mercoledì 22 gennaio 2020

Tornare all’essere (e non lo intendo come un imperativo!). In morte di Emanuele Severino.



#EmanueleSeverino, #Essere, #Commiato




Ieri, cioè il 21 gennaio 2020, è stata resa pubblica dalla famiglia la notizia della morte di Emanuele Severino, una delle figure rilevanti della filosofia del Novecento italiano. Autore di una filosofia in controtendenza alle direzioni che la cultura filosofica italiana, a partire dal dopoguerra ha seguito per decenni. L’unico panegirico su Severino che può ritenersi rispettoso è evidenziare appunto, questa trasversalità da lui espressa e che ha rappresentato una parte della cultura italiana, restìa ad assecondare le linee teoriche derivate dalla svolta linguistica del pensiero europeo e dalla diffusione del pensiero marxista.

Tuttavia, il tema centrale dell’intera opera di Severino è l’essere, il fondamento stesso dell’ontologia greca e di buona parte della teologia cattolica e ciò basta forse, a consegnare sulla sua figura quella facile patina di inattualità, tanto cara all’intellighenzia europea, soprattutto dopo la lunga (e forse mai spenta, ma quanto disastrosa!) stagione della “rinascita nietzscheiana” degli anni Settanta. Conosco qualcuno a cui piace dare o eventualmente ricevere questo tipo di medaglie, ma purtroppo non è il caso del filosofo bresciano. La sua inattualità è solo un effetto esteriore, una conseguenza di alcune specifiche scelte che Severino compie e che motiva tramite la sua opera. Per dire che Severino sia inattuale, occorre affermare che l’essere da lui proposto sia proprio quello stesso essere che l’antico razionalismo greco ha elaborato e formulato, ma non è così.

Il ritorno allo essere di Severino, che può trovarsi ovviamente nello omonimo tema esposto dal filosofo tedesco Martin Heidegger, non è una questione di metodo, cioè non è la riproposizione di quelle stesse condizioni che avevano caratterizzato la speculazione greca a partire dal filosofo di Elea Parmenide, ma è il tentativo di poter affermare una dimensione dell’esistenza che non fosse il riflesso più o meno fedele dell’astrazione feticistica della materialità degli enti. Questa direzione metafisica controcorrente di Severino deve contestualizzarsi in un paesaggio (quello italiano) dominato dal materialismo marxistico e dalla virtualità della semiotica e della linguistica, tendenze che sapientemente mischiate tra loro definiscono uno scenario dove la realtà materiale o fenomenica si smaterializza costantemente in forme simboliche oggetto di attacchi ideologici più o meno consapevoli, in quanto assimilate alle strutture narrative della comunicazione ordinaria.

La considerazione derrideiana del logocentrismo della cultura europea, tanto vera quanto suggestiva, delinea lo spazio entro cui si colloca gran parte della produzione intellettuale europea ed italiana, pertanto questo tornare a dissertare sullo essere deve intendersi non come una riflessione passatista, ma come conquista di una prospettiva cancellata dalla metaforizzazione, dallo storicismo, dalla virtualità, dalla intertestualità che affolla la mente e lo spirito disorientandolo e consegnandolo ad un’incertezza paranoica, oltre che all’oblìo vero e proprio. E tuttavia, l’essere severiniano non è determinismo.

La storiografia filosofica ha consegnato alla cultura europea un concetto di determinismo che deriva proprio dall’essere parmenideo, caratterizzato da quella indissolubile unità fondamentale tra le strutture della realtà e la sintassi del linguaggio. Un’unità che rivela subito i suoi limiti nella asserzione gorgiana dell’incomunicabilità dell’essere e che rivela un “tallone d’Achille” che la rappresentazione che la filosofia ha di se stessa fa fatica a nascondere. Infatti, l’idea severiniana di essere non è quella di una netta contraddizione tra essere e nulla, ma è quella di una compenetrazione continua di queste due realtà intese come poli opposti. Contrariamente a quello affermato da Heidegger, il nulla non è quel limite estremo verso cui l’essere scivola inesorabilmente contro cui lottare, seppur invano, ma è l’altra aspetto dell’essere stesso e viceversa. Di qui, l’affermazione del filosofo intorno alla morte utilizzata dalla comunicazione giornalistica a suggello di un’intera vita: la morte non esiste, anzi non è la fine, ma è il momento in cui si acquisterà di più. Sarà, me lo auguro…

In ogni caso, è una visione eretica questa di Severino, antistoricistica e antifeticistica che non asseconda le ormai consolidate convinzioni intellettuali, ma mira a descrivere uno scenario a suo modo autentico (quanto è rischiosa questa parola!). Faccio un esempio. La scienza classica si muove sul principio della conservazione dell’energia e della materia (che in epoca della teoria della relatività einsteniana è dire la stessa cosa) e quindi questo principio a suo modo conferma l’affermazione severiniana, tuttavia se molti di noi oggi sono disposti ad accettare questo principio come termine di una storia dove si colloca anche l’essere parmenideo è bene ricordare che quest’idea di conservazione è assolutamente antitetica alla direzione che l’antica filosofia greca voleva indirizzarsi. La conservazione impone una compromissione dell’essere con il nulla che è del tutto inaccettabile per Parmenide e per moltissimi razionalisti antichi, fa eccezione Platone in quanto è un eretico di questa storia, almeno fino agli inizi del Novecento, per cui uno dei pilastri concettuale della fisica classica è già di per sé il tema di una distanza intellettuale rispetto all’immagine stereotipata dalla storia. Ecco l’idea di essere di Severino, parafrasando, si muove entro queste coordinate.

Per Severino dunque, è lo sforzo concettuale della filosofia a negare l’infiltrazione o la commistione del nulla nell’essere a sancire non solo la netta contraddizione tra essere e nulla, ma anche la volontà di potenza che si esplica tramite il dominio della tecnica che, a suo dire, agisce sull’essere come se quest’ultimo possa essere nullificato. Di qui, l’idea tutta greca o parmenidea che il non essere non è, dunque non esiste. In realtà, la civiltà attuale dominata proprio dalle strutture narrative ha ampliato proprio quelle conseguenze che Severino alludeva, rovesciando la realtà dell’essere nella dimensione di una virtualità disorientante, in quanto il posto della realtà è occupato proprio da quelle strutture narrative che la filosofia ha eletto a fondamenti della realtà medesima. Un esito che pensatori come Umberto Eco s’avvidero in epoche più recenti e proprio da quella prospettiva che la filosofia severiniana denunciava.

Ecco allora, che forse aveva ragione Nietzsche nel dissertare di “eterno ritorno”, intendendo un continuo ed inesausto tornare al principio del fondamento delle cose e non la circolarità storicistica al modo vichiano, che è l’immagine facile che l’intuizione e l’esperienza ordinaria (anche del linguaggio) suggerisce all’uomo.


Post Scriptum: Forse non è un addio, ma neanche un arrivederci e tuttavia ho qualche perplessità e remora a definire tutto ciò al modo della “presenza” dell’essere heideggeriano, soprattutto in questa fase della civiltà umana, dove i sistemi della parola e la così detta “Storia” contribuiscono vicendevolmente a creare immagini definitive ed enciclopedie esauste, ma adatte ad un consumo immediato e per un apprendimento fugace.
Eppure da qualcosa bisognerà partire…


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