#Matematica, #ArteDelNovecento, #TeoriaDellaProspettiva, #Verismo
Esiste un rapporto bizzarro tra
l’arte e la matematica – almeno così viene raccontato -, un rapporto dicevo,
che viene descritto sovente dai libri di divulgazione matematica con l’intento
di demistificare l’immagine stessa della matematica, cioè quella di essere
un’attività astratta e autoreferenziale. Nel caso di questo capitolo dedicato
al rapporto tra arte e matematica si fa leva su quella eventuale curiosità che
l’argomento può suscitare e rivolgerlo in un interessante esposizione con la
quale appassionare il lettore di turno magari ad uno studio più sistemico della
stessa disciplina. Intento lodevole certo, ma che offre anche alle menti meno
attrezzate una verità scomoda e per gli appassionati di arte meno entusiasmante
di quel che si creda, a tal punto che a volte viene voglia di ricredersi sulla
condanna platonica dell’arte. Vediamo in cosa consiste questa verità. Un tema ricorrente nella storia
dell’arte europea è essenzialmente la questione del naturalismo figurativo. Un
tema che è anche un problema estetico-filosofico, perché la critica dell’arte a
partire dalla età moderna ha individuato nel realismo delle forme pittoriche non
solo l’oggetto precipuo dell’espressione artistica, ma anche una vera e propria
categoria concettuale. Ciò ha reso la pittura italiana di epoca rinascimentale
il modello fondamentale, oltre che l’unico canone di riferimento, e quindi ogni
tipo di giudizio sulla produzione artistica deve ammettere come proprio metro
appunto il realismo figurativo. Ciò significa che quel che è de facto, il
prodotto di una specifica applicazione tecnica, cioè la teoria della
prospettiva, diventa esso stesso la “realtà” vera, ciò che viene effettivamente
intuito dai sensi.
La conseguenza culturale è la
formulazione di una narrazione derivata dalla trasformazione apportata da una
tecnica di rappresentazione con la quale descrivere la stessa realtà. Ciò vuol
dire che l’immagine che la teoria della prospettiva crea diventa essa stessa un
vero e proprio codice visivo con il quale e attraverso il quale formulare un
giudizio qualsiasi sulla stessa realtà. Il fatto rilevante è che tramite questa
narrazione sfugge, o si elude, la situazione per la quale questo tipo di
descrizione è essa stessa un artificio ed un’illusione ottica, ottenuta tramite
un accorgimento tecnico basato su una struttura geometrico-matematica. Nella
storia teorico-culturale europea esistono diverse teorie prospettiche, tuttavia
quando si parla di “prospettiva” ci si riferisce in special modo ad una
particolare formulazione prospettica, che è quella descritta da Leone Battista
Alberti nel suo De pictura (1435),
dove applica e codifica un vero e proprio metodo di pittura basato sui principi
prospettici usati dallo architetto Filippo Brunelleschi. La formulazione di
Alberti definisce una nuova stagione della pittura italiana, che scopre appunto
una tecnica semplice ed intuitiva di costruzione di scene paesaggistiche meno
grottesche di quelle fino all’epoca rappresentate. L’idea della prospettiva
pittorica deriva dal lungo dibattito che fin dallo scrittore romano Vitruvio (I
secolo d.C.) si ha sul tema della proporzione, in quanto il tema coinvolgeva
per lo più le arti applicate come l’architettura, ma è appunto alla alba della
nuova civiltà, quella umanistico-rinascimentale, che questo dibattito si
trasferisce anche in altri ambiti della produzione estetica. L’obiettivo della
tecnica è quello di realizzare un assunto parecchio noto nella cultura antica e
che riguarda la proporzione che intercorre tra l’intero ed una sua parte, una
relazione che trova la sua applicazione nelle arti plastiche per lo più e
quindi, nella rappresentazione del corpo umano. L’esempio più rilevante di
questa applicazione è tutta la statuaria greco-romana che ci è pervenuta, ma è
solo dopo la ripresa degli studi di ciò che verrà chiamato Sezione Aurea e dopo
l’applicazione della proporzione aurea al disegno da parte di Leonardo di Pisa
che le condizioni teorico-concettuali e pratiche si fanno mature per la
definizione di un nuovo ed avvincente metodo pittorico.
Il fulcro innovativo del metodo è
essenzialmente quello di ordinare le linee cromatiche e quelle spaziali secondo
un ordine che è prestabilito dal progetto dell’artista; nel caso del metodo di
Alberti consiste essenzialmente nel costruire una “piramide visiva” avente il
proprio vertice o in un punto qualsiasi del quadro, oppure nello sguardo dello
spettatore, una struttura immaginaria di linee dove allocare gli oggetti della
scena e orientare lo sguardo in modo da dare la sensazione di osservare gli
oggetti o i corpi secondo una precisa gerarchia di proporzioni: grandezze e
proporzioni tra loro correlate danno l’illusione che l’immagine rappresentata
sia realistica, cioè autentica. Ciò accade a causa ed in ragione di una
distorsione del profilo delle forme operata tramite il rapporto della Sezione
Aurea. In questo modo, ciò che è materialmente distorto appare al fruitore un
oggetto che ha una struttura perfettamente proporzionato, il che ovviamente non
è. Il valore di questa operazione tecnica è quella di lasciare immaginare che
sul quadrato ideale costruito per la prospettiva compiano più funzioni spaziali
di quelle che materialmente il piano richiederebbe, in altri termini accanto
alle due “naturali” dimensioni spaziali, cioè lunghezza e larghezza, possa
inserirsi una terza funzione spaziale, che è quella della profondità; è questa
ultima che conferisce allo oggetto la sua tridimensionalità e quindi, la sua
veridicità.
La tecnica della prospettiva
formulata dalla pittura italiana dunque, è uno dei primi momenti di
applicazione di strutture matematiche alla espressione artistica, anzi per molto
tempo sarà esclusivamente questo, tanto che la narrazione critica su questo
rapporto è sovente incentrato solo sul tema della prospettiva, ma è ormai
evidente che la tecnica di Alberti non è la unica tipologia di prospettiva, nel
tempo infatti diverse furono le tecniche di costruzione di una prospettiva
pittorica, tuttavia ciò che rimane costante nella pittura europea è appunto,
l’idea di realismo oggettivo e la categoria naturalistica che la suddetta
tecnica dà al giudizio estetico di critica e spettatori, influenzando non solo
il gusto del pubblico, ma anche il valore stesso di una opera d’arte. La conseguenza
culturale più rilevante che si deriva è la convinzione nella arte europea di
potersi mostrare al mondo come una “ordinaria” attività di conoscenza,
superando in fondo tutte le perplessità che il pensiero filosofico ha da sempre
mostrato dinanzi al potere descrittivo della rappresentazione intuitiva.
La storia dell’arte europea
(generalizzando) si muove chiaramente nella direzione opposta dal pregiudizio
filosofico e la teoria della prospettiva permette di impostare con metodica
certezza la costruzione di una visione oggettiva del reale. Ecco perché ad un
certo punto di questa storia lo scontro che alcune frange della avanguardia artistica iniziano con la pittura ufficiale finirà per fissare il problema
dell’opera d’arte nei termini di una doppia problematica:
- La produzione artistica, in particolare la realizzazione pittorica diventa un problema esclusivamente estetico, vale a dire la via della prospettiva inizia ad essere una scelta culturale e tecnica che si identifica esclusivamente con la arte ufficiale, imponendo un discrimine inaccettabile nei confronti di tutte quelle opere ed artisti che sono ai margini del circuito museale e delle accademie statali; inoltre, la codificazione del linguaggio prospettico come strumento tipico della rappresentazione delle elitès aristocratica prima e borghese poi, trasforma la pittura in un ordinario strumento di propaganda ideologica, poiché temi, soggetti e scelte cromatiche dipendono dallo status sociale del pubblico a cui le opere sono sovente destinate, anche perché commissionate proprio dagli stessi destinatari. In tal senso, la crisi delle antiche strutture aristocratiche porta con sé la crisi di un modulo espressivo che si è accettato come unico metodo di verità espressiva, dimenticando come anche esso e tutta il realismo naturalistico che lo riguarda non sono altro che il prodotto di una illusione ottica.
- La svolta popolare dell’arte del XIX secolo, rende gli artisti non solo più sensibili ai movimenti sociali che caratterizzano la società europea dopo la vicenda napoleonica e durante l’epoca della restaurazione, ma soprattutto dà alla arte un compito che le istituzioni statali cercano di soffocare, vale a dire di costruire narrazioni autentiche della realtà, in particolare quella sociale e ciò senza finzioni e senza ipocrisie, tramite un linguaggio espressivo diretto e immediato. Di qui, i temi della quotidianità dei ceti popolari, la descrizione dell’ordinaria vita urbana e della campagna, la dura (e polemica) rappresentazione delle sperequazioni economiche e dello sfruttamento delle fasce più deboli della società e via dicendo; temi che richiedono ovviamente una narrazione differente da quella proposta dalla ufficialità, ma anche uno strumento formale e linguistico che “comunichi” immediatamente anche ciò che può solo trasparire come implicito, oppure come evidenza negata. A tal riguardo, la veridicità della realtà non deriva più dalla sua rappresentazione estetica, dal fatto che le immagini prodotte siano perfettamente coerenti e congrue alla realtà intuita, ma dalla sensazione cruda e diretta che la cromia e la base luminosa del quadro riesce a far scaturire nello animo dello spettatore. Il tema del disegno, della sua corretta impostazione tecnica non può più sopperire alla urgenza pressante di verità (questione ontologica) che lo spettatore reclama nel contemplare un’opera d’arte; l’attualità di una opera diventa una questione non più derogabile, perché non è più assunta come tale nello oggetto d’arte: l’arte deve “di-mostrare” che la sua attività abbia una sua attualità e lo fa legando sempre più l’oggetto d’arte al contesto entro cui esso viene a collocarsi.
Questo ultimo punto rivela una
direzione che è precedente allo sviluppo teorico-concettuale dell’arte del
Novecento, ma che dà inizio proprio a quello impressionante deriva formale e
stilistica dei movimenti artistici novecenteschi. La via di una pittura in
antitesi ai circuiti ufficiali colloca la ricerca artistica e il relativo
sistema formale di riferimento nello ambito di un realismo veristico per il quale
la realtà materiale della contemporaneità è tema esclusiva dell’espressione
artistica, ma questa direzione se rivela una differente sensibilità degli
artisti non è ancora pienamente in contraddizione con il modulo espressivo che
proprio sul prospettivismo rinascimentale fonda una certa idea di “realtà
vera”. Lo scopo veristico o del naturalismo oggettivo, tanto per fare
riferimento al romanzo naturalistico francese, senza dimenticare Giovanni Verga,
insegue la realizzazione di questo motto, che può aversi superando gli
impedimenti metodologici della tecnica pittorica tradizionale. La pittura
francese dell’Impressionismo rappresenta appieno questo scopo, ma finirà per
esasperare una contraddizione che nella arte mediterranea di Francisco Goya o in
seguito nella pittura italiana dei Macchiaioli si era perfettamente codificata,
quella di non riuscire più a dare concretezza alla realtà dipinta mediante il
modulo della prospettiva, pena lo scivolamento dell’oggetto d’arte
nella inattualità sovrastorica, quella data dalle favole, dalla mitizzazione,
dalla memoria storica. La vita deve essere tale e non una sua trasposizione
idealistica. A tal riguardo, la tecnica prospettica è poco indicata, perché a
suo modo rivela la sua impropria artificialità, illusoria e mistificata. Ecco
allora, che la ricerca estetica svolta sempre più verso un’essenzialità
espressiva e verso una semplificazione tecnica per molti aspetti esasperante,
svolta determinata come effetto di una ricerca che vuole sottrarsi dal circuito
delle Accademie e dei Musei di Stato e mira a formulare un proprio circuito,
antitetico e alternativo.
Insomma, la questione del
linguaggio formale o più semplicemente il tema estetico tramite il quale
recuperare l’attualità della opera d’arte diventa il terreno principale della
ricerca artistica, ma anche l’unico ambito dove possa risolversi la attualità
della opera d’arte, come emerge chiaramente dall’opera totale di Gustav Klimt e
come evidenzierà ancor più la figura decorativa di Henri Matisse. L’attualità
veristica viene risolta dalla pittura del Novecento non più nei termini di un
naturalismo oggettivo, ma in quelli di un astrattismo antifigurativo stilizzato
e dalle forme geometriche esasperate. A tal riguardo, il contributo della
matematica è molto più esteriore di quello dato tramite la formulazione del
canone prospettico. Adesso, gli oggetti matematici, in particolare quelli della
geometria tradizionale configurano un paesaggio visivo astratto sì, ma
palesemente sganciato dalla concreta intuizione materiale che la prospettiva
pretendeva di organizzare e rappresentare. Certo, effetto della svolta operata
dalla pittura moderna di Vassilij Kandinskij che esaspera il rapporto
cooperativo che lo spettatore intrattiene con l’opera d’arte, tuttavia questa
via che disintegra la realtà materiale in forme stilizzate mira a recuperare
ciò che rimane escluso dalla intuizione ordinaria e che riguarda la dimensione
interiore dell’osservatore. Una modificazione dunque, del tema stesso di
naturalismo su cui l’attività matematica non può accedere e de facto, è il delinearsi di una
contraddizione cognitiva che può risolversi solo con strumenti che non sono più
quelli epistemologici, ma quelli “metafisici” della filosofia.
Fatta questa premessa è evidente
che se il rapporto tra arte e matematica ha de
facto caratterizzato, addirittura determinato, i vari linguaggi visivi
espressi dalle molte stagioni artistiche della storia dell’arte europea, è
evidente che questo stesso rapporto si trova declinato in base alle emergenti
urgenze concettuali dell’arte del Novecento ed alle sue proprie problematiche
estetiche. Anzitutto, emerge chiaramente dal discorso estetico novecentesco
l’urgenza di recuperare e di ripristinare una cifra che da sempre ha
caratterizzato la ricerca estetica, vale a dire la presunzione che l’arte sia
un’attività mimetica e che il suo compito sia assimilabile a quello di
un’attività di conoscenza. Ciò è ancor più vero anche in forza della teoria
della prospettiva, la quale ha definito una narrazione per la quale quel modo di
dipingere sia l’unica formula possibile con il quale rendere conto della figura
al naturale, o più semplicemente della sua validità ed attualità. Lo scopo
veristico sopra menzionato si correla a questa cifra, che proprio tramite
l’intervento della matematica può esplicitarsi, tuttavia lo sviluppo estetico
della ricerca artistica rivela una conseguenza insospettata da parte degli
artisti. La lotta contro l’arte ufficiale conduce ovviamente, alla elaborazione
di un lessico formale incompatibile con il tradizionale modulo espressivo che
ha nella teoria della prospettiva il suo fulcro concettuale e storico. Un
abbandono progressivo determinato da un lato dalla evidenza per cui
semplificando la forma espressiva era possibile dare immediata rappresentazione
della realtà senza altre sovrastrutture, dallo altro lato come esito di alcune
precise influenze culturali provenienti dalla Africa e dalla Asia, in particolare
dal Giappone. L’urgenza di immediatezza espressiva spinge la ricerca artistica
verso una riduzione formale e alla stilizzazione delle figure con l’intento di
ricondurre l’espressione alla essenza degli oggetti; in tal senso, la scoperta
della scultura africana spinge in questa direzione da cui trae ispirazione il
cubismo picassiano, ma soprattutto il decorativismo matissiano. Tuttavia, se la
semplificazione della figura è già presente nei quadri di Francisco Goya, nelle
ombre impressionistiche della pittura francese e nel tachismo dei pittori
italiani dei Macchiaioli, la struttura entro cui il quadro colloca le scene che
rappresenta rimane ancora quella tradizionale, cioè quel piano tridimensionale
costruito dalla teoria della prospettiva. Su questo punto invece, la diffusione
delle stampe geografiche giapponesi suggerisce un diverso modo di intendere la
collocazione spaziale dei soggetti: il piano giapponese è quello
bidimensionale, in fondo una restaurazione del modulo pre-prospettico, tipico
dei fondali degli affreschi medievali, ma con una qualità apparentemente
“inedita” nella arte europea, quella cioè di sviluppare la profondità non su
una geometria assiale, ma su quella che in gergo si chiama “geometria metrica”.
La costante urgenza verista della
pittura ottocentesca trasmette alla pittura del primo Novecento lo assunto
estetico-ontologico di tenere assieme forma espressiva e contenuto (realtà),
cioè preservare per quanto possibile la stessa attualità dell’opera d’arte, il
suo valore ontologico. La difficoltà di questo progetto è che abbandonando il
modulo tradizionale emerge il disgregarsi delle forme come un fenomeno
inevitabile e contro cui non sembra esservi una facile soluzione. Di qui, la
convinzione tuttosommato corretta di muovere la stessa ricerca artistica verso
territori che non sono quelli tradizionali del verismo e del naturalismo, ma
così facendo il linguaggio formale si indirizza verso l’astrattismo e
l’antifigurativismo, esacerbando ancor più la contraddizione che le Avanguardie
Storiche di inizio Ottocento avevano rivelato, vale a dire la cesura tra vita e
forma. L’arte del XIX secolo e quella di inizio XX secolo tenta di rimediare a
questa iato e di ricongiungere i due termini della pittura tradizionale a cui
la matematica ha contribuito a definire.
In questo immaginario percorso si
colloca la opera di Renée Magritte e precisamente una qualità della sua opera
che mi aiuta a mettere in evidenza lo scritto di Michel Foucault dedicato
all’artista belga (cfr. I sette sigilli dell’affermazione in I Classici
dell’Arte – Il Novecento. Magritte, 2004 RCS Quotidiani S.p.A.). Nel suo
intervento Foucault, come giusto che sia, l’opera pittorica del belga è
chiaramente collocata nello scenario tematico della pittura tradizionale, tuttavia
l’argomentazione del filosofo strutturalista francese indica subito la cifra
stilistica e tematica di detta pittura. L’arte è da sempre attività mimetica,
cioè una produzione orientata a rappresentare la realtà sensibile o alcuni
accadimenti lasciandosi guidare dal criterio della somiglianza; di qui,
l’affermazione fondamentale per cui la pittura descrive o rappresenta qualcosa
“come-se” fosse il citato qualcosa: per cui, se il pittore dipinge un oggetto,
un essere o semplicemente un paesaggio quella immagine non è altro che la
trasposizione in pittura di ciò che viene intuito dai sensi, una trasposizione
coerente perché “somigliante” o “similare”. In altri termini, Foucault vuole
ricordare quanto ho fissato in precedenza con il tema del “verismo”
ottocentesco, tuttavia l’arte di Magritte pone un quesito di non poco conto,
cioè se effettivamente le sue opere siano realmente arte, infatti quadri in cui
si assiste lo sfondamento dimensionale di una locomotiva da un camino, la
lievitazione di una pietra su cui è poggiato un castello o la manipolazione
iconica della figura del corpo umano che di volta in volta o si esplicita come
zona erogena vera e propria, oppure plasmato in forma di cassa da morto e via
dicendo difficilmente possono ascriversi nello spazio dell’arte tradizionale,
perché sono oggetti il cui spazio configurativo è ambiguo ed il riferimento
appare instabile. Magritte sconvolge il “come-se” in quanto manomette la
funzione ordinaria della costruzione olistica dell’immagine pittorica. Ciò
significa che la realtà descritta non è “vera”, anzi è potenzialmente falsa e
mendace, ma soprattutto rivela la fine della presunzione storica dell’arte
di essere e di ritenersi attività basata in qualche maniera ad un sistema di
conoscenza solido e accertabile, dato dal naturalismo e dal punto di vista
tecnico dalla riorganizzazione prospettica delle intuizioni sensibili. Per
scoprire la verità della realtà occorre anzitutto, negare che l’immagine
artistica sia oggettiva, e quindi riconoscere che è de facto una pura illusione ottica; inoltre, come è nel caso di
Magritte, significa iniziare a pensare che l’immagine non sia solo l’oggetto
funzionale di una referenza, ma il sistema iconico di un immaginario che
prevale sullo spazio semantico dell’immagine e lo reindirizza verso territori
inusuali alla ordinaria comunicazione.
Facendo leva sulla linguistica
Foucault rivela che l’opera di Magritte disarticola le funzioni ordinarie
dell’affermazione, quelle stesse funzioni che fino agli ultimi decenni del XIX
secolo regolano ancora la costruzione dell’immagine logica del mondo (n.b.: il
sillogismo aristotelico è ancora la forma logica per eccellenza), ma lascia
ovviamente l’espressione in uno stato di variegata e scomposta confusione. Il
punto che mi interessa rilevare è soprattutto la fine del problema estetico
della ricerca artistica di inizio Novecento, che come ho detto è incentrato sul
tema dell’attualità dell’opera d’arte, cioè sul suo presunto verismo. Ma la
fine del verismo di un’opera d’arte o della sua attualità procede di pari passo
con una strutturazione matematica del quadro che non è più quella tradizionale:
rinunciare alla prospettiva (non è il caso di Magritte) significa anche
rinunciare alla cifra di scientificità oggettiva che è derivata proprio dalla
matematica. Adesso, l’inganno elaborato secoli fa dalla pittura italiana con la
tecnica prospettica e che la storia dell’arte ha fissato in una narrazione per
la quale quella immagine tridimensionale è la realtà oggettiva è costretto a
rivelarsi per quel che è, cioè una splendida illusione ottica.
Se la storia artistica precedente
al Novecento poteva permettersi di tenere sottotraccia che la veridicità di ciò
che produce è lo esito di manipolazione tecnica e quindi, permettersi di
appoggiarsi alla matematica, lasciando questa ultima in ombra, dopo la crisi
del tradizionale modulo espressivo, operata dal Divisionismo, da Fauvé, dalle
grandi Secessioni, dalla Astrattismo di Die Brucke e di Der Bluau Reiter e via
dicendo, è evidente che il contributo della matematica non può più rimanere
implicito e anzi offre al mondo dell’arte i suoi mirabolanti spettacoli. È il
caso della applicazione della geometria proiettiva presente nei quadri
surrealisti di Salvador Dalì (cfr. Crocifissione), della simmetria prospettica
e della topologia usata nelle realizzazioni di Mauritis Cornelis Escher oppure
dei contrasti simultanei su base geometrica di Victor Vasarely.
La realtà assoluta imposta
dalla arte con la figurazione tradizionale è un mito come tanti altri nella
storia culturale della civiltà europea. Un mito reso possibile dalle invenzioni
matematiche e dallo inganno della stessa intuizione sensibile, quella stessa
che è per noi tutti il criterio ordinario di giudizio in ogni evento della
vita; fondamento esso stesso di luoghi comuni, di immaginari popolari, di
bestiari e di quanto altro la fervida fantasia umana ha prodotto.
Post Scriptum. Per quello che riporterò tra poco più che un pensiero finale, dovrebbe intendersi più correttamente o un esergo, forse un prologo vero e proprio, in ogni caso il fulcro argomentativo di un vero e proprio tema. Se qualcuno infatti, noterà che sia un pezzo autonomo rispetto a quanto espresso prima, non posso biasimarlo e per quanto mi riguarda metto questo nel conto. Tuttavia, in una certa misura le righe che cito sono del filosofo francese Maurice Merleau-Ponty, tratte da L'occhio e lo spirito (SE srl, 1989), scritto del 1960 dove le idee fenomenologiche di questo filosofo incontrano e delineano una certa lettura del sentimento artistico, in particolare della dimensione concettuale della arte. Le righe in questione tirano in ballo un altro filosofo francese, Renato Cartesio, di cui Merleau-Ponty dice: "Cartesio non ha parlato molto della pittura e potrebbe sembrare scorretto riferirsi a quel che dice in due pagine sul taglio dolce. Eppure anche il fatto che ne parli solo di sfuggita è di per sé significativo: la pittura non è per lui un'operazione centrale che contribuisce a definire il nostro accesso all'Essere; è un modo o una variante del pensiero canonicamente definito mediante il possesso intellettuale e l'evidenza" (tr.it. di Anna Sordini). La pittura per Cartesio è di base disegno e per tale ragione l'arte è sì attività di rappresentazione, ma in particolare è l'atto che descrive l'estensione e il profilo di un oggetto tramite una precisa "proiezione prospettica" - dice Cartesio -, per cui - prosegue Merleau-Ponty - "la pittura è solo un artificio che presenta ai nostri occhi una proiezione simile a quella che le cose stesse vi iscriverebbero, e vi iscrivono nella percezione comune; in assenza dell'oggetto vero, essa ce lo fa vedere come lo vediamo nella vita, e in particolare ci fa vedere dello spazio là dove non ce n'è" (pp.32-3). Che è l'assunto veristico a premessa dell'argomento di Foucault sull'arte di Magritte e del discorso che ho evidenziato e che si definisce, anzi si riafferma in ossequio alla tradizione pittorica, tra il XIX secolo ed il primo Novecento nelle varie avanguardie pittoriche.




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