mercoledì 5 febbraio 2020

La scuola-carcere nei manga giapponesi. Due esempi.



#Fumetto, #Manga, #TheFortifiedSchool, #PrisonSchool


Tra i tanti temi espressi dai moltissimi estimatori e cultori del manga giapponese e dei relative anime ve n’è uno che è abbastanza ricorrente, o almeno è quello in cui mi sono sovente imbattuto nei fumetti manga che mi è accaduto di acquistare e cioè la rappresentazione, sì metaforica, anche esagerata se si vuole, della scuola giapponese secondo l’immagine di luogo di detenzione. Può apparire una generalizzazione, forse eccessiva da parte di un europeo che in fondo ignora cosa e come sia percepita l’istituzione scolastica in Giappone, tuttavia è un’immagine a suo modo potente e soprattutto rivelatrice di alcune (non molte in verità) tendenze che possono dirsi “trasgressive” presenti nella cultura giapponese ed in particolare nel suo immaginario giovanile, per lo più forgiato sulle narrazioni fumettistiche.

Lo spunto mi viene dalla visione del primo episodio della serie anime intitolata Prison School, titolo in cui mi imbatto casualmente in quanto emerso da una ricerca incentrata proprio sul tema della scuola-carcere che mi ronzava in testa da diverso tempo, in quanto affascinato e piacevolmente colpito da un altro titolo manga, ad opera di Takeshi Narumi e Shinichi Hiromoto, The fortified school, pubblicato qui in Italia dalla Star Comics nel 1999. Lo elemento in comune tra i due titoli è solamente l’ambiente, entrambi sono due manga ambientati in istituti scolastici dove vige un duro regime detentivo, nel caso di Prison School si ha a che fare con una commedia parodistica, nel caso di The fortified school si ha a che fare con un dramma fantascientifico, a tratti gotico e urbano. Cito questi titoli, ma sono moltissimi i titoli che si possono citare, in quanto nella produzione fumettistica giapponese esiste un preciso segmento di mercato, dato dai shounen, che sono quella tipologia di manga a tema scolastico rivolti esclusivamente ad un pubblico di ragazzi, tutti per lo più ancora impegnati appunto con la scuola. Alcuni di questi titoli in Italia sono arrivati sotto forma di serie televisive, qualcuna anche di grande successo e incentrate sulle attività sportive obbligatorie in Giappone.

Che la scuola giapponese costituisca in queste produzioni un clichés vero e proprio è quasi inevitabile, perché lo stesso ritmo della quotidianità del giovane ragazzo giapponese è ampiamente scandito dagli obblighi scolastici, strutturati con una logica molto differente da quella europea, se non addirittura antitetica a quella italiana. Pertanto, è immediata l’associazione con il mondo della scuola, ma in questi due casi menzionati la scuola è descritta tramite una sua estremizzazione, cioè come luogo di detenzione, una metafora, anzi una diretta trasposizione della società reale (o quello che viene inteso come tale) di cui esprime tutte le ombre e le contraddizioni. Per la mentalità europea questo concetto di scuola-prigione è inaccettabile, ma spesso si dimentica che questo tipo di situazioni sono più reali di quel che si creda (vedasi le denunce dei carabinieri di maltrattamenti da parte di maestre violente nelle scuole materne). In ogni caso, qui rappresenta un topos dei manga, una categoria narrativa con la quale si definisce addirittura anche un genere vero e proprio, che è il fumetto scolastico.

In questo genere di produzioni la scuola funge da ambiente e rimane costantemente nello sfondo della vicenda narrata, il cui sviluppo in realtà si muove su altre direzioni, in genere verso la dimensione dei sentimenti, tuttavia i due titoli menzionati descrivono due tipi di varianti al medesimo tema. Rimane sì la scuola come elemento d’ambiente, anche pretesto narrativo dell’intera vicenda del manga, oltre che luogo che qualifica l’anagrafica dei personaggi del racconto (per lo più ragazzi), ma qui la scuola è caricata con una precisa qualità che stride fortemente con l’idea canonica che si applica all’istituzione scolastica. Qui infatti, la scuola perde quella sua caratteristica rassicurante di luogo di tutela e di formazione del giovane cittadino e acquisisce invece, la qualifica spregiativa di luogo di carcerazione e di detenzione, con tutto ciò sul piano dello immaginario che ne consegue. Si dirà che è una caricatura eccessiva tipicamente giapponese, può darsi, ma nel caso della scrittura manga questa qualifica della scuola non è una novità, il che non vuole dire minimamente che la scuola giapponese sia in fondo, un moloch così descritto, semmai vuole dire che nel racconto che i manga giapponesi fanno della scuola esiste anche la possibilità che la scuola non sia proprio quel luogo idilliaco che la stessa narrazione istituzionale e sociale pretende che sia. Insomma, il manga ha svolto e svolge di tanto in tanto una sorta di demistificazione delle presunzioni concettuali che si annidano nel pensiero sociale; e l’immagine della scuola non è esclusa da questa salutare pratica.



Mi limito a citare un esempio. Kazuo Umezu è uno dei maestri del fumetto nipponico, specializzato nella realizzazione di manga a tema orrorifico. Il manga più noto è The Drifting classroom dei primi anni Settanta. Il protagonista è il giovane Sho intento a raggiungere la propria scuola, dopo aver furiosamente litigato con la madre. Durante la giornata scolastica la scuola viene sconvolta da un terremoto e non si sa come si materializza in un deserto. Una lapide nei pressi dell'istituto svela che la scuola è stata catapultato nel futuro e che la lapide ricorda la distruzione della stessa: salto nel tempo, ma cambio della stessa temporalità. A partire da questo momento la situazione dentro la scuola si fa critica ed iniziano i primi segni di crisi psicologiche tra studenti e professori, quest'ultimi assassinati da uno di loro. In questa scenario, il fulcro narrativo è incentrato sull'azione del giovane Sho nel ridare sicurezza ai sopravvissuti e nel tentare di tornare indietro nel tempo, soprattutto dopo che stabilisce un contatto telepatico con una ragazza del passato. Pur essendo un manga rivolto ai giovani non c'è nella storia di Umezu nessuna rappresentazione rassicurante che è quella che l'istituzione scolastica dà in genere di sé. Ed è proprio questo carattere, dissacrante e anticonvenzionale, che la metafora della scuola-prigione propone o ripropone, pur variandone di volta in volta significato e cromia a secondo del tipo di storia o di genere narrativo. 

La scuola dunque, assimilata ad un luogo di detenzione crea lo spazio che sconvolge l’ordinarietà e costringe ad un’amplificazione (siano essi i valori o semplicemente la percezione) di ciò che costituisce o viene a ricostituirsi come criterio di recupero e di ripristino del precedente ordine sociale. In questo caso, la detenzione nei due manga menzionati diventa il fulcro narrativo, l’immagine trasfigurata di un mondo parallelo alla realtà che può esistere potenzialmente, seppur sospeso dall'utilizzo di un registro palesemente surreale e fantastico.

Ebbene, se questa qualificazione della scuola nei termini di prigione o luogo di detenzione è un vero e proprio topos narrativo, i due manga menzionati forniscono a questo topos due diverse varianti. Iniziamo da quella di The fortified school.

Qui, la scuola in realtà, è un penitenziario vero e proprio, anzi un’isola (sul modello della prigione di Alcatraz) dove sorge il penitenziario nazionale dei minorenni. Infatti, raccoglie tutta la feccia giovanile della nazione ed è il luogo dove i vari personaggi conducono un’esistenza torbida e comunque, non molto dissimile da quella che veniva fatta prima della detenzione, infatti il regime a cui sono sottoposti è quello di massima sicurezza, ma la gestione dell’istituto è svolta dal direttore con intenti criminali, abusando de facto di una sorta di “carta bianca” che il governo giapponese gli ha riconosciuto. L’obiettivo della Scuola Fortezza non è il recupero dei giovani sbandati (alcuni di loro veri e propri criminali), ma attuare un programma di sterminio di questi disadattati, camuffato da recupero scolastico: il programma educativo è solo un pretesto per dare ai detenuti una presunta parvenza di “normalità” che è solo fittizia, ma che dà ai carcerieri la giustificazione per attuare un indiscriminato, violento ed arbitrario programma di correzione, che prevede tra l’altro anche esperimenti clandestini sul codice genetico. La Scuola Fortezza è un’eccezione, il tentativo di una soluzione definitiva al problema sociale della delinquenza giovanile, ma che diventa l’inquietante specchio di una società che è disposta a procedere lungo sentieri crudeli e disumanizzanti pur di raggiungere la parvenza di una “società civile”. Ma è evidente che in questo caso siamo dinanzi ad una radicalizzazione, provocatoria e dissacrante di un’immagine che ha precisi caratteri nello immaginario nipponico e non solo. Se c’è uno stereotipo in questa narrazione, non riguarda la scuola, ma appunto la visione perbenista di una parte della gioventù nipponica e di riflesso della gioventù attuale in altri contesti urbani e sociali.



Ma The fortified school propone un’idea di scuola in un immaginario futuro, possibile, come tanti simili offerti dall’immaginario cinematografico, dove il carcere non è solo il luogo di una detenzione che sottrae i criminali dalla vita della società, ma è anche il bacino da cui la stessa società nutre la rappresentazione di sé, il consenso sociale e financo la propria economia. In tal senso, Prison School offre un’immagine più semplice, quasi stereotipata, dove la detenzione è un luogo apparentemente estraneo alla realtà scolastica, ma che a suo modo rivela stereotipi e luoghi comuni non so fino a che punto solo nipponici. Qui, il racconto del manga si incentra sulle vicende tragi-comiche di un gruppetto di cinque studenti maschi, primi iscritti di un istituto femminile originariamente aperto esclusivamente alle figlie della borghesia nipponica. Il gioco narrativo è basato sugli stereotipi espressi dai cinque ragazzi, iscritti a quell’istituto per appagare (così credono) la loro astinenza sessuale, presumendo che i numeri gli diano ragione (maggiore infatti, è la differenza tra maschi e femmine, più alta è la possibilità di sedurre: quanto può farci sbagliare l’intuizione..). Infatti, questi cinque eroi vengono sorpresi a spiare alcune ragazze nello spogliatoio e di conseguenza vengono puniti con la pena di una crudele detenzione in una cella, costruita al centro del cortile scolastico; da questo triste luogo, i cinque ragazzi continuano la loro frequenza scolastica, seguendo in teleconferenza visiva le lezioni del ciclo scolastico, ma saranno anche oggetto di una serie di soprusi perpetrati da una fantomatica associazione segreta femminile, capeggiata dalla terribile ed omofoba preside dell’istituto. Le vicende sono condite da un evidente registro sado-masochistico e la crudeltà da lager diventa il tema di una comicità sadica, ma anche palesamente irridente degli stereotipi diffusamente rappresentati dalla storia (un esempio è il piacere che le stesse vittime traggono dalle violenze patite).

In conclusione, questi titoli non sono gli unici che propongono variazioni a questo tema, ma sono solo quelli che ho visto (o rivisto in un caso) di recente, personalmente ho scelto di evidenziare questo tema della scuola-prigione, perché fornisce quel carattere molto immediato di un ossimoro che nella cultura europea è vissuto come inaccettabile, cioè quello di considerare la scuola un luogo di detenzione pura, anziché il preambolo di un graduale, ma determinante ingresso del giovane studente nella dimensione collettiva della società e della nazione. In questi due racconti manga l’istituzione scolastica non assolve a questo compito, ma descrive una situazione ambientale dove la scuola è un mondo a parte, isolato dalle tutele della società adulta ordinaria e tuttavia, espressione più autentica e senza filtri di una bruta ottusità e crudeltà che è proprio quella che le giovani generazioni nelle diverse epoche generazionali contestano alle istituzioni degli adulti. A tal riguardo, proprio la scuola-prigione diventa una metafora caricaturale certo, ma autentica ad un tempo del sistema di ipocrisie e di menzogne che la società adulta produce ed impone e da cui le giovani generazioni difficilmente riescono a sottrarsi: l’immaginazione, volutamente scorretta e irrisoria, diventa solo lo strumento di una esplicita polemica, spesso giocata sulla irrisione e sulla cannibalizzazione dell’ingenue manìe collettive.  



Post Scriptum. Tempo fa, diciamo un paio di mesi fa, trovai casualmente una piccola piantina tra alcuni teli di plastica bagnati. La piantina sbocciò dai semi di fagioli rossi e per la contentezza di mia nonna la piantai in un vaso libero del piccolo giardino di casa. L’invaso ebbe molto successo, la piantina attecchì al terreno e da quel momento iniziò la sua piccola, ma solida crescita, tanto che porta in tempi brevi il suo piccolo frutto. Purtroppo, l’abbondante pioggia sotto il periodo delle feste natalizie, riempì il vaso d’acqua eccessiva e così la detta piantina iniziò a seccare, lasciando come compenso qualche fagiolino. Peccato, mia nonna ha provato più volte a seminare qualche seme di ortaggi sperando che venisse fuori una piantina: ancora adesso innaffia un vaso del giardino dove a seminato qualcosa (di cui ignoro la natura), ma senza successo. Non capisce che non utilizza il metodo giusto e che prima di interrare il seme, bisogna che questi ti faccia spuntare la piantina altrimenti è fatica sprecata. Forse crede che tutti i semi siano come i semi di grano, basta buttarli così sul terreno e aspettare che spunti e cresca dal terreno la piantina del grano: bisogna ricordare che in questo modo non spunta solo il grano, ma anche la gramigna.   

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