Uno dei rompicapi più noti di
Henry Ernest Dudeney (1847-1930) è certamente il n.72 contenuto nella raccolta di enigmi pubblicata nel 1907 dal
titolo The Canterbury Puzzles. Il problema intitolato La scacchiera rotta è uno dei più
spiegati e raccontati nella divulgazione matematica, soprattutto in quella a
scopo “ricreativo”, perché è uno dei primi esempi nella teoria matematica
attuale dove si pone una rivisitazione dei classici problemi di dissezione
geometrica. L’unica e fondamentale differenza rispetto al passato è che il
taglio della superficie non è lineare e soprattutto non implica una
proporzionalità dei segmenti ottenuti dal taglio stesso pur mantenendo una costante superficie totale della figura (cfr. Tangram cinese): la divisione proposta da Dudeney realizza una frattura dell'intera
superficie seguendo una direzione insolita ed inattesa, senza attenersi necessariamente alle regole della geometria euclidea. Il testo dell'enigma racconta la situazione di ricomposizione di una normale scacchiera da gioco mandata in frantumi e scomposta in pezzi il cui profilo è lontano dalle tradizionali figure della geometria piana. Tuttavia, l’impostazione generale del problema rivela la sua antica
derivazione dal tema delle dissezioni geometriche, ma con un’arbitrarietà ed una libertà decisamente più alta - per tale ragione lo si può (e deve) considerare un mero passatempo.
Questo noto enigma del
matematico ed enigmista inglese viene riscoperto durante gli anni '70 del secolo scorso soprattutto in occasione della presentazione dei
pentamini, in seguito noti come specifica variante dei polimini, oggetti inventati nel 1975 dal matematico statunitense Solomon
Wolf Golomb (1932-2016), poiché presentano un profilo simile ai pezzi descritti dal problema
di Dudeney e perché la composizione degli stessi può operarsi nel modo indicato
dal suddetto problema, ma al di là di questa generica similitudine,
l’importanza matematica che sottendono sia l’enigma di Dudeney, sia i pezzi
componibili di Golomb è una diversa definizione del piano geometrico.
Infatti, entrambe le due soluzioni non possono concepirsi in ambiente euclideo,
non solo per i rigidi vincoli che la geometria euclidea impone, ma anche per via di una presupposta immodificabilità
della stessa figura geometrica, a sua volta effetto e conseguenza di una
immutabilità del piano su cui cui viene a descriversi la stessa figura
geometrica: ricordo che per Euclide il piano geometrico è il “luogo” infinito
composto da punti su cui è possibile (tramite una selezione o limitazione)
comporre le diverse figure geometriche. A tal riguardo, il noto dibattito
avviato dalle geometrie non euclidee ammette, anzi elimina dal ragionamento
geometrico appunto, quest’idea di limitazione della figura, a sua volta conseguenza dell’abolizione (forse è meglio dire della reinterpretazione) del noto V
postulato, quello cioè relativo alla definizione del parallelismo di due o più
rette giacenti su un medesimo piano.
La formulazione euclidea è
ampiamente nota, l’antico matematico alessandrino affermava che dato un punto P
esterno ad una retta giacente su un piano per il questo punto poteva transitare
solo un segmento parallelo alla retta data. Una formulazione che si discosta
dalla attuale formulazione che è più una reinterpretazione della definizione
euclidea che una correzione in senso stretto, tuttavia essa estende il tema
dell’infinito al numero delle rette o segmenti passanti per un punto alterando
di fatto il dettato euclideo, in quanto il tema dell’infinito era
esclusivamente assegnato al piano su cui giacciono retta e punto esterno del
postulato. Una semplice modifica alla apparenza che però, produce alcune
conseguenze inattese al sistema euclideo tra le quali quella di dare ampia
libertà in merito alla configurazione delle figure geometriche non più
vincolate ad esibire un’ampiezza angolare pari a quella di un angolo piatto (cioè
uguale a 180°). L’esito teorico di ciò è la formulazione delle geometrie non
euclidee, vale a dire la geometria ellittica e parabolica, ma ha anche un altro
esito, quello cioè di poter configurare le sezioni del piano, nel senso di
effettuare i tagli da cui derivano le stesse figure geometriche, senza dover
seguire le norme euclidee. A tal riguardo, i pezzi indicati dal noto enigma di
Dudeney rivelano una natura geometrica molto differente da quella proprie delle
figure classiche, dove ha importanza il profilo della figura, il numero dei
lati e la sua superficie, pur richiedendo al contempo un’operatività pressocché
identica alla analisi geometrica classica.
I pentamini inventati da Golomb, che sono poi i
pezzi in cui si è infranta la scacchiera del problema di Dudeney, si
differenziano tra loro (ovviamente a prima vista per forma) non per il numero
di lati (come nelle figure classiche), ma per il numero di quadratini che ne
compongono la superficie. Ciò significa allora, che questi oggetti non possono
più intendersi una limitazione del piano, ma per così dire un “avvolgimento”
dello stesso, cioè l’effetto di un movimento che appartiene al piano e che lo
costringe a “piegarsi”, ad invilupparsi per realizzare la figura di cui si sta
dicendo. Per avere un’idea chiara di questi oggetti basta provare a costruirli
utilizzando una pagina a quadri: fissati la dimensione di un quadratino, si può
iniziare a comporre due o più di questi quadratini, l’esito di quest’operazione
sono appunto i pezzi della scacchiera infranta di Dudeney ed i pentamini di Golomb. Siamo dunque, in
una prospettiva chiaramente topologica, dove la figura non è più un corpo
rigido, ma fluido, che rovescia la stessa superficie che lo configura.
In questo caso la composizione
dei pezzi non segue un andamento topologico, perché ci si limita ad unirli
additivamente come si farebbe nella teoria matematica classica, tuttavia
rivelano un comportamento che può essere assimilato a quello delle figure
utilizzate per ricoprire una superficie, vale a dire un comportamento tipico
delle tassellature. A tal riguardo, è possibile osservare il piano infinito
euclideo come una superficie che può essere rivestita o coperta da blocchi
geometrici composti secondo le direzioni indicate dalla forma degli oggetti
utilizzati.
Ciò significa che in quello
stesso piano euclideo possono scaturire oggetti dalla superficie curva e
significa soprattutto pensare che questi oggetti non siano un’eccezione del
piano geometrico (come è nella convinzione euclidea), ma la norma stessa del
sapere geometrico e degli oggetti che lo riguardano.
#Matematica, #HenriEDudeney, #SolomonWGolomb, #Tassellatura, #PianoGeometrico
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