#EmanueleSeverino, #Essere, #Commiato
Ieri, cioè il 21 gennaio 2020,
è stata resa pubblica dalla famiglia la notizia della morte di Emanuele
Severino, una delle figure rilevanti della filosofia del Novecento italiano.
Autore di una filosofia in controtendenza alle direzioni che la cultura
filosofica italiana, a partire dal dopoguerra ha seguito per decenni. L’unico
panegirico su Severino che può ritenersi rispettoso è evidenziare appunto,
questa trasversalità da lui espressa e che ha rappresentato una parte della
cultura italiana, restìa ad assecondare le linee teoriche derivate dalla svolta
linguistica del pensiero europeo e dalla diffusione del pensiero marxista.
Tuttavia, il tema centrale
dell’intera opera di Severino è l’essere, il fondamento stesso dell’ontologia
greca e di buona parte della teologia cattolica e ciò basta forse, a
consegnare sulla sua figura quella facile patina di inattualità, tanto cara
all’intellighenzia europea, soprattutto dopo la lunga (e forse mai spenta, ma
quanto disastrosa!) stagione della “rinascita nietzscheiana” degli anni
Settanta. Conosco qualcuno a cui piace dare o eventualmente ricevere questo
tipo di medaglie, ma purtroppo non è il caso del filosofo bresciano. La sua
inattualità è solo un effetto esteriore, una conseguenza di alcune specifiche
scelte che Severino compie e che motiva tramite la sua opera. Per dire che
Severino sia inattuale, occorre affermare che l’essere da lui proposto sia
proprio quello stesso essere che l’antico razionalismo greco ha elaborato e
formulato, ma non è così.
Il ritorno allo essere di
Severino, che può trovarsi ovviamente nello omonimo tema esposto dal filosofo
tedesco Martin Heidegger, non è una questione di metodo, cioè non è la
riproposizione di quelle stesse condizioni che avevano caratterizzato la
speculazione greca a partire dal filosofo di Elea Parmenide, ma è il tentativo
di poter affermare una dimensione dell’esistenza che non fosse il riflesso più
o meno fedele dell’astrazione feticistica della materialità degli enti. Questa
direzione metafisica controcorrente di Severino deve contestualizzarsi in un
paesaggio (quello italiano) dominato dal materialismo marxistico e dalla
virtualità della semiotica e della linguistica, tendenze che sapientemente
mischiate tra loro definiscono uno scenario dove la realtà materiale o
fenomenica si smaterializza costantemente in forme simboliche oggetto di
attacchi ideologici più o meno consapevoli, in quanto assimilate alle strutture
narrative della comunicazione ordinaria.
La considerazione derrideiana
del logocentrismo della cultura europea, tanto vera quanto suggestiva, delinea
lo spazio entro cui si colloca gran parte della produzione intellettuale
europea ed italiana, pertanto questo tornare a dissertare sullo essere deve
intendersi non come una riflessione passatista, ma come conquista di una
prospettiva cancellata dalla metaforizzazione, dallo storicismo, dalla
virtualità, dalla intertestualità che affolla la mente e lo spirito
disorientandolo e consegnandolo ad un’incertezza paranoica, oltre che all’oblìo
vero e proprio. E tuttavia, l’essere severiniano non è determinismo.
La storiografia filosofica ha
consegnato alla cultura europea un concetto di determinismo che deriva proprio
dall’essere parmenideo, caratterizzato da quella indissolubile unità
fondamentale tra le strutture della realtà e la sintassi del linguaggio.
Un’unità che rivela subito i suoi limiti nella asserzione gorgiana
dell’incomunicabilità dell’essere e che rivela un “tallone d’Achille” che la
rappresentazione che la filosofia ha di se stessa fa fatica a nascondere.
Infatti, l’idea severiniana di essere non è quella di una netta contraddizione
tra essere e nulla, ma è quella di una compenetrazione continua di queste due
realtà intese come poli opposti. Contrariamente a quello affermato da
Heidegger, il nulla non è quel limite estremo verso cui l’essere scivola
inesorabilmente contro cui lottare, seppur invano, ma è l’altra aspetto
dell’essere stesso e viceversa. Di qui, l’affermazione del filosofo intorno
alla morte utilizzata dalla comunicazione giornalistica a suggello di un’intera
vita: la morte non esiste, anzi non è la fine, ma è il momento in cui si
acquisterà di più. Sarà, me lo auguro…
In ogni caso, è una visione
eretica questa di Severino, antistoricistica e antifeticistica che non
asseconda le ormai consolidate convinzioni intellettuali, ma mira a descrivere
uno scenario a suo modo autentico (quanto è rischiosa questa parola!). Faccio
un esempio. La scienza classica si muove sul principio della conservazione
dell’energia e della materia (che in epoca della teoria della relatività
einsteniana è dire la stessa cosa) e quindi questo principio a suo modo
conferma l’affermazione severiniana, tuttavia se molti di noi oggi sono
disposti ad accettare questo principio come termine di una storia dove si
colloca anche l’essere parmenideo è bene ricordare che quest’idea di
conservazione è assolutamente antitetica alla direzione che l’antica filosofia
greca voleva indirizzarsi. La conservazione impone una compromissione
dell’essere con il nulla che è del tutto inaccettabile per Parmenide e per
moltissimi razionalisti antichi, fa eccezione Platone in quanto è un eretico di
questa storia, almeno fino agli inizi del Novecento, per cui uno dei pilastri
concettuale della fisica classica è già di per sé il tema di una distanza
intellettuale rispetto all’immagine stereotipata dalla storia. Ecco l’idea di
essere di Severino, parafrasando, si muove entro queste coordinate.
Per Severino dunque, è lo
sforzo concettuale della filosofia a negare l’infiltrazione o la commistione
del nulla nell’essere a sancire non solo la netta contraddizione tra essere e
nulla, ma anche la volontà di potenza che si esplica tramite il dominio della
tecnica che, a suo dire, agisce sull’essere come se quest’ultimo possa essere
nullificato. Di qui, l’idea tutta greca o parmenidea che il non essere non è,
dunque non esiste. In realtà, la civiltà attuale dominata proprio dalle
strutture narrative ha ampliato proprio quelle conseguenze che Severino
alludeva, rovesciando la realtà dell’essere nella dimensione di una virtualità
disorientante, in quanto il posto della realtà è occupato proprio da quelle
strutture narrative che la filosofia ha eletto a fondamenti della realtà
medesima. Un esito che pensatori come Umberto Eco s’avvidero in epoche più
recenti e proprio da quella prospettiva che la filosofia severiniana
denunciava.
Ecco allora, che forse aveva
ragione Nietzsche nel dissertare di “eterno ritorno”, intendendo un continuo ed
inesausto tornare al principio del fondamento delle cose e non la circolarità
storicistica al modo vichiano, che è l’immagine facile che l’intuizione e l’esperienza
ordinaria (anche del linguaggio) suggerisce all’uomo.
Post Scriptum: Forse non è un
addio, ma neanche un arrivederci e tuttavia ho qualche perplessità e remora a
definire tutto ciò al modo della “presenza” dell’essere heideggeriano,
soprattutto in questa fase della civiltà umana, dove i sistemi della parola e la
così detta “Storia” contribuiscono vicendevolmente a creare immagini definitive
ed enciclopedie esauste, ma adatte ad un consumo immediato e per un
apprendimento fugace.
Eppure da qualcosa bisognerà
partire…

Nessun commento:
Posta un commento