antesignano di un percorso comunicativo della televisione nazionale e più in generale di alcuni mezzi di informazione e di trasmissione popolare che realizzerà ineludibilmente il trasferimento della vita materiale e quotidiana della società sullo schermo televisivo. La vita vera, quella che di volta in volta verrà qualificata da etichette o da titoli di programmi (in diretta, in famiglia, storie di e via dicendo) non descrivono solo l’avvenuta sintonizzazione tra due piani ritenuti estranei tra loro ed ingenuamente inconciliabili, ma quasi una naturale mutazione e conversione dell’uno nell’altro: perfino il destino dell’economia nazionale risente di questo condizionamento e mutamento, e la bilancia economica può pendere favorevolmente o meno a seconda della narrazione televisiva che alcuni programmi (forse addirittura tutti) riescono a dare o a sciorinare al proprio pubblico di fedele spettatori.


Ora, indipendentemente da come si valuti questa situazione, c’è un’idea di fondo nell’argomentazione di Eco che rimane per molti versi inoppugnabile, cioè il fatto che la televisione e molte trasmissioni televisive operino ancora in un regime feticistico e ciò nonostante la diversificata formulazione di linguaggi, di formati e di generi, che apparentemente descrivono (o dovrebbero farlo) un’evoluzione del mezzo televisivo. Eco appare convinto (e diverse opinioni su questo tema sembrano confermarlo) che il mezzo televisivo è quello che più di tutti, tra i così detti mass-media, risulta incapace a superare la struttura feticistica che soggiace alla stessa scrittura televisiva. In tal senso, la stessa storia del fumetto contemporaneo rivela che ad un certo punto gli stessi autori di fumetti sono riusciti a concedersi delle licenziosità narrative che hanno avuto come effetto il sovvertimento del paradigma e del modello stereotipato che funge da base dei racconti fumettistici (alcuni canali Youtube dedicati a questo tema [sc.: il fumetto] ravvisano siffatta mutazione della natura del fumetto supereroistico, in particolare), tanto che non si ravvisa in molti fumetti quella cifra didascalica tipica dei racconti e delle storie fumettistiche di altri tempi, soprattutto per il fumetto italiano e quindi, il racconto fumettistico acquisisce lo humor nero (es. Alan Ford e il gruppo T.N.T. di Max Bunker) ed un crudele cinismo (es. Sturmtruppen di Bonvì) che dissacra sia la diffusa percezione della realtà, ma anche il suo intrinseco valore morale, quest’ultimo a volte palesemente irriso da massime qualunquiste che fissano un significato pedagogico come nel caso di Nick Carter di Bonvì-De Maria; oppure, acquisisce il gusto parodistico e irriverente delle storie di Jacovitti; oppure, si limita a riproporre, troppo pedantemente i triti stereotipi del fumetto d’avventura ed eroistici (es. Tex Willer e Mister No della Bonelli editore).

Il mezzo televisivo da questo punto di vista fa più fatica, pur avendo una diffusione più ampia ed immediata di qualsiasi altro mezzo di trasmissione popolare. E tuttavia, pur presentandosi come strumento di verità, vale a dire diretta rappresentazione della realtà e del quotidiano, non riesce ad emendarsi dal fatto che la sua stessa ragion d’essere si muove su un registro che ha trasformato la realtà non solo in una finzione come alcuni generi recenti descrivono, ma addirittura in un’appendice quasi accessoria, ma non fondamentale, del racconto televisivo. Non basta che la realtà sia vera, deve risultare vera anche nella sua stessa trasposizione televisiva. Il destino delle veline di Striscia la notizia di Antonio Ricci mi sembra un esempio di questo tipo. Inizialmente concepite in funzione demistificante, irriverente e di supporto all’azione scenica del programma, tanto che erano la componente “seria”, quella che introduceva nello schermo notizie dalla veridicità plausibile, a volte artefatta – oggi qualcuno potrebbe dire fake news -, anche se non necessariamente false, che il pubblico ha finito per ritenere più attendibili delle notizie lette dagli istituzionali speaker dei telegiornali serali, tanto che Ricci finì per sopprimere questa funzione, modificando il ruolo delle ragazze veline nel modo attuale, vale a dire nell’originaria funzione scenografica del programma. Sull’incapacità della televisione di evolversi rispetto al suo stato di crisalide Eco fornisce una spiegazione con il concetto di “televisione come servizio”. Questa urgenza concettuale della trasmissione televisiva di instaurare un esclusivo e dipendente rapporto con la sfera pubblica risponde principalmente all’esigenza di legittimare la propria attività come “servizio” rivolto alla collettività, ma così facendo viene definirsi anzitutto un genere ed un codice linguistico per il quale l’attività televisiva non è un’attività estetica, anche se lo è realmente, e soprattutto non ha un’estetica principale di riferimento: l’estetica e le icone che popolano lo schermo derivano direttamente dalla sfera pubblica, non sono una stravaganza televisiva o una creazione del piccolo schermo. Ecco allora, che agiscono i luoghi comuni, gli stereotipi e le massime qualunquiste nella composizione della trasmissione televisiva e quindi, opera nella struttura del programma televisivo un codice prefissato e che appartiene socialmente già al pubblico a cui la trasmissione è rivolta: simmetria, specularità e sdoppiamento sono categorie e metafore che saranno utilizzate sovente, anzi se ne abuserà così tanto che si finirà per credere all’alterità e alla natura parallela della televisione.

“Dunque ci pare che non si possa condurre un discorso corretto sulla televisione, le sue possibilità estetiche e i suoi caratteri specifici, se non si distinguono anzitutto, all’interno del fenomeno televisivo come “servizio di telecomunicazioni”, diverse possibilità di comunicazione, sottomesse a diverse esigenze tecniche, talune dotate di maggiore autonomia grammaticale, sintattica e – al limite – espressiva, altre più legate da immediate esigenze di comunicazione per usi di consumo. Sotto quest’ultima voce potrebbe rientrare ad esempio la semplice proiezione e trasmissione di film fatti per il circuito cinematografico, se anche qui non ci fosse da chiedersi se per determinati film la riduzione su piccolo schermo non muti a tal punto il rapporto emotivo con lo spettatore da mutare lo stesso “impact” psicologico e quindi l’esito estetico dell’opera. Un secondo aspetto riguarda il fatto che non si può parlare di un linguaggio televisivo (meglio, di vari linguaggi televisivi, secondo le diverse possibilità comunicative ed espressive che il mezzo offre) se non considerando sempre il fenomeno “linguaggio” in rapporto a uno spettatore sociologicamente e psicologicamente caratterizzato”.
(Umberto Eco, Apocalittici e integrati, op. cit., pp. 325-26)

Quindi, un mezzo di trasmissione di contenuti che non vuole, né esibisce alcuna estetica, ma neanche nessun linguaggio a ben guardare che però, necessita di ritornare alla struttura di una sociologia dei tipi (lo spettatore-tipo) non solo per dare significato alla classificazione in generi dei propri prodotti e della propria attività, ma anche per iniziare semplicemente a formulare un qualsiasi discorso televisivo. Categorie e grammatiche, apparentemente inconsuete e bizzarre, in realtà sono le stesse che operano nel pensiero sociale e a cui la trasmissione televisiva dà amplificazione.




Post Scriptum. Nella puntata del 17 febbraio 2020 dell’attuale edizione del Grande Fratello Vip si è assistito ad una scena estremamente interessante per certi ragionamenti sulla televisione. Il caso riguarda la lite scaturita tra alcuni inquilini della casa (Patrick Ray Pugliese e Antonella Elia) e che è stata oggetto di dibattito nel puntata successiva del serale – siamo ancora nella settimana dove c’è il doppio appuntamento serale. Il dato interessante lo possiamo schematizzare nel modo seguente:
  1. Annuncio del fatto, riproposizione delle sequenze incriminate ed oggetto della lite e valutazione in diretta di un accadimento acquisito (come è nella formula del programma) in differita.
  2. Richiesta di un’opinione e di un giudizio prima ai diretti interessati, in seguito agli altri inquilini.
  3. Persuasione da parte della conduzione del programma e dimostrazione tramite il riavvolgimento delle immagini della insussistenza del motivo scatenante la lite.

In linea generale, i tre punti indicati descrivono genericamente la scansione temporale e l’attività svolta durante il serale, tuttavia lo schema sopra riportato non può evitare di segnalare una situazione che è metafisica e che supera il piano oggettico, sempre se il riavvolgimento delle immagini possa definirsi tale, vale a dire che in questa struttura ad arringa, tipica da processi giudiziari, è assente, perché non può essere fatta se non da parte dello spirito critic dello spettatore, la presa di consapevolezza che ogni momento di questa scansione è una fase di costruzione di narrazioni che non solo si sovrappongono, ma creano uno stato di ambiguità che il semplice riavvolgimento delle immagini non riesce ienamente a dissolvere. Il richiamo all’oggettività delle immagini più volte fatto in quella serata e specialmente rivolto all’indirizzo della presunta parte offesa diventa in quei momenti parte di una costruzione di un pensiero e di una narrazione, alcuni direbbero mistificazione, dove l’evento in sé è del tutto irrilevante, almeno rispetto alla formalizzazione narrativa che deriva proprio dalla struttura del programma. In questo caso l’oggetto del dibattito non è semplicemente se lo spintone c’è stato o non c’è stato – io sono dell’opinione che ci sia stato, ma riguardava momenti precedenti agli spezzoni di immagine sottoposti al giudizio di inquilini e di pubblico -, ma il significato che quell’evento si è consumato in quei momenti, per quanto indifferenti possano essere stati nell’economia di una giornata. Lo evento scatenante può (come dice la conduzione del programma) non esserci stato, ma per quanto possa considerarsi un mero abbaglio della protagonista offesa, rivela in realtà uno stato diciamo così, “psicologico” ed “emotivo” perfettamente rispondente ad una esigenza formale insita nella struttura narrativa dei giorni precedenti all’evento, cioè la tensione emotiva che sussisteva tra alcuni inquilini e la loro palese insofferenza dell’una verso gli altri (vedasi i confessionali di quei giorni). Se in virtù di una civile coabitazione tra gli stessi inquilini ci si è adoperati a “risolvere” l’alterco, mi sembra abbastanza evidente che la soluzione cercata non sia altro che, a sua volta, di una ricostruzione narrativa o di un reindirizzo della linea narrativa che fino a quel momento si era tenuta, da un lato come effetto spontaneo e derivato dagli equilibri composti dai rapporti personali tra gli stessi inquilini, dall’altro lato dalla scansione dei ritmi in fondo, imposta proprio dalla gestione del programma (ricordare che la regia invita o ordina ad un inquilino qualsiasi di compiere una certa azione o di andare in un determinato luogo della casa). La struttura analitica di cui ho detto sopra può precisarsi quanto si vuole, ma rimane in ogni caso indubbio che nel sezionare i tempi del dibattito in diretta nel serale viene a definirsi, non so quanto consapevolmente, da parte del conduttore e degli autori del programma una costruzione narrativa, che per natura e per conseguenze che raggiunge ha lo stesso costrutto di un pezzo di memoria soggetta a revisionismo, di un’ideologia sostituita ad un altro sistema di riferimento e via dicendo. Attenzione, nulla di scandaloso o che grida vendetta, ma solo la contastazione che per quanto si possa fare attenzione, alcuni esiti possono sfuggire al controllo da parte di pretende di gestire le possibili devianze delle strutture narrative. Ora, se questa gestione è resa possibile, meglio se risulta per così dire “facilmente realizzabile” vuol dire che esiste già un condizionamento formale, che la realtà esibita in ogni suo aspetto non è altro che un costrutto formale, un sistema di azioni indotte da un copione noto solo a pochi ed ignoto al destinatario sia esso protagonista del programma, sia esso il pubblico che guarda lo spettacolo. Questo tipo di condizionamenti agiscono tramite il racconto e possono esplicarsi mediante una razionale attività di convincimento. Più che una brutta pagina di televisione, in quel caso a me è sembrata una convincente sperimentazione da laboratorio di semiotica, senza nulla togliere alla sincerità dei vari protagonisti.

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