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Di tanto in tanto è bene
ricordare (l’ho fatto a me stesso) come l’attuale percezione della “modernità”,
o come sovente qualcuno dice della “postmodernità” non è disgiunta dalla enorme
influenza che gli Stati Uniti hanno avuto nella “vecchia” Europa. Soprattutto,
in merito a certe convinzioni intellettuali che prima dell’esportazione del
capitalismo americano dominavano il paesaggio intellettuale nostrano. Nel caso
italiano, tutta la produzione proveniente da oltre l’oceano ha costituito un
decisivo momento di rinnovamento, anzi di svecchiamento della cultura nazionale,
in ogni settore dalla politica (il concetto di un potere governativo di
tipo democratico) alla letteratura (una certa idea borghese e soprattutto
della sua critica della società italiana, tra cui si inserisce il realismo),
alla filosofia (la diffusione del pragmatismo, ostracizzato in epoca
fascista sotto la censura intellettuale di Benedetto Croce e Giovanni Gentile), alla arte in
genere. Insomma, un travolgente mutamento non solo del paesaggio, ma della sua
stessa percezione come desiderava, invocava o sobillava Giovanni
Papini, che indicava (forse a torto) nella lotta al passatismo dei futuristi quello urgente movimento di innovazione del
paesaggio nazionale.
A tal riguardo, neanche
l’attività fotografica è esclusa da questo turbinio. Tuttavia, il discorso
sulla fotografia inizia molto prima degli eventi bellici di metà Novecento ed
in quella occasione, semmai, la fotografia dà una nuova idea di “realismo”,
prodotta certo dalla intensa attività di reportage realizzata dagli inviati
della stampa a seguito delle forze alleate, ma in quel momento, dicevo, si è in
una fase molto avanzata e più vicina alla sensibilità attuale rispetto alla
definizione della fotografia come attività artistica vera e propria. La
fotografia in Europa non è stata estranea a tendenze che la proiettassero nello
stesso spazio e dominio della creatività artistica, anzi; se si considera a.e.,
il pittorialismo come attività artistica vera e propria in quel frangente fare
una fotografia non significasse solo realizzare un prodotto figurativo
meccanizzato, cioè riproduttivo della stessa realtà, ma significa realizzare un
oggetto, a suo modo unico e con una sua dignità artistica, come può
considerarsi il fiocchetto rosso dipinto su una fotografia della Contessa di
Castiglione, cugina del Conte di Cavour, da Pierre Louis Pierson (les
Cothurnes, I contorni, 1861-67). Ma questo tipo di interventi sono gli esiti di
una pervicace visione vittoriana della cultura europea, vale a dire una visione
che non ha piena coscienza di cosa significhi (o abbia significato) entrare
nella modernità, producendo questa sorta di ibridazione che lega o percepisce
la fotografia secondo canoni tradizionali e che collocano l’attività
fotografica ancora sul piano dell’arte tradizionale.
La stagione del
Postimpressionismo con la sua paranoica ricerca di una formula espressiva che
fissasse nel modo più vero possibile quanto rimaneva “impresso” nei sensi o
semplicemente nel ricordo, proseguendo la lezione dei pittori francesi della prima metà del XIX secolo, non ha altro
altro che accentuare almeno dal punto di vista estetico-concettuale questa
distanza tra l’attività fotografica e il consueta, ma enfatico atto di
creatività pittorico. L’artista torinese Giacomo Balla, prima della svolta futuristica,
ha seguito anche lui la via del Postimpressionismo e si è appurato che alcuni
quadri di quel periodo fossero realizzati tramite l’uso di fotografie che
fungevano da modello, tuttavia per il pittore torinese la fotografia non poteva
misurarsi al pari della pittura, perché la fotografia replicava l’esistente,
mentre il compito del pittore consiste nel cogliere ciò che rimane “invisibile”
agli occhi. Il tema balliano anticipa di molto la posizione che invece,
assumerà Walter Benjamin quando in riferimento delle arti di riproduzione
meccaniche, cioè il cinematografo, ma il discorso vale anche per la fotografia,
dirà che i prodotti di questo tipo possono considerarsi opere d’arte in quanto
vi è in loro una sorta di aura che
conferisce quella dignità negata di “opera d’arte” che solo le attività
tradizionali sembrano potersi fregiare. Non conta la tipologia o il genere del
prodotto, suggerisce Benjamin, ma come il gesto creativo formula un oggetto che
per quelle caratteristiche che acquisisce può elevarsi al rango di arte vera e
propria. In quel primo decennio del Novecento le sperimentazioni comunque su
base pittorialista di Robert Demachy o quelle sorprendenti di Eadweard
Muybridge con i suoi fermo-immagini, senza dimenticare i ritratti en plain air, fuori studio, di Francesco
Paolo Michetti codificano una ricerca della fotografia non solo autonoma
rispetto al modo di trattare i soggetti, ma anche uno spazio e un dominio
dell’espressione che è esclusivamente della fotografia.
Certo, in questa ricerca aiuta
anche e soprattutto la tecnologia, migliorano i mezzi per realizzare una
stampa, si elaborano tecniche di riproduzione più efficienti e la posa del
soggetto può riconquistare quella libertà di movimento e di naturalezza, che
fino a quel momento la stampa fotografica otteneva come artificio scenico.
Eppure, il tema che emerge in questa fase non è il realismo, cioè quanto sia
vera un’immagine, bensì quanto essa possa essere un’alterità estetica rispetto
al panorama quotidiano, vale a dire quanto una fotografia possa codificarsi
come un contenuto e non la mera replica fedele della realtà: si è ancora
lontani dalla attuale cultura sensibile al feticcio e alla disumanizzazione
(virtuale o oggettistica poco importa). La stampa fotografica è e vuole essere
arte, anzi vuole che gli si venga riconosciuto questo stigma.
A questo punto si giunge a
quanto esposto allo inizio alla nuova definizione di modernità che proviene
dagli Stati Uniti d’America, perché è qui che si delinea tutti i presupposti
per lo sviluppo successivo della ricerca fotografica. Anzitutto, la definizione
dell’attività fotografica come una vera e propria attività creativa e quindi
artistica e ciò tramite la ricerca incessante di Alfred Stieglitz, seppur sotto
gli auspici del movimento dadaista. Stieglitz costituirà nel 1902
un’associazione dedicata alla promozione artistica dell’attività fotografica (Photo Secession), a cui è collegata una
rivista, Camera Work, e promuoverà incessantemente mostre e rassegne di
fotografia presso la Galleria 291, l’ex Arsenale navale di Lexington Avenue,
importante la serie di mostre nota come Armory
Show. La fotografia di Stieglitz si caratterizza per quella evidenza intima
che il fotografo realizza tra il soggetto della fotografia ed un suo stato
d’animo e che definisce tramite il concetto di “equivalenza”. A tal riguardo,
veramente preziosa è la serie di nudo femminile realizzata tra la fine degli
anni Dieci e gli anni Venti, dove quest’evidenza viene realizzata con il
recupero della fotoincisione, tecnica già usata in passato da altri fotografi e
che consiste nello impressionare un materia diverso dalla comune lastra
fotografica (es. il rame o addirittura la pietra) ed utilizzare questa come
matrice per la stampa fotografica. L’effetto che si ottiene è per così dire una
sfocatura dell’immagine che riconduce la visione al piano ovattato del sogno,
dell’irrealtà fantastica o semplicemente idealizzata anche dalla memoria. Un
effetto che si palesa proprio nei ritratti di nudo femminile, di cui il
fotografo offre una inquadratura di dettaglio, massimizzando così l’effetto in
questione.
Tuttavia, l’importanza di Stieglitz
in questo percorso della fotografia non è solo nella definizione di un nuovo
linguaggio fotografico, seppur derivato dal pittorialismo, ma anche di dare una
precisa impostazione al tema dei rapporti disciplinari tra la fotografia e
l’arte figurativa tradizionale. “Nella fotografia – dice il fotografo americano
– c’è una realtà così sottile che diventa più reale della realtà” (cfr. Il
Fotografo – Speciale n.4, La fotografia di nudo,
Dicembre/Gennaio 2019, Sprea S.p.a., Milano) che esprime appunto, l’idea che
l’attività fotografica non sia solo il gesto mimetico, seppur meccanizzato,
della realtà, ma lo spazio in cui si ampliano le doti e la sensibilità umana.
Ciò rende la fotografia non più un succedaneo dell’arte figurativa
tradizionale, ma una sua degna compagna, forse addirittura una precorritrice
concettuale di stili, soluzioni ed innovazione. Una posizione questa che rende
Stieglitz decisivo in questo percorso di emancipazione della fotografia dalla
arte tradizionale, nonostante la pecca derivata proprio dai suoi contatti con
il movimento dadaista (Francis Picabia), dove si pratica una pervicace e miope
ideologia anti-artistica. Il sogno di Stieglitz di una fotografia come attività
artistica diventerà in seguito la cifra caratterizzante la produzione di un
altro grande nome della fotografia mondiale, un uomo proveniente dalla vecchia
ed austera Europa, Man Ray.
Man Ray è lo pseudonimo di
Emmanuel Radnitzky, fotografo e pittore statunitense, una delle figure di prima
grandezza del movimento Dada. Infaticabile sperimentatore di linguaggi e di
situazioni artistiche. Nel 1913 entra in contatto con le avanguardie pittoriche
dopo il suo trasferimento a New York, soprattutto tramite la Galleria 291 di
Stieglitz, ma è nel 1914 che inizia ad utilizzare la macchina fotografica. È
dopo questa data che ha inizio la fertile amicizia con Marcel Duchamp, con il
quale fonderà la Society of Indipendent Artists e tramite il quale inizia a
sperimentare con l’aerografia. L’attività di Man Ray è interamente legata a Dada,
da cui deriva l’intuizione geniale del raygraph,
cioè l’ottenimento di una fotografia dell’oggetto senza l’uso della macchina
fotografica, che esalta il made ready
di Duchamp. Duchamp aveva affermato e realizzato la decontestualizzazione
dell’oggetto d’arte dal suo ordinario e “naturale” sistema di riferimento nella
cultura ufficiale, dando origine ad una creatività inconsueta, ma ad un tempo
provocatoria e dissacrante. La creatività di Man Ray si muove su questa stessa
direzione, ma consegna alla soluzione di Duchamp una qualità che era esclusa
dall’artista parigino, quello di trasformare il made ready nel momento autoreferenziale di una nuova situazione
estetica e concettuale dello oggetto d’arte. Se la decontestualizzazione di
Duchamp rimane un’aberrante e sconcertante provocazione alla cultura
benpensante, l’oggetto non è in grado di ergersi ad arte, perché il suo sistema
semantico è ancora condizionato dalla situazione e appunto, dal contesto in cui
viene collocato. Man Ray intuisce che l’oggetto materiale deve progredire ad un
piano di autoreferenzialità che permette di trasformare ciò che non è arte, o
almeno in via ipotetica, ad un oggetto artistico. È su quest’idea che
scaturisce l’opera dal titolo Cadeau del 1921; un comunissimo
ferro da stiro modificato a cui l’artista applica dei chiodi che ne inibiscono
non solo la funzione originaria di strumento domestico, ma ne altera anche il
sistema di significati collegato allo oggetto originario. Il nuovo oggetto fa
propri significati ed immagini che nulla hanno a che vedere con la sua prima
esteriorizzazione.
È quella defunzionalizzazione
della semantica materiale di un oggetto che gran parte dell’arte novecentesca
perseguirà per tutto il secolo – in particolare la scultura e il design -, che
è conseguenza diretta dell’ideologia dada, ma è espressione di una diversa
direzione che è incompatibile con Dada. La autoreferenzialità a cui si giunge
riconosce alla arte una dimensione che Dada negava pregiudizialmente, ma che
caratterizza lo sviluppo linguistico e non solo della fotografia.
Stieglitz non risolve questo tema della autoreferenzialità della fotografia,
perché non riesce come Man Ray a guadagnare questa sponda e che permette
invece, a questo ultimo di poter pensare la fotografia come un oggetto autonomo,
senza essere necessariamente veicolo di una qualche funzionalità o
contestualità. La notissima fotografia intitolata Violon d’Ingres del 1924
esemplifica la idea decisiva di Man Ray, ma soprattutto segna quella autonomia e
dignità conquistata che la fotografia può finalmente esibire ed attestare a se
stessa. Dal punto di vista tecnico, la fotografia menzionata di Man Ray è un
semplice collage fotografico, che ritrae una modella nuda ripresa di spalle che
lascia scoperta la schiena, in una comunissima posa da studio come tante
similari prima e dopo di questa, ma su cui Man Ray applica una seconda
fotografia, per meglio dire la sovraincide, con due “effe” di violino,
innescando il tipico gioco di non sense dadaista da cui trarrà linfa vitale il
movimento surrealista. Ciò avvia un automatismo di associazione che trasforma
l’immagine del corpo della modella da oggetto contemplato a strumento di una
sinfonia erotica, costruendo così non un semplice ritratto, ma un vero e
proprio oggetto intertestuale, dove si confondono piani di percezione
differenti e differenziati.
Il nuovo legame di
riferimento, così come il nuovo significato o i nuovi significati elaborati
dalla fotografia non sono una qualità intrinseca dell’oggetto ivi
rappresentato, ma è una cifra che deriva come conseguenza della sua nuova
collocazione virtuale, che non fa leva in modo parossistico proprio su quel
contesto che vuole abolire, ridefinendo così il senso stesso dell’azione
creativa. In tal senso, l’oggetto artistico non è ciò che viene prodotto dal
gesto creativo o dalla intuizione, appunto il made ready, ma l’oggetto
trovato (object trouvée)
e ciò diventa il momento in cui la ricerca fotografica esalta non più la sua
funzione di mimetismo meccanico, ma di “scopritrice” di nuove situazioni ed
oggetti. “Non fotografo la natura, – dice – ma la mia fantasia” (cfr. Judith
Lange (a cura di), Eros e Fotografia - Man Ray, 2003 Gruppo Editoriale l’Espresso,
Roma). Questo significa che quel non so ché benjaminiano, per cui un oggetto
d’arte si ammanta di qualcosa di indeterminato e di imprecisato, qui diviene incorporeità
vera e propria. L’azione della fotografia agisce trasfigurando la concretezza
del corpo e gli assegna un significato che non gli è proprio, almeno
inizialmente. Un effetto che non è umano, che è proprio degli dei o di una
qualche manifestazione extrasensoriale in ogni caso, come può evincersi nella
fotografia intitolata Natacha del 1930 ca, in cui
l’evidenza del profilo della figura è ottenuta tramite la “solarizzazione”,
cioè accendendo in camera oscura la luce durante lo sviluppo del negativo.
Queste idee espresse o
ritrovabili nella attività fotografica di Man Ray non richiedono necessariamente
che vi sia o che agisca un’associazione inconscia, come il movimento
surrealista suggerirà e qualcuno ancora adesso, ma richiede semplicemente che
questa nuova situazione estetica dell’oggetto crei un qualche legame con le
normali strutture narrative dell’ordinaria comunicazione per veder riprodotta
se non tutte, almeno gran parte delle medesime conseguenze, ma ciò mette
l’attività fotografica ovviamente sul medesimo piedistallo su cui si erge
l’arte figurativa tradizionale, recidendo, apparentemente in via definitiva, il
suo storico legame con l’attualità materiale del presente e del divenire. La
riconquista della realtà, sotto forma di denuncia sociale, di trasgressione
freak, di configurazione di una spazio espressivo di identità diverse, di
drammaturgia sadica e via dicendo dovrà tenere conto di questo piano parallelo
svelato da Man Ray e che rende la fotografia non so fino a che punto realmente
uno specchio fedele della realtà e non il prodotto culturale di un’ideologia,
tanto per parafrasare la concezione dell’arte di Antonio Gramsci.
Post Scriptum. Mi piace
vincere facile e a voi?





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