domenica 9 febbraio 2020

Qualcosa sul tema della palindromia, ovvero tra matematica e filosofia




#NumeriPalindromi, #Matematica, #Filosofia, #Martin Gardner


La data del 2 febbraio di quest’anno è stata subito salutata dai vari cronisti ricordando ai propri spettatori o ai propri lettori che è un numero palindromo, vale a dire un numero che letto in senso inverso riproduce lo stesso suono o la stessa grafia. Basta scrivere in numeri la data menzionata e si ottiene il seguente numero 2/02/2020, che rovesciato da la cifra 2020/20/2. Appunto un numero palindromo.

La sottolineatura di questa particolarità è chiaramente una curiosità, in quanto dietro la forma di un numero palindromo non si nasconde chissà che struttura matematica fondamentale, ma è un’evidenza che sovente viene utilizzata in enigmistica o in curiosi rompicapo alfa-numerici più che altro per divertire colui a cui sono destinati. L’unico elemento di rilevanza che si può trarra da queste forme numeriche è la costruzione materiale di un palindromo, cioè di una forma che possiede una simmetria formale e che tramite questa può vantare di avere una forma inversa ad essa speculare. Individuare questa paritcolarità è un fatto che diverte e magari invoglia pure a trovare (o a provare) l’esistenza di queste forme.

In molti libri divulgativi, spesso attinenti alla matematica ricreativa, viene trattato l’argomento e spesso la spiegazione viene accompagnata da vari esempi. A tal riguardo, mi pare esauriente quanto esposto da Martin Gardner in Circo matematico (1968), dove il grande divulgatore statunitense spiega cosa sia un palindromo numerico, quanti di questi siano stati scoperti e via dicendo. Nel capitolo del libro menzionato inoltre, viene ricordato che la palindromia non è solo una caratteristica dei numeri, meglio di alcuni numeri come il numero primo 11, ma è una caratteristica di alcune parole o costrutti verbali. A tal riguardo, a seconda del sistema di lingua utilizzato è possibile determinare quanti palindromi possano trovarsi nel lessico di una lingua e qualche autore si è preoccupato di verificare appunto questo fatto. Pertanto, chi volesse approfondire questo tema può andare al testo citato, ma consultare anche altri libri di matematica ricreativi come il primo volume di Dario De Toffoli e Dario Zaccariotto, Esercizi per tenere in forma la mente (2017), da cui ho tratto il seguente problema:

           "Raggiungere il numero-obiettivo di tre cifre avendo a disposizione i numeri dati e le 4 operazioni; ogni numero
           può essere usato una volta sola".

313




10
4
7
8

Il numero indicato dal problema è come si evince un numero palindromo, ottenuto da una serie di operazioni (per l’esattezza due moltiplicazioni e una sottrazione) artimetiche con i quattro numeri dati. Ora, la palindromia numerica che è alla base del congegno proposto è quella descritta da Gardner, di cui si è detto sopra, ma anche di quella che viene detta “congettura di palindromia”, vale a dire la supposizione che dopo un certo numero di operazioni aritmetiche sia possibile produrre un numero palindromo. Non è il caso del problema menzionato, mentre lo è l’esempio contenuto in un classico della matematica ricreativa, che è Gli enigmi di Mosca (1952) di Boris A. Kordemsky. La palindromia è trattata nel capitolo dedicato alle “Somme palindrome” che sono le somme del tipo
38

139

48017
83

931

71084
0121

1070

119101


0701

101911


1771

221012




210122




431134

Queste somme descrivono appunto, la congettura di palindromia, cioè l’assunto che dopo un certo numero di somme venga prodotto un numero palindromo. A tal riguardo, esistono alcuni studi che hanno messo in evidenza alcune curiosità, come a.e. quella per cui utilizzando il numero 89, quest’ultimo produce un numero palindromo non prima di 100 operazioni, mentre altri numeri sotto il numero 100 e a due cifre ne producono uno dopo 24 operazioni. In ogni caso, nessuno di questi studi ha fatto chiarezza o abbia dimostrato vera la menzionata congettura. L’unica certezza è che la palindromia è una stravaganza che non è correlata alla primalità dei numeri.


Ciò detto, si è fatto riferimento alla palindromia verbale, di cui Gardner offre esauriente e stimolante trattazione nel libro che ho menzionato prima, ma anche in un altro, Esperienza A-Ah! (1982), qui ampiamente descritta tramite storielle divertenti, simpatici disegni e piccoli enigmi. Dall’impostazione divulgativa del libro di Gardner si evince una curiosità che non è solo né logica, né matematica, ma riguarda in fondo, una certa descrizione dell’attività analitica della filosofia tradizionale. Tra i vari enigmi che il testo propone, Gardner menziona nuovamente l’abilità del paroliere inglese J.A. Lindon, di cui aveva riportato una ingegnosa proposizione palindroma, “You Can Cage A Swallow, Can’t You, But You Can’t Swallow A Cage, Can You?”, che tradotta in italiano vuol dire “Si può ingabbiare una rondine, ma non si può ingoiare una gabbia”, a cui faccio seguire questa altra, “Now No Swims On Mon”, in italiano “Ora non si nuota il lunedì”. Ho dimenticato di precisare che i palindromi verbali possono essere o relativi ad una singola parola come nel caso della parola italiana “ama”, oppure di pezzi o di intere frasi, come è nei casi adesso citati. L’ultimo palindromo, a mio avviso, mette in evidenza come dietro l’apparente gioco di parole ci sia anche una certa configurazione dello spazio semantico (significato), che tende a preservarsi nonostante lo stravolgimento della parola in questione. Se infatti, materialmente il palindromo non subisce alcuna modifica, ciò che sorprende e meraviglia in questo caso che anche il senso o il significato della proposizione risulta inalterato. Proprio questo genere di palindromi rivelano come sul piano della comunicazione o semplicemente verbale sia possibile alludere a quella dimensione che in filosofia viene detta metalinguaggio.

Nel caso del palindromo di Lindon si può osservare che la configurazione dello spazio semantico e quindi, il preservarsi del senso della combinazione verbale è in fondo, affidata ad una opportuna variazione di significato determinata anzitutto da un diverso contesto frasale, anche se poi a conti fatti le parole che costruiscono i due diversi contesti sono sempre le stesse. Questo tipo di struttura, anzi di costruzione verbale in fondo, usuale nella dialettica antica, ce la ritroviamo nella filosofia novecentesca sotto forma di analisi metafisica vera e propria. Se si osserva il gioco metalinguistico che i palindromi verbali citati realizzano, ci si rende conto che è, con opportune differenze di dettaglio e di scopo, lo stesso andamento tenuto da Martin Heidegger nella sua nota analisi esistenziale del concetto di essere descritta in Sein und Zeit (1927). Lo scopo di quel testo, considerato da tutti un capolavoro (incompleto, perché manca la terza sezione) della filosofia del Novecento, è di realizzare la Dikstruction, cioè lo smantellamento concettuale delle molte sovrastrutture idealistiche, nel senso di astratto, che caratterizzano la metafisica post-hegeliana e soprattutto neokantiana. Heidegger ricorrere metodicamente (reimposta il metodo analitico) ad un azzeramento della rappresentazione tradizionale della categoria dell’essere, sulla falsa riga dell’epoché fenomenologica di Edmund Husserl, e procede analiticamente a far affiorare una serie di valenze di senso “dimenticate” dalla storia filosofica e dalla recente produzione letteraria. La tecnica analitica utilizzata da Heidegger è una costruzione circolare dell’esposizione, una tediosa argomentazione ricorsiva che però ha la finalità di collocare la riflessione del concetto su un piano diverso da quello imposto con tutta evidenza dalla semantica oggettiva o dal sistema funzionale di riferimento del lessico ordinario. L’operazione di distruzione della metafisica operata da Heidegger è in fondo, un’attività con la quale il pensiero rivela la dimensione dello essere metafisico, il noto Dasein heideggeriano, come una forma o come un prodotto metalinguistico. Una condotta questa che è tipica della filosofia (e della cultura europea) dell’epoca, lo aveva fatto la filosofia tradizionale, l’epistemologia scientifica con il recupero delle forme simboliche (cfr. Ernst Cassirer), la stessa psicanalisi clinica di Sigmund Freud, ma anche altri settori della produzione culturale e ciò molto prima che con lo Strutturalismo, l’Ermenutica filosofica e l’Antropologia degli anni Sessanta iniziassimo a definire quest’epoca nei termini di una “svolta linguistica”.


Oggi, percepiamo i palindromi come una curiosità, un gioco ingenuo e probabilmente lo sono anche, tuttavia stuzzicano una certa cifra dell’ingegno umano che la filosofia a seconda delle stagioni culturali e delle personalità dominante nel panorama del pensiero europeo, ha guardato con diffidenza o con ingenuo entusiasmo. Voglio dire, lo stupore quasi terrificante dinanzi alla specularità o alla simmetria formale degli oggetti o degli esseri. Basti considerare il riflesso su uno specchio di una mano o della propria figura intera. Palindromi sono anche quegli oggetti che risultano perfettamente simmetrici, ad un tempo molto sorprendenti, ma anche ingannatori, alludendo ad una difficoltà che è costante nella storia del pensiero filosofico, il controllo univoco ed accertato delle rappresentazioni prodotte. Breve considerazione. La simmetria costituisce nella scienza europea in fondo, il criterio oggettivo che permette di valutare un contenuto come valido oppure no, basti pensare che si riconosce una specifica proprietà ai numeri e alle forme geometriche detta appunto “proprietà simmetrica”, tuttavia questa stessa simmetria rivela una situazione inattesa e sconvolgente che il pensiero aborrisce, vale a dire la mutevolezza incontrollata dei profili delle forme. Lo scopo principale della geometria di Euclide non è altro che valutare l’equivalenza delle figure, tanto che l’antico matematico alessandrino pensò che fissando alcuni semplici criteri (es. lato in comune ed angolo di insistenza) si potesse dimostrare la suddetta uguaglianza. Tuttavia, questo principio come quello della simmetria hanno molto a che fare con l’intuito umano, quello stesso che vedendo una forma con un certo profilo ci fa dire che ha la forma di un triangolo o di un rettangolo. La forma palindroma rivela l’esistenza di qualcosa che è rassicurante in quanto ripetibile secondo l’attività intuitiva, ma anche di qualcosa di sconvolgente che mette in crisi questa stessa intuizione. Esempio gli oggetti topologici, che per un certo senso sono rispetto alle forme geometriche tradizionali degli oggetti impossibili.




Post Scriptum. L’altro giorno mi guardavo allo specchio e contemplavo la barba che mi stava crescendo foltamente in viso. Ecco una tipica situazione dove scaturiscono quelle fugaci, ma a volte brillanti e risolutive intuizioni, con le quali lascio correre il pensiero o altre anemità. Vorrei dire che quel giorno fosse stata una di queste situazioni, ma non è così, in realtà l’unico pensiero serio che mi attraversava la mente in quell’attimo era semplicemente se tagliare o meno la barba. Alla fine, forse per indolenza o forse per vanità, non l’ho tagliata, anche perché fino ad una certa misura il pelo in faccia credo che mi stia bene, però per una serie di motivi evito di coltivare questa escrescenza pilifera nella mia faccia. In ogni caso, quella volta, ma di tanto in tanto accade pure, l’immagine che mi rimandava lo specchio non era solo quella di un uomo con barba intento a curare se stesso o a fare della semplice toilettes, ma anche quella surreale di chi fa i conti con ciò che quel corpo, sempre più segnato dal tempo, esibisce, che si cela dietro la banalissima occorrenza di una scelta estetica. È in questo tipo di momenti che mi domando quanto valga essere identici a se stessi, quanto artificiale ed in fondo, “economica” sia la categoria dell’identità (ed utile quella dell’oblìo), eppure pur avendo coscienza che quell’immagine, lì di fronte allo specchio, sia io, ho sempre la sensazione di avere a che a fare con un altro tizio: forse il ragazzetto del liceo che ero un tempo avrebbe avuto tutta altra opinione, ma lui ormai non c’è più.

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