lunedì 20 gennaio 2020

È solo un pretesto per dissertare di numeri e di fondamenti epistemologici




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“Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura.”

(Giacomo Leopardi, Infinito, vv.4-8)



Non mi sembra che vi sia motivo di aggiungere molto, né di polemizzare su quanto descritto brevemente da Sergio Givone in un suo intervento comparso in Luoghi dell’infinito (n.235) del 2019, intitolato Sublime finzione o verità? che compone un momento dello spazio celebrativo dedicato dalla rivista cattolica allo anniversario, anzi al duecentenario della composizione dell’ode lirica del poeta italiano Giacomo Leopardi, Infinito. Celebri sono i versi di quella ode, le varie immagini di cui si compone l’ode e celebre è quel sentimento trasmesso dalla lirica, derivato certo dalla visione pessimistica del poeta, ma soprattutto dallo scoramento intellettuale che lo spirito classicistico (come è quello leopardiano) prova dinanzi al tema dell’infinito.

Non mi interesse di ripercorrere come la letteratura nazionale ha assimilato e reinterpretato il tema qui sviluppato, ma è evidente come il poeta di Recanati si riferisca ad un’idea di infinito che terrà banco per molto tempo nella cultura europea fino alla crisi ottocentesca dei paradigmi teorici e culturali innescati dalla fisica sperimentale. In questa crisi dei fondamenti non è estraneo neanche questo concetto di infinito, che in letteratura (filosofica e non) si esprime tramite il tema estetico del sublime. La profonda modificazione degli apparati concettuali che si assisterà durante tutto il Novecento ha evidenti riflessi nella stessa visione che la cultura europea, in particolare quella letteraria (prosa e poesia!) elaborerà in reazione (o in conservazione) al superamento subito dalla stessa filosofia tradizionale, o quella che alcuni filosofi del Novecento (Paul Ricoeur) definiscono come filosofia della riflessione da parte dell’epistemologia scientifica e delle scienze teoriche pure (la scienza della matematica su tutte). Pur registrando la presenza di questo tema (sc.: infinito) nella letteratura e nella cultura europea esso rimane legato in via privilegiata alla attività estetica, come il prodotto sentimentale della attività cognitiva delle forme oggetto di contemplazione artistica o figurativa in genere.


A tal riguardo, la sottolineatura di Givone della figura del filosofo tedesco Immanuel Kant non è casuale, ma vuole evidenziare come nel paesaggio intellettuale della filosofia più recente il punto di partenza per una qualsiasi riflessione sul tema dell’infinito rimane l’approccio kantiano, una filosofia che descrive da un lato l’infinito come sentimento del sublime in quanto prodotto dell’attività estetica dell’io (e ciò si manterrà per gran parte della cultura romantica, che esalterà la dimensione ideale e l’accordo dinamico tra questo sentimento e lo slancio volitistico che viene animato da esso: cfr. Goethe e Schiller) e dall’altro lato come una dimensione del noumeno, di quella “cosa in sé” inspiegabile ed indeterminabile dal punto di vista metafisico. L’intervento di Givone evidenzia (almeno come sottotesto) che la storia filosofica del concetto di infinito proceda, anzi è attraversata dagli sforzi attuati dai filosofi di dare conto di quest’aporia sconvolgente del pensiero, capace di ragionare su questo tema solo per astrazione e solo come trasfigurazione inconcreta delle realtà finite. Givone non lo dice, neanche lo accenna, ma quest’atteggiamento culturale deriva dal divieto che la filosofia di Aristotele di Stagira impone allo argomento. Nel libro VII del trattato di Fisica l’antico filosofo pone una specifica avvertenza sullo argomento, che deriva dalla analisi che compie sul movimento dicendo che il moto di un corpo è un’attività locale, cioè limitata o finita, perché assimila il moto ad una possibilità numerica pari ad uno, cioè pari allo intero, per cui

“ogni movimento va da qualcosa a qualcosa e non è infinito rispetto agli estremi. Infatti, un movimento può essere identico numericamente e per genere e per specie e per numero.” (Fisica, VIII, 242a 65-67).
“(…) è identico per numero quello che va da un’unità numerica (sc.: a un’unità numerica) nello stesso tempo, come da questo bianco a questo nero, o da questo luogo a questo luogo, sempre, però, in questo tempo; se infatti, il moto avviene in altro tempo, esso non sarà più uno per numero, bensì per specie.” (Fisica, VII, 242b 39-40).
I passi che ho menzionati riguardano il tema del moto e soprattutto la precisazione che Aristotele propone del tema della simultaneità, che per il filosofo di Stagira può ammettersi solo sul piano qualitativo e non tanto su quello numerico, cioè quantitativo. Una spiegazione che mira a risolvere i paradossi logici sul movimento elaborati dallo eleatico Zenone e che sconvolsero il panorama concettuale greco e soprattutto l’assetto della stessa teoria della scienza greca: si dovrà attendere l’epoca moderna e la formulazione della teoria delle serie infinite ad opera del matematico francese Bernoulli per trovare finalmente una soluzione definitiva alle aporie sollevate da Zenone.

Ora, aver menzionato la Fisica di Aristotele può apparire un’elusione della questione dell’infinito, perché lo approccio aristotelico di questo trattato colloca il tema sul piano degli enti determinati e presenta il concetto di numero anche esso come un essere determinato, premesse che sono estranee allo attuale modello teorico che intende i numeri non più come gli enti della tradizione pitagorica, ma enti astratti o prodotti della mente, ed in particolare è escluso da Aristotele una qualsivoglia regressione allo infinito della materia, non ammettendo che possa esistere l’infinitamente piccolo, cioè un ente materiale che trascende o che oltrepassa la realtà dei fenomeni, che rimane collocata sul piano macroscopico della qualità (cfr. Aristotele, Fisica, Libro IV).


Queste tesi aristoteliche trovano fondamento su una teoria matematica e su alcune tecniche computabili relative alle frazioni (si tenga presente che i greci derivarono la tecnica delle frazioni dai babilonesi e che la forma di frazione meno problematica è quella del tipo m/n dove m e n sono numeri diversi da 1) imperniata sul concetto di numero intero e che qualunque attività di divisione dello stesso può realizzarsi tenendo ben presente che la struttura operativa di quest’attività deve produrre una quantità limite che blocca l’attività di divisione (o regressiva): è il tema relativo allo anello euclideo ed al tema del Massimo Comune Divisore, da cui si evince una divisione senza resto, cioè con resto pari a zero. La divisione di un intero ha rivelato l’esistenza di una diversa classe di numeri, i numeri irrazionali, che sconvolge l’intera teoria matematica greca e che fa dire ad Aristotele nella Metafisica quanto siano insufficienti (ergo da abbandonare) le soluzioni di Pitagora e dei suoi seguaci. Una difficoltà questa espressa dai numeri irrazionali che il matematico alessandrino Euclide risolve sul piano geometrico, elaborando il teorema del rapporto tra la parte ed il tutto di un segmento e che i matematici del Medioevo e gli artisti del Rinascimento fisseranno nel tema della sezione aurea della tecnica pittorica della prospettiva (cfr. frate Luca Pacioli e Leonardo da Pisa). In ogni caso, è escluso l’infinito come dimensione materiale degli enti e degli esseri, perché descrive difficoltà e limiti insuperabili ai sistemi di rappresentazione epistemologici.

L’esperienza della prospettiva nella arte italiana durante la stagione umanistico-rinascimentale rivela come questo divieto sul tema dell’infinito avesse una sua validità, in quanto gli strumenti notazionali e quelli concettuali della teoria matematica, in particolare di quella che dopo il Duecento iniziò a chiamarsi algebra, erano profondamente insufficienti, tanto che teologi come Nicola Cusano pongono una distinzione qualitativa (al modo della stessa dialettica platonica e prima di questi del discorso parmenideo) tra la conoscenza congetturale della scienza e la sapienza teologica, ritenuta assoluta e certa. Infatti, Euclide pone una zeppa, per così dire, al tema, ma solo attraverso la costruzione geometrica e non sul piano aritmetico, dove l’aporia dell’infinito sussiste, almeno fino appunto, alla crisi dei fondamenti innescata dall’epistemologia ottocentesca. A tal riguardo, Givone cita il lavoro del matematico tedesco Georg Cantor, che è colui che intraprese un generale e complessivo riordino del sistema dei numeri, introducendo la teoria degli insiemi e soprattutto, aggirando il divieto aristotelico in merito allo infinito. La via intrapresa da Cantor è quello di rendere l’infinito numerabile, cioè trasformarne la struttura e renderlo, diciamo così, una quantità numerica, ma per fare ciò occorre pensare l’universo dei numeri esso stesso una classe o più astrattamente un insieme, a sua volta composto da altri insiemi che non sono altro che le diverse classi di numeri (naturali, irrazionali, decimali, reali, immaginari) e quindi, l’infinito può essere presentato non come l’illimitato indeterminato della filosofia antica, ma una classe numerabile di elementi circoscrivibile appunto, da un insieme. Questo trasforma ogni classe di numeri in una sistema di funzione, un raggruppamento numerico strutturato secondo alcune specifiche proprietà che descrivono tutti i rapporti interni alla serie numerica presa nella sua totalità.


Nel suo libro del 1975 Ah! Ci sono!, Martin Gardner spiega in modo divulgativo (Hotel infinito, pp.72-74) un racconto di fantasia noto come l’Hotel di Hilbert, che si basa proprio su alcune conseguenze della teoria dei numeri di Cantor e che riguarda appunto, il tema dell’infinito. Si immagini di considerare un hotel con un numero infinito di stanze, a loro volta numerate secondo la serie 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, …, ∞ ed immaginiamo che ognuna di queste camere sia occupata da una persona costruendo l’equivalente serie numerica 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, …, ∞. La logica intuitiva ci dice, meglio allude al fatto che le due serie siano sovrapponibili e quindi i due infiniti siano de facto la stessa realtà numerica. Ora, immaginiamo che ad un certo momento di questa numerazione infinita venga ad aggiungersi un nuovo cliente; in base alla intuizione di sopra non c’è posto o sistemazione di questo cliente, il quale sembra costretto ad andarsene, almeno fino alla geniale intuizione dell’albergatore che rivede la precedente numerazione spostando di un posto i clienti sistemati nelle camere indicate. Ecco allora, che il cliente 1 nella stanza 1 scivola nella stanza 2, mentre la stanza 1 viene occupata dal nuovo cliente, il cliente 2 passa nella stanza 3, mentre la sua precedente stanza viene occupata dal cliente 1, il cliente 3 passa nella stanza 4, mentre il cliente 2 prende possesso della stanza 3 e così via allo infinito. L’esito sconvolgente del paradosso di Cantor è che l’infinito smette di essere una realtà qualitativa ed indeterminata ed inizia ad essere un insieme numerabile di elementi, ma accade inoltre, che lo inifinito si espande numericamente e ciò che prima era semplice infinito, ora diventa ∞+1, ∞+2, ∞+3, …, ∞+∞. Insomma, l’infinito diventa un insieme numerabile, aggirando appunto la limitazione aristotelica.

Un artificio, una manomissione intellettuale che sconcerta gli assunti intuitivi che per secoli hanno guidato la filosofia e la scienza umana, ma è un’operazione necessaria che ha permesso di risolvere alcuni paradossi lasciati in eredità culturale propria dal pensiero greco: lo ricordavo prima, i noti paradossi di Zenone, tra cui deve ricordarsi quello famoso della corsa tra Achille e la tartaruga, ma soprattutto quello della freccia. Lo essere riusciti a numerare l’infinito è forse il fatto più eloquente della grande distanza storico-culturale che la civiltà umana attuale ha segnato rispetto alle civiltà antiche e rispetto ai greci in particolare, perché ha risolto una difficoltà insita nel pensiero umano e che riguarda la natura stessa del numero, ovviamente non solo per il suo essere un oggetto profondamente astratto, cioè inesistente, come è diventato nella cultura europea a partire dalla fine del XIX secolo. Alcuni studi etologico-antropologici si sono interrogati sulla evoluzione dei sistemi di calcolo ed hanno rivelato che la capacità matematica degli esseri viventi è data dalla loro abilità di percepire le quantità; ora, molti animali hanno elaborato competenze matematiche differenti e questa loro diversità è direttamente correlate ad alcune specifiche competenze biologiche dell’animale: nel 1951 l’etologo tedesco Otto Koehler addestrò un corvo e comprese che le capacità di far di conto di quest’uccello si ferma a 5, ciò significa che l’animale non ha capacità che lo spingono a superare il limite biologico delle sue capacità; allo stesso modo per gran parte degli esseri viventi, compreso l’uomo.


La stima delle quantità percepite, vale a dire la numerabilità degli oggetti diventa un criterio di razionalità che segna l’uscita dalla primitività umana, ma questa stima – a parte casi eccezionali come i savants – in genere inizia a vacillare a partire da 4. Infatti, fin dallo Ottocento si cercò di capire quale fosse il limite umano della sua percezione delle quantità e quali fossero le ragioni di questo limite. In sintesi, l’abilità umana di riuscire a determinare con assoluta precisione il numero di quantità esaminate, abilità battezzata con il termine “subitizing”, cioè “subitizzazione” dalla radice latina subitus, “improvviso”, non va oltre tra le 7 e le 10 unità: superando le 7 o le 8 quantità si ha un incertezza sulla stima, soprattutto se la disposizione spaziale degli oggetti è caotica. Gli studi neurologici sul cervello umano hanno rivelato che alcune zone del cervello sono specializzate alla contabilità numerica e queste intervengono quando le quantità analizzate non sono molto grandi: diversamente più grande è la quantità, maggiore è l’area del cervello interessata alla contabilità e quindi, più alta l’incertezza della stima subitizzata. Quest’incertezza cresce, perché se è più difficile da parte del soggetto subitizzare le quantità esaminate. Es., si consideri le seguenti somme:

80 + 76 = 146
36 + 24 = 60
52 + 96 = 148

E si provi a verificare la correttezza dei valori somma tramite la subitizzazione, cioè all’improvviso. Ci si può accorgere di alcuni esiti sorprendenti, vale a dire quello di tendere ad un’approssimazione generale dei valori messi in gioco. E si consideri che le quantità indicate non sono enormi! Ecco, la fatica a riuscire a determinare con assoluta certezza e tramite la subitizzazione le quantità esperite descrive un limite concettuale al modo di trattare matematicamente alcune grandezze e quantità. Ciò si traduce in un problema nella definizione di una notazione o di un sistema notazionale di tutte quelle quantità che sovrabbondano i confini e lo spazio di una numerabilità immediata e di una percezione immediata delle quantità. A tal riguardo, è interessante come i gruppi umani e le civiltà da essi creati abbiano elaborato sistemi differenti che però, rivelano l’incapacità da parte del linguaggio ordinario a dare una precisa descrizione di enormi quantità. Nella filosofia greca antica il tema del rapporto uno-molti descrive proprio questa difficoltà, basti pensare alla idea platonica per cui solo lo Uno (o Unicità) è il fondamento gnoseologico ed ontologico della realtà, mentre la Diade, cioè la Dualità già esprime qualcosa di indeterminato e che riguarda appunto, l’infinito della nostra tradizione letteraria e della scienza, anche se ovviamente, questi principi platonici non devono intendersi come il numero 1 ed il numero 2.
Quest’excursus in conclusione, ha poco a che vedere con la lirica leopardiana, poiché per il poeta italiano il tema dell’infinito è qualcosa legato al sentimento pessimistico dell’esistenza da lui espresso in vari altri componimenti, tuttavia il punto di partenza del paesaggio lirico dell’ode è quello fissato in epoca moderna da Kant, definendo il tema dell’infinito entro la categoria della possibilità, a cui appartengono tutti quei fatti che si collocano nello incondizionato, al di fuori della dialettica trascendentale delle categorie dell’Io penso. Se gli antichi filosofi greci evidenziavano la natura negativa dell’infinito, in quanto descritto dalla privazione di una limitata determinazione spaziale e qualitativa, Kant da par suo sottolinea ancora una volta questa natura non telelologica (quasi nichilistica) dell’infinito. Ora, la prospettiva leopardiana si muove ancora in questo tipo di scenario, di cui il poeta riprende ed amplifica tutta l’incomprensione intellettuale tipica di una mentalità che è ad un tempo letteraria e classicistica. Lo scoramento sentimentale, ma anche l’inquieta fascinazione che l’infinito produce nel poeta testimoniano de facto la paura letteraria che aborre l’infinito e l’incertezza che esso produce nello animo umano. La nota siepe che il poeta osserva dalla propria finestra è sì, il miglio terribile che gli schiude un panorama immenso, troppo grande da essere abbracciato non solo dai sensi, ma anche e soprattutto dallo intelletto, ma è anche quel conforto spirituale decisivo degli spazi limitati, che hanno un nuovo significato di sacralità, domestica forse, ma soprattutto cognitiva: l’io s’impaurisce perché prende atto che esiste un mondo talmente esteso e sovrastante aldilà del proprio corpo che incute preoccupazione, in quanto è il dominio del caso e dell’imprevisto. E tutto questo si sublima con evidente disappunto del poeta in quella immagine soffocante e nevrotica dell’ineluttabile naufragio esistenziale.

“Arcano è tutto, fuor che il nostro dolor” (Ultimo canto di Saffo, 47-8)




Post Scriptum: A volte è così difficile capire, accettare e curare la propria serenità e ciò detto la pena per Leopardi è la stessa che in fondo, ognuno di noi prova per se stesso quando dietro il pessimismo o il cinismo celiamo comode menzogne o la nostra riottosa ribellione contro tutto ciò che appare non essere né un disegno misericordioso, né un progetto di vita, né l’opera gloriosa della storia, ma solo l’atroce incubo di una deriva insensata. È ciò che si cela dietro il tema dell’infinito leopardiano, almeno quello che mi pare di scorgervi, il resto lo lascio a chi ne mastica di più e meglio di me, aspettando proprio voi profeti.

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