#Fumetto, #Manga,
#TheFortifiedSchool, #PrisonSchool
Tra i tanti temi espressi dai
moltissimi estimatori e cultori del manga giapponese e dei relative anime ve n’è
uno che è abbastanza ricorrente, o almeno è quello in cui mi sono sovente
imbattuto nei fumetti manga che mi è accaduto di acquistare e cioè la rappresentazione,
sì metaforica, anche esagerata se si vuole, della scuola giapponese secondo l’immagine
di luogo di detenzione. Può apparire una generalizzazione, forse eccessiva da
parte di un europeo che in fondo ignora cosa e come sia percepita l’istituzione
scolastica in Giappone, tuttavia è un’immagine a suo modo potente e soprattutto
rivelatrice di alcune (non molte in verità) tendenze che possono dirsi “trasgressive”
presenti nella cultura giapponese ed in particolare nel suo immaginario
giovanile, per lo più forgiato sulle narrazioni fumettistiche.
Lo spunto mi viene dalla
visione del primo episodio della serie anime intitolata Prison School, titolo in cui mi imbatto casualmente in quanto
emerso da una ricerca incentrata proprio sul tema della scuola-carcere che mi
ronzava in testa da diverso tempo, in quanto affascinato e piacevolmente
colpito da un altro titolo manga, ad opera di Takeshi Narumi e Shinichi
Hiromoto, The fortified school,
pubblicato qui in Italia dalla Star Comics nel 1999. Lo elemento in comune tra
i due titoli è solamente l’ambiente, entrambi sono due manga ambientati in
istituti scolastici dove vige un duro regime detentivo, nel caso di Prison School si ha a che fare con una commedia
parodistica, nel caso di The fortified
school si ha a che fare con un dramma fantascientifico, a tratti gotico e
urbano. Cito questi titoli, ma sono moltissimi i titoli che si possono citare,
in quanto nella produzione fumettistica giapponese esiste un preciso segmento
di mercato, dato dai shounen, che
sono quella tipologia di manga a tema scolastico rivolti esclusivamente ad un
pubblico di ragazzi, tutti per lo più ancora impegnati appunto con la scuola.
Alcuni di questi titoli in Italia sono arrivati sotto forma di serie
televisive, qualcuna anche di grande successo e incentrate sulle attività
sportive obbligatorie in Giappone.
Che la scuola giapponese
costituisca in queste produzioni un clichés
vero e proprio è quasi inevitabile, perché lo stesso ritmo della quotidianità
del giovane ragazzo giapponese è ampiamente scandito dagli obblighi scolastici,
strutturati con una logica molto differente da quella europea, se non
addirittura antitetica a quella italiana. Pertanto, è immediata l’associazione
con il mondo della scuola, ma in questi due casi menzionati la scuola è
descritta tramite una sua estremizzazione, cioè come luogo di detenzione, una
metafora, anzi una diretta trasposizione della società reale (o quello che
viene inteso come tale) di cui esprime tutte le ombre e le contraddizioni. Per la
mentalità europea questo concetto di scuola-prigione è inaccettabile, ma spesso
si dimentica che questo tipo di situazioni sono più reali di quel che si creda
(vedasi le denunce dei carabinieri di maltrattamenti da parte di maestre
violente nelle scuole materne). In ogni caso, qui rappresenta un topos dei
manga, una categoria narrativa con la quale si definisce addirittura anche un
genere vero e proprio, che è il fumetto scolastico.
In questo genere di produzioni
la scuola funge da ambiente e rimane costantemente nello sfondo
della vicenda narrata, il cui sviluppo in realtà si muove su altre direzioni,
in genere verso la dimensione dei sentimenti, tuttavia i due titoli menzionati
descrivono due tipi di varianti al medesimo tema. Rimane sì la scuola come
elemento d’ambiente, anche pretesto narrativo dell’intera vicenda del manga,
oltre che luogo che qualifica l’anagrafica dei personaggi del racconto (per lo
più ragazzi), ma qui la scuola è caricata con una precisa qualità che stride
fortemente con l’idea canonica che si applica all’istituzione scolastica. Qui
infatti, la scuola perde quella sua caratteristica rassicurante di luogo di
tutela e di formazione del giovane cittadino e acquisisce invece, la qualifica
spregiativa di luogo di carcerazione e di detenzione, con tutto ciò sul piano
dello immaginario che ne consegue. Si dirà che è una caricatura eccessiva
tipicamente giapponese, può darsi, ma nel caso della scrittura manga questa
qualifica della scuola non è una novità, il che non vuole dire minimamente che
la scuola giapponese sia in fondo, un moloch così descritto, semmai vuole dire
che nel racconto che i manga giapponesi fanno della scuola esiste anche la
possibilità che la scuola non sia proprio quel luogo idilliaco che la stessa
narrazione istituzionale e sociale pretende che sia. Insomma, il manga ha
svolto e svolge di tanto in tanto una sorta di demistificazione delle
presunzioni concettuali che si annidano nel pensiero sociale; e l’immagine
della scuola non è esclusa da questa salutare pratica.
Mi limito a citare un esempio.
Kazuo Umezu è uno dei maestri del fumetto nipponico, specializzato nella realizzazione di
manga a tema orrorifico. Il manga più noto è The Drifting classroom dei primi anni Settanta. Il protagonista è il giovane Sho intento a raggiungere la propria scuola, dopo aver furiosamente litigato con la madre. Durante la giornata scolastica la scuola viene sconvolta da un terremoto e non si sa come si materializza in un deserto. Una lapide nei pressi dell'istituto svela che la scuola è stata catapultato nel futuro e che la lapide ricorda la distruzione della stessa: salto nel tempo, ma cambio della stessa temporalità. A partire da questo momento la situazione dentro la scuola si fa critica ed iniziano i primi segni di crisi psicologiche tra studenti e professori, quest'ultimi assassinati da uno di loro. In questa scenario, il fulcro narrativo è incentrato sull'azione del giovane Sho nel ridare sicurezza ai sopravvissuti e nel tentare di tornare indietro nel tempo, soprattutto dopo che stabilisce un contatto telepatico con una ragazza del passato. Pur essendo un manga rivolto ai giovani non c'è nella storia di Umezu nessuna rappresentazione rassicurante che è quella che l'istituzione scolastica dà in genere di sé. Ed è proprio questo carattere, dissacrante e anticonvenzionale, che la metafora della scuola-prigione propone o ripropone, pur variandone di volta in volta significato e cromia a secondo del tipo di storia o di genere narrativo.
La scuola dunque, assimilata ad un luogo di detenzione crea lo spazio
che sconvolge l’ordinarietà e costringe ad un’amplificazione (siano essi i valori o semplicemente la percezione) di ciò che costituisce o viene a ricostituirsi come criterio di
recupero e di ripristino del precedente ordine sociale. In questo caso, la detenzione nei due
manga menzionati diventa il fulcro narrativo, l’immagine trasfigurata di un mondo
parallelo alla realtà che può esistere potenzialmente, seppur sospeso dall'utilizzo di un registro palesemente surreale e fantastico.
Ebbene, se questa
qualificazione della scuola nei termini di prigione o luogo di detenzione è un
vero e proprio topos narrativo, i due manga menzionati forniscono a questo
topos due diverse varianti. Iniziamo da quella di The fortified school.
Qui, la scuola in realtà, è un
penitenziario vero e proprio, anzi un’isola (sul modello della prigione di Alcatraz)
dove sorge il penitenziario nazionale dei minorenni. Infatti, raccoglie tutta
la feccia giovanile della nazione ed è il luogo dove i vari personaggi
conducono un’esistenza torbida e comunque, non molto dissimile da quella che
veniva fatta prima della detenzione, infatti il regime a cui sono sottoposti è
quello di massima sicurezza, ma la gestione dell’istituto è svolta dal
direttore con intenti criminali, abusando de
facto di una sorta di “carta bianca” che il governo giapponese gli ha riconosciuto.
L’obiettivo della Scuola Fortezza non è il recupero dei giovani sbandati
(alcuni di loro veri e propri criminali), ma attuare un programma di sterminio
di questi disadattati, camuffato da recupero scolastico: il programma educativo
è solo un pretesto per dare ai detenuti una presunta parvenza di “normalità”
che è solo fittizia, ma che dà ai carcerieri la giustificazione per attuare un indiscriminato,
violento ed arbitrario programma di correzione, che prevede tra l’altro anche
esperimenti clandestini sul codice genetico. La Scuola Fortezza è un’eccezione,
il tentativo di una soluzione definitiva al problema sociale della delinquenza
giovanile, ma che diventa l’inquietante specchio di una società che è disposta
a procedere lungo sentieri crudeli e disumanizzanti pur di raggiungere la
parvenza di una “società civile”. Ma è evidente che in questo caso siamo
dinanzi ad una radicalizzazione, provocatoria e dissacrante di un’immagine che
ha precisi caratteri nello immaginario nipponico e non solo. Se c’è uno
stereotipo in questa narrazione, non riguarda la scuola, ma appunto la visione
perbenista di una parte della gioventù nipponica e di riflesso della gioventù
attuale in altri contesti urbani e sociali.
Ma The fortified school propone un’idea di scuola in un immaginario
futuro, possibile, come tanti simili offerti dall’immaginario cinematografico, dove
il carcere non è solo il luogo di una detenzione che sottrae i criminali dalla
vita della società, ma è anche il bacino da cui la stessa società nutre la rappresentazione
di sé, il consenso sociale e financo la propria economia. In tal senso, Prison School offre un’immagine più
semplice, quasi stereotipata, dove la detenzione è un luogo apparentemente estraneo
alla realtà scolastica, ma che a suo modo rivela stereotipi e luoghi comuni non
so fino a che punto solo nipponici. Qui, il racconto del manga si incentra
sulle vicende tragi-comiche di un gruppetto di cinque studenti maschi, primi
iscritti di un istituto femminile originariamente aperto esclusivamente alle
figlie della borghesia nipponica. Il gioco narrativo è basato sugli stereotipi
espressi dai cinque ragazzi, iscritti a quell’istituto per appagare (così
credono) la loro astinenza sessuale, presumendo che i numeri gli diano ragione (maggiore
infatti, è la differenza tra maschi e femmine, più alta è la possibilità di
sedurre: quanto può farci sbagliare l’intuizione..). Infatti, questi cinque
eroi vengono sorpresi a spiare alcune ragazze nello spogliatoio e di
conseguenza vengono puniti con la pena di una crudele detenzione in una cella,
costruita al centro del cortile scolastico; da questo triste luogo, i cinque
ragazzi continuano la loro frequenza scolastica, seguendo in teleconferenza visiva
le lezioni del ciclo scolastico, ma saranno anche oggetto di una serie di
soprusi perpetrati da una fantomatica associazione segreta femminile,
capeggiata dalla terribile ed omofoba preside dell’istituto. Le vicende sono
condite da un evidente registro sado-masochistico e la crudeltà da lager
diventa il tema di una comicità sadica, ma anche palesamente irridente degli
stereotipi diffusamente rappresentati dalla storia (un esempio è il piacere che
le stesse vittime traggono dalle violenze patite).
In conclusione, questi titoli
non sono gli unici che propongono variazioni a questo tema, ma sono solo quelli
che ho visto (o rivisto in un caso) di recente, personalmente ho scelto di
evidenziare questo tema della scuola-prigione, perché fornisce quel carattere
molto immediato di un ossimoro che nella cultura europea è vissuto come
inaccettabile, cioè quello di considerare la scuola un luogo di detenzione
pura, anziché il preambolo di un graduale, ma determinante ingresso del giovane
studente nella dimensione collettiva della società e della nazione. In questi
due racconti manga l’istituzione scolastica non assolve a questo compito, ma
descrive una situazione ambientale dove la scuola è un mondo a parte, isolato
dalle tutele della società adulta ordinaria e tuttavia, espressione più
autentica e senza filtri di una bruta ottusità e crudeltà che è proprio quella
che le giovani generazioni nelle diverse epoche generazionali contestano alle
istituzioni degli adulti. A tal riguardo, proprio la scuola-prigione diventa una
metafora caricaturale certo, ma autentica ad un tempo del sistema di ipocrisie
e di menzogne che la società adulta produce ed impone e da cui le giovani
generazioni difficilmente riescono a sottrarsi: l’immaginazione, volutamente
scorretta e irrisoria, diventa solo lo strumento di una esplicita polemica,
spesso giocata sulla irrisione e sulla cannibalizzazione dell’ingenue manìe
collettive.
Post Scriptum. Tempo fa,
diciamo un paio di mesi fa, trovai casualmente una piccola piantina tra alcuni
teli di plastica bagnati. La piantina sbocciò dai semi di fagioli rossi e per
la contentezza di mia nonna la piantai in un vaso libero del piccolo giardino
di casa. L’invaso ebbe molto successo, la piantina attecchì al terreno e da
quel momento iniziò la sua piccola, ma solida crescita, tanto che porta in
tempi brevi il suo piccolo frutto. Purtroppo, l’abbondante pioggia sotto il
periodo delle feste natalizie, riempì il vaso d’acqua eccessiva e così la detta
piantina iniziò a seccare, lasciando come compenso qualche fagiolino. Peccato,
mia nonna ha provato più volte a seminare qualche seme di ortaggi sperando che
venisse fuori una piantina: ancora adesso innaffia un vaso del giardino dove a
seminato qualcosa (di cui ignoro la natura), ma senza successo. Non capisce che
non utilizza il metodo giusto e che prima di interrare il seme, bisogna che
questi ti faccia spuntare la piantina altrimenti è fatica sprecata. Forse crede
che tutti i semi siano come i semi di grano, basta buttarli così sul terreno e
aspettare che spunti e cresca dal terreno la piantina del grano: bisogna
ricordare che in questo modo non spunta solo il grano, ma anche la gramigna.



Nessun commento:
Posta un commento