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Sam Loyd è il più importante
enigmista e matematico statunitense del secolo scorso. Ha curato rubriche di
giochi matematici, è stato egli stesso un inventore di giochi, tra cui il più
noto è Il Gioco del 15, una tavoletta dove sono sistemati dei blocchetti
numerati in ordine crescente tranne la coppia finale del 14 e del 15, la cui
disposizione è invertita. Tuttavia, la figura di Sam Loyd è legata ad altri
ingegnosi enigmi, di cui il matematico italiano Federico Pieretti descrive nel
suo libro del 2010 dal titolo Il
matematico si diverte. In questo testo si trova un capitolo dedicato a
Loyd, caratterizzato dalla consueta e minimale descrizione biografica del
matematico statunitense e soprattutto la presentazione di alcuni degli enigmi
da lui inventati e che fanno parte dell’armamentario enigmistico mondiale. In
particolare, di uno di questi vorrei parlare, pubblicato da Loyd nella sua
opera più importante, la Cyclopedia of Puzzles del 1914, dove è possibile
trovare i 5oo modi in cui è divisibile un quadrato e di cui Martin Gardner ha
curato una breve raccolta dei passatempi più rilevanti di detta enciclopedia.
L’enigma in questione è il n. 56
del secondo volume (1980) a cura di Martin Gardner, Passatempi matematici, edito in Italia dalla Sansoni editore e
intitolato Sfogliando la margherita.
Il gioco è esposto secondo un’esposizione aneddotica, consueta in questo tipo
di pubblicazioni, dietro cioè la veste di un breve racconto, il cui testo può
leggersi nel libro di Gardner menzionato. In breve, il gioco coinvolge due
giocatori e la meccanica consiste nello staccare a turno un petalo o due petali
adiacenti, a scelta del giocatore di turno. Il quesito sollevato dal problema è
il seguente:
utilizzando una margherita composta da tredici
petali come schema di gioco e ricorrendo a delle monete con le quali coprire
uno o due petali a secondo della propria strategia di gioco, è possibile
determinare con certezza chi vincerà la partita tra i due giocatori e quale sia
la strategia vincente?
Preciso che colui che perde la partita
è chi rimane con la “vecchia zitella”, cioè con il gambo della margherita
spoglio di petali, in questo caso con i vari petali coperti dalle monete
sovrapposte.
Il quesito in questione è meno
semplice di quel che sembra apparentemente, perché la meccanica del gioco è
costruita in modo da agire sulla presunzione derivata dall’intuizione, che
ammette che il vincitore nella strategia di gioco risulti essere sempre il
primo giocatore, tanto che se si verifica la situazione modellizzando
un’ipotetica partita risulta appunto, che il giocatore iniziale appare sempre
il giocatore vincente. Ciò che viene chiesto dal testo di Loyd è semplicemente
spiegare se sia realmente così e se non lo è, quale sia la strategia vincente.
Ecco, la spiegazione di Pieretti di questo gioco risponde pertinentemente a
quest’ultimo tema, affermando che la posizione favorita del primo giocatore può
essere rovesciata “se farà in modo di dividere i petali in due gruppi uguali”
(Pieretti: Hachette, 2017, p.165) costruendo una strategia speculare ed opposta
a quella dell’avversario. Es., se il giocatore iniziale copre un petalo, il
giocatore di turno copre a sua volta due petali stando attento di dividere i
petali restanti in due gruppi equamente distribuiti (Ciocatore A: petalo n.1; Giocatore
B: petali n.7-8); oppure, se il giocatore iniziale copre due petali, il
giocatore di turno ne copre uno, in modo da pareggiare di volta in volta la
distribuzione numerica dei petali (Giocatore A: petali n.2-3; Giocatore B:
petalo n.9); così via, fino ad esaurimento dei petali disponibili. Lo scopo di
questa strategia è in realtà, di non alterare (o per meglio dire ripristinare)
una situazione di ordine numerico costante dove interviene un bilancio
proporzionale tra ciò che si prende e ciò che si lascia. Infatti, se il
Giocatore A copre due petali realizza la combinazione del tipo 2+1, di
conseguenza per pareggiare la distribuzione il Giocatore B lascia scoperto in
base alla combinazione 2-1.
Una spiegazione che descrive la
soluzione del problema e che è la stessa riportata da Gardner nella raccolta
indicata sopra. Tuttavia, ciò che è interessante capire come mai accade quanto
appena descritto. Le combinazioni numeriche indicate sono due formule che
descrivono una situazione delle strutture fondamentali della realtà che
l’antica teoria matematica greca conosceva molto bene e che si è espressa nel
tema della proporzione e della progressione geometrica delle successioni
numeriche. L’idea decisiva dei pitagorici consiste appunto, nell’aver
individuato un ordine numerico costante (e in seguito anche ricorsivo) nella
trama delle relazioni degli eventi della realtà. Ciò significa che le
contraddizioni della realtà hanno una struttura che si dà e ricorre
continuamente e che i pitagorici finirono per delineare tramite la struttura
dei poligoni. Una costruzione aritmetica e geometrica che l’attuale modello
matematico si traduce semplicemente tramite i noti diagrammi di Eulero-Venn,
cioè tramite gli insiemi e le dirette corrispondenze tra due insiemi, da cui derivano
le rispettive proprietà. Per chiarire questo punto cito lo esempio proposto da
Peter M. Higgins (1998) della partita da tennis. Nel definire il calendario di
incontri di un torneo il dato che si deve accertare è il numero di partite che
compongono l’attività del torneo; fissato questo numero, stabilito in base allo
intervallo dell’attività del torneo, ci si rende conto immediatamente (e
intuitivamente) che il numero dei giocatori coinvolti è pari a questo numero
più una unità. Supponiamo che il numero di partite da svolgere sia 99, il
numero di giocatori che sono coinvolti nell’attività del torneo è 99 + 1 = 100.
Pertanto, il numero 99 indica da un lato il numero di partite da svolgere, ma
indica anche il numero dei giocatori sconfitti nell’attività del torneo. La
matematica (e con essa la filosofia) pitagorica avevano appurato che l’attività
aritmetica si svolge secondo una struttura definita dalla formula n + 1, che è la formula sopra usata per
individuare il numero di giocatori del torneo dell’esempio. Sempre la teoria
pitagorica infatti, si è accorta che aggiungendo un semplice 2 alla formula si
ottiene 2n + 1, con la quale
descrivono la costruzione delle serie numeriche e dei relativi poligoni, in
questo caso 2n + 1 descrive la serie
dei numeri dispari.
Ora, le combinazioni numeriche che
regolano l’azione del rompicapo di Loyd derivano proprio da questo tipo di
struttura e da questa configurazione delle strutture fondamentali della realtà,
infatti se si osserva la formula pitagorica relativa ai numeri dispari, si
evince che le combinazioni numeriche di Loyd non sono altro che questi numeri
dispari a cui l’enigmista ha eliso il termine n. Quindi, da 2n + 1 si
ottiene 2 + 1, che è la combinazione (o la forma relazionale) aritmetica senza
la presenza del termine indeterminato di n,
con il quale ovviamente si costruisce la successione numerica. Qui, non
interessa la sintesi della serie, ma la sua forma ridotta, il suo schema
minimo.
Ciò detto, questo enigma di Loyd
rivela un tema molto interessante e che lo stesso Gardner spiega in un suo
articolo dal titolo Controlli di parità
e contenuto nel quinto volume di Enigmi e
giochi matematici, pubblicato in Italia dalla Sansoni editore nel 1976.
L’argomento dell’articolo riguarda appunto la struttura qui descritta, vale a
dire ammettere uno sviluppo e una sequenza numerica dove la relazione numerica
privilegia una configurazione paritaria o a coppia. Una situazione per così
dire “anomala” e che si evince molto chiaramente da quello che succede durante
la dimostrazione euclidea della validità del rapporto (cioè del segmento) che
sussiste tra l’intero ed una sua parte, rapporto aritmetico-geometrico che dal
Rinascimento in poi conosciamo semplicemente come Sezione aurea di un segmento. La dimostrazione euclidea come è noto
ha a che fare con la scoperta dei numeri irrazionali e soprattutto con
l’impossibilità di realizzare l’estrazione di radice del valore di un’ipotenusa
costruita sulla diagonale di un quadrato di lato 1. In base al noto Teorema di
Pitagora il valore di questa ipotenusa corrisponde a √2, cioè alla radice
quadrata di 2. Come è noto, il tema dell’estrazione di radice nella matematica
greca riguarda anche quello della frazione di un numero, cioè dividere la
superficie di un oggetto, qui espresso da un qualsiasi numero intero, in modo
tale da ottenere il valore precedente alla sua elevazione esponenziale, vale a
dire i2 = C2 + c2 da cui deriva la nota formula del toerema i = √C
+ √c, dove i è l’ipotenusa, C è il
Cateto maggiore e c è il cateto
minore. Ora, sul piano aritmetico l’estrazione risulta impossibile, almeno se
si continua a ragionare con le proprietà dei numeri interi, come è nella teoria
matematica antica, ma dal punto di vista geometrico è possibile dimostrare
l’esistenza di un numero, che sia il valore dell’ipotenusa, e che sia
compatibile ad una frazione del tipo n /
m, dove n e m non sono uguali e che producano un valore di estrazione pari a 2.
Questo numero esiste, ma non è un numero intero ed è quello comunemente noto
come numero φ (gr. Phi), che è un
mero infinitamente piccolo, un numero decimale, simile ad un altro numero
altrettanto noto che è il pi greco
(π), periodico e soprattutto appartenente ad una classe di numeri detti Reali.
La struttura combinatoria del
gioco di Loyd lambisce un tema che rinvia a questi temi, perché imposta la
sequenza numerica in una serie di numeri interi e quindi, suggerendo che la
struttura compositiva sia anche essa di tale natura. La convergenza del tema è
dato da alcuni elementi, anzitutto lo schema del gioco propone un numero di
posizioni che è un numero dispari (13) e quindi, pone un grosso problema di
distribuzione delle restanti posizioni libere, che l’azione del giocatore deve
bilanciare in qualche modo. Il bilanciamento operato dal giocatore di turno è in
effetti, la definizione di un rapporto, di una frazione vera e propria che deve
conservarsi per continuare a configurare il circuito su cui si determina la
sequenza numerica: infatti, se la frazione non esistesse più si avrebbe
nuovamente l’unità (1 / 1; 2 / 2) e non ci sarebbe modo da parte del giocatore
di turno di sconvolgere la posizione di vantaggio del giocatore iniziale. Il
mantenimento del frazionamento e quindi, della distribuzione equa delle
posizioni durante l’attività di gioco permette al giocatore di turno di
condurre una qualche forma di strategia e di poter vincere alla fine. Ma se ciò
non fosse possibile? È il caso a.e., del gioco proposto da Gardner dei tre
bicchieri.
Prima versione di questo gioco. Si
prendano tre bicchieri e li si mostri girati sul tavolo. Lo scopo del gioco è
di rovesciarli tutti e tre e di metterli dritti sul tavolo. Condizione
fondamentale dell’attività di gioco è rovesciare i bicchieri due per volta,
usando tutte e due le mani. Dopo qualche prova si capisce che il gioco può
riuscire e alla fine si ottengono tutti e tre i bicchieri dritti. Da questa
esperienza si evince che l’uso simultaneo delle due mani nel rovesciare i due
bicchieri rappresenta de facto la
condizione di sopra, cioè impone una distribuzione delle possibilità,
risultando già di per sé frazionate: il frazionamento in questo caso non è
evitabile e ciò di riflesso determina la riuscita del gioco.
Seconda versione del gioco.
Ricorriamo ai tre bicchieri di sopra, ma stavolta anziché avere tutti e tre bicchieri
rovesciati si tiene uno di essi rovesciati: si sceglie di tenere dritto il
bicchiere al centro, ma si potrebbe tenere dritto uno qualsiasi degli altri
due, si sceglie il bicchiere centrale solo per una convenzione, per rendere più
evidente l’esito del gioco. Se dopo alcune prove nel caso precedente si riesce
a risistemare i bicchieri tutti dritti, adesso, nonostante numerose prove, la
ricomposizione nello stesso ordine dei bicchieri è un esito impossibile, perché
la sistemazione del bicchiere centrale nel verso opposto agli altri due crea
una situazione irrisolvibile della combinazione. Le posizioni assunte di due
degli oggetti in questione ripristinano la situazione dell’unità, vale a dire
risolve il frazionamento e ciò si traduce nell’attività di gioco in una
condotta fallimentare: con tutti gli sforzi e le combinazioni che si possono
pensare il risultato finale sarà sempre quello di trovare uno dei bicchieri
rovesciato rispetto agli altri due.
La descrizione qui offerta
permette di chiarire una situazione che si verifica in modo tipico in qualsiasi
sistema, vale a dire che una volta fissato il valore di parità del sistema,
questo si conserva per tutte le attività relative al suddetto sistema; es., se
il sistema ha una parità dispari come nel caso del gioco dei bicchieri, questa
si conserva nell’azione del gioco stesso. Non si ha la conservazione se – come
nel caso sopra descritto – si cerca di trasformare la parità del sistema in un
altro tipo di parità, nel caso in esame in una parità pari: si è visto
l’impossibilità di raggiungere lo scopo dell’attività. Ora, questa valutazione
ha fissato un principio teorico che ha trovato diffusa applicazione nella
fisica particellare e che ha trovato espressione nel noto Principio di esclusione di Wolfgang Pauli, in quanto definisce la
proprietà elettrostatica delle particelle atomiche; infatti, molte delle varie
particelle che compongono l’universo atomico hanno la proprietà di costruire
sistemi elettrici con un valore di parità costante, queste particelle sono tutte
quelle che compongono i fermioni,
dette così perché obbediscono al sistema di regole descritto dalla statistica di Fermi-Dirac (1926), e sono
il protone, il neutrone e l’elettrone. Tuttavia, la scoperta che esiste una
produzione variabile di particelle ha condotto la teoria fisica a ritenere che
esistono particelle che non rientrano nella statistica di Fermi-Dirac e che si
rivolgono invece, ad un altro sistema, detto statistica di Bose-Einstein, che vale esclusivamente per loro.
Questa classe di oggetti sono i bosoni.
L’attività delle particelle ordinarie dunque, configura uno spazio
elettromagnetico che influenza, a sua volta, lo spin, cioè l’orientamento
elettromagnetico della singola particella; nel caso dei bosoni ciò non accade, perché la stessa particella ha un suo doppio
speculare, detto antiparticella, che
ha uno spin rovesciato e su cui si basa il concetto attuale di antimateria. Ora, il sistema costituito
da particella e da antiparticella configura una struttura che non può avvalersi
della intuizione che è alla base della parità, perché laddove ci si attendesse
un certo comportamento previsto, il sistema della particella/antiparticella ne
produce un altro, inatteso ed imprevedibile.
Certo, l’antimateria ed il sistema
delle antiparticelle sono diretta conseguenza dell’applicazione della teoria
della relatività di Albert Einstein, tuttavia questa situazione teorica rivela
l’insufficienza della strutture intuitive, soprattutto se estese ad un
paesaggio di oggetti di dimensioni molto piccole, ed i bosoni sono oggetti
molto piccoli, di conseguenza il controllo di parità che funge – come si è
potuto evincere – da struttura della meccanica del gioco di Loyd sopra
descritto è totalmente inapplicabile in queste situazioni teoriche estreme. E
tuttavia, tenere presente questa fallacia significa tenere sotto controllo più
che altro le eventuali conclusioni dedotto (o abdotte) attraverso l’intuizione.
Le combinazioni aritmetiche con le
quali è possibile regolare l’andamento della partita nel rompicapo di Loyd hanno
questa funzione conservativa, cioè descrivono i termini di una distribuzione
paritaria che ai fini del gioco rende possibile al giocatore che muove da una
posizione svantaggiata di impostare e realizzare una strategia di gioco per lo
meno non fallimentare.
Post Scriptum. La descrizione del
gioco di Loyd ha fatto affiorare (scusate il gioco di parole!) un tema che
qualche anno fa è stato ampiamente diffuso nella cultura popolare tramite una
produzione cinematografica di grande successo ed una relativa serie televisiva,
che personalmente non ho visto. Il tema riguarda la questione sociale e
politica, oltre che economica, della distribuzione. Ora, il pensiero economico,
ma soprattutto la sua rappresentazione nella cultura popolare ha abituato il
pensiero sociale a considerare le problematiche economiche essenzialmente un
problema di produzione, tanto che il P.I.L. è uno, se non l’unico, indice di
valutazione della ricchezza di una nazione: di recente, alcuni saggistici hanno
condotto, secondo me anche molto giustamente, una controinformazione culturale
tesa a mettere in rilievo che la ricchezza prodotta non può essere l’unico
criterio di valutazione del benessere di una collettività, in quanto entrano in
gioco una serie di fattori immateriali che per definizione sono esclusi dal
criterio economico del P.I.L. Tuttavia, questo grande interesse che il cinema
(guarda caso statunitense) ed una certa controcultura popolare di origine
antagonista hanno posto l’accento solo sulla questione della distribuzione,
vale a dire che le moltissime contraddizioni economiche che caratterizzano
l’attuale modello capitalistico siano tutte conseguenza di una scarsa
ridistribuzione economico-finanziaria delle risorse economiche, perché da un
lato si ha quello che noti esponenti del socialismo mondiale (uno su tutti
Ernesto Che Guevara) denunciavano, vale a dire l’espropriazione e lo
spogliamento delle risorse economiche dei paesi non sviluppati industrialmente,
mentre dall’altro lato si è assistito (e secondo esponenti marxistico-comunisti
si assiste ancora) una concentrazione di questa ricchezza estratta, cioè
prodotta, nelle mani di gruppi sempre più ristretti, genericamente localizzati
nel mondo Occidentale, favorendo in questo modo sperequazioni sociali e
fratture reddituali tra gli stessi ceti sociali (un esempio è la trasformazione
di ciò che una volta si chiamava “povertà relativa” in uno stato di “povertà
assoluta”). Uno scenario amaro e drammaticamente apocalittico contro il quale
(a quanto pare e a detta di questi) si può rimediare solo tramite una diversa
riformulazione della distribuzione della ricchezza mondiale. Senza volermi
addentrare troppo sul tema, che merita di per sé tutta la considerazione possibile,
se utilizziamo l’andamento del gioco di Loyd come un modello astratto di
un’ipotetica condotta economica, ci si accorge che la compensazione che rende
possibile la distribuzione equa delle posizioni nello schema di gioco è
formulata di volta in volta su una soglia sempre più sottile di queste
possibilità, vale a dire che se ogni petalo della margherita è una risorsa (o
verosimilmente una sua quantità), l’occupazione di uno o più petali offre al
giocatore di turno la possibilità di scegliere se compensare oppure no l’azione
del giocatore che lo ha preceduto, ovviamente se lo scopo è rovesciare i
termini di svantaggio è conveniente seguire una certa condotta, anziché una altra.
In conclusione, proseguendo su questa allusione sull’economia, non mi sorprenderebbe
se qualcuno affermasse o che avesse già detto nel frattempo che dietro la
ridistribuzione dei profitti globali e delle ricchezze nazionali, ricorrente in
molte narrazioni antagoniste, si celasse l’ombra dell’austerity degli ultimi
anni.




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