#Sicilia,
#CampagnaPubblicitaria, #Arte, #kitch
Nel lontano 2004 la casa di
moda #D&G inizia un’articolata campagna pubblicitaria ad episodi incentrata
su luoghi, atmosfere e situazioni che rinviano ad una Sicilia di altri tempi,
più precisamente quella della prima metà del Novecento, di cui si conoscevano
alcune e specifiche immagini, non tutte lusinghiere. Un’operazione di marketing
vincente, in quanto da quel momento in poi inizia un trend nel linguaggio
pubblicitario che da un lato riscopre l’isola come scenario delle proprie
produzioni, ma dall’altro lato lega lo sviluppo di un certo immaginario con
l’espansione commerciale e stilistica del brand menzionato.
Ciò che è interessante in
quest’operazione pubblicitaria, che ha fatto certamente scuola, anche per la
presenza di importanti registi del cinema italiano, è come questa riscoperta della
Sicilia passi attraverso un registro che ha contraddistinto l’immagine
dell’isola, vale a dire quello della nostalgia, della memoria e della
proiezione retrospettica. La Sicilia voglio dire, guardata con gli occhi
dell’attualità del presente e non tramite uno sguardo storico dei fatti
vissuti, instaurando in questo modo una sorta di continuità con gli eventi del
passato e trasmettendo al contempo una sorta di sensazione di perennità, di
immobilismo e di immutabilità, che è proprio quel sentimento “gattopardesco”
fissato dal noto romanzo di #GiuseppeTomasidiLampedusa e che sovente viene
menzionato quando ci si riferisce alla Sicilia ed al suo mondo. Come se la
Sicilia fosse in realtà, un mondo a parte, autonomo dalle dinamiche culturali
della società italiana, una prospettiva che era già (a suo modo) denunciata da #GiovanniVerga
e da #NinoMartoglio per citare qualcuno, ma che si palesa a parti rovesciate
anche in quella discutibile prosopopea legata al mito (ma lo è realmente?)
legato alle vicende ed alla figura del bandito #SalvatoreGiuliano.
In Sicilia il divenire del
tempo non si blocca, continua la sua corsa imperterrito come in ogni altro
luogo del mondo, tuttavia quando lambisce il territorio siciliano sembra subire
un rallentamento, addirittura una certa regressione, a tratti anche
favolistica. Questo produce un’immagine della terra siciliana sospesa, non
sempre e non necessariamente anacronistica, ma sganciata virtualmente dalle
correnti storiche divenendo essa stessa la “storia” e non un momento o un
capitolo regionale o locale del tempo storico. In tal senso, l’operazione di #D&G
è stata molto furba, perché recupera strutture narrative consuete nella
produzione immaginifica sulla isola e le adegua alle più prosaiche esigenze di
marketing e di promozione pubblicitaria, ma rivela (in via indiretta) alcuni
tratti del brand in questione che si aderiscono quasi naturalmente
nell’immagine per lo più stereotipata della Sicilia.
La Sicilia non è una terra ed
i siciliani non sono un popolo, ma sono in fondo, un luogo della fantasia ed il
suo popolo solo figuranti di una storia che non è più solo dei siciliani, ma di
qualsiasi altro popolo. Il centro etnico cede e lascia spazio appunto, alla
stereotipia, anzi ad alcuni significati a volte con connotazioni positive, a
volte con connotati negativi, ma comunque facili ed immediatamente intuibili:
ovviamente la produzione di questi stessi significati è quasi un incidente, una
fatalità inscritta tra l’ordinarietà della comunicazione e tra lo specchio
deformato dell’arte.
Di qui, un’idea di Sicilia
fantastica, a suo modo affascinante e morbosa che diventa il tramite di un
messaggio pubblicitario con cui palesare le caratteristiche di un marchio, che
ha nella trasgressiva immediatezza dei sensi (spesso legati alla dimensione
erotica e sessuale) uno dei suoi elementi tipici, ma che è diametralmente
opposta a quella che scrittori come #LeonardoSciascia tentarono (probabilmente
invano!) di sconvolgere. La Sicilia non è la terra fantastica dove gli antichi
grechi collocavano l’entrata dell’inferno, non è quella terra promessa che
tanto caratterizzò i commenti dei viaggiatori arabi o le fervide fantasie predatorie
dei tedeschi che calarono dall’Europa continentale per fare bottino ed
instaurare una monarchia, ma neanche le illusioni autonomiste di epoca più
recente; la Sicilia raccontata dallo scrittore raffadalese è una terra di
frontiera, e lo è in una stagione politica dove il regime è quello
repubblicano, quel sistema sorto dalle macerie della guerra e dal fallimento (in
fondo quasi prevedibile!) della dittatura fascista che vive la lacerazione
delle molte (troppe) contraddizioni che (auto)produce. Contraddizioni che
favorisce l’elusione nell’immaginario, un rifugiarsi in sogni o narrazioni
fantasiose, quasi un temperamento da fuga dalla realtà a cui letteratura (mi
riferisco alla prosa in particolare; cfr. #GesualdoBufalino) e poesia (cfr. #SalvatoreQuasimodo)
assecondano colpevolmente e ignominiosamente. Di qui, la necessità di un brusco
scuotimento dal torpore che la fantasia, la rimembranza e in fondo, il
qualunquismo popolare ha creato intorno alla terra siciliana, e soprattutto sul
capo dei suoi figli, che di certo non sono tanto peggiori di tanti altri.
Ora, il linguaggio figurativo
della campagna di D&G raccoglie la struttura narrativa su cui viene a
prodursi le contraddizioni che saranno oggetto di diffuso interesse nella
cultura nazionale e nel dibattito politico e sociale, ma, come detto, è una
struttura che asseconda una certa immagine stereotipata, meglio ad uso e un
consumo che si congiunge perfettamente con l’esposizione pubblicitaria (e ci sta
che la si utilizzi in questo tipo di registro), tuttavia ad osservare bene il
messaggio rivela alcune sorprendenti conseguenze estetiche che vanificano (o
confermano) la vanità dell’oggetto. Laddove la campagna pubblicitaria indica la
Sicilia come il luogo di un rifiorire dei sensi (dalle mie parti ci stiamo
avvicinando alla fioritura dei mandorli!), inseguendo uno stereotipo (inteso
ovviamente da me come luogo letterario e non) come quello della ciclicità
stagionale nel mito di Proserpina, in effetti c’è poco di fantastico e di
magico nell’immagine trasmessa. Es., in un episodio intitolato A celebration
of life, il richiamo alla vitalità sensistica e alla gioia di vivere
che è uno dei significati che D&G propone per associare l’immagine della
Sicilia alla propria mission aziendale è più che altro un artificio, una
finzione, in quanto il racconto pur utilizzando tutti gli stilemi dell’enfasi
non può evitare di rivelare come la Sicilia, quella Sicilia raccontata non sia
reale, ma sia solo un sogno, un desiderio che appartiene ad un’individualità o
ad uno spirito che sono profondamente estranei a quel mondo e di cui può solo
assaporarne fugaci suggestioni e forse vanesie nostalgie.
Piuttosto che una terra da
sogno la Sicilia è il luogo utopico di un benessere e di una gioia di vivere
che non gli sono propri, anzi la narrazione nostalgica, che sembra riprendere o
addirittura riacciuffare quel tempo perduto o smarrito, non fa altro che
evidenziare con disincanto l’irrealizzabilità concreta di ciò che compone lo spettacolo
della vita e della felicità. A tal riguardo, è veramente complicato riuscire a
designare la Sicilia come “bellissima”, in quanto nella produzione culturale
che rinvia alla Sicilia non può non essere ricordato il tratto aspro e duro che
contraddistingue l’esistenza in Sicilia. La Sicilia impone un ritmo
esistenziale che non è quello della civiltà umana, ma è quello della natura,
quello di un territorio che ha alcune cifre geologiche che non si possono non
tenere in considerazione e che influiscono nel modo di fare progettazione (se
ha senso siffatta parola in Sicilia). E questi tratti nelle attività artistiche
più recenti sono ampiamente presenti.
C’è da dire che il trait-d’unione della campagna
pubblicitaria di #D&G è quello della femminilità siciliana. È la donna
siciliana e soprattutto la sua proiezione nell’immaginario sessuale ed erotico
a fare da collante a tutte le diverse manifestazioni ed ai diversi episodi,
tutti incentrati sulla figura femminile (espressa dalla modella e attrice #MonicaBellucci a cui fa da contraltare la giovanile vitalità moderna
di #BiancaBalti) dove il maschio o l’uomo siciliano è colui che rincorre
un’idea, un desiderio frustrato, una virile passionalità del tutto
irrefrenabile e che contraddistingue un immaginario boccaccesco dell’uomo
siculo espresso dalle varie commedie di genere a tema (cfr. #LandoBuzzanca).
Vero o falso che sia quest’immaginario, affiora con molta chiarezza che la
trasgressione a cui D&G rinvia in queste campagne è qualcosa di molto lontano
dal messaggio ammiccato di immediatezza dei sensi o di semplice joie de vivre. Quando il desiderio
esplode in un liberatorio appagamento erotico-sessuale è la manifestazione di
un impulso che non può arrestarsi e che è un’inattesa (e drammatica) espressione
di una repressione incontenibile, a sua volta istigata dalle rigide strutture
sociali che non fa sconti a nessuno, sia uomo (per lo più) che donna. In tal
senso, la dimensione feticistica è esasperata all’eccesso e la trasgressione
(in questi casi) è un’urgenza fisiologica, quasi patologica, che sfocia in un
appetito feroce, violento e scatenato, ma nonostante ciò attento a tenersi
entro i rigidi confini di una etica pubblica e sociale dove odori, sensazioni,
gestualità e semplici impressioni si trovano sublimate in un torbido gioco dove
fantasia e realtà coabitano un confine labile.
La trasfigurazione della
Sicilia nella femminilità della donna siciliana descrive uno scenario torbido,
ma che è effetto di una concezione della femminilità enigmatica e
pregiudizialmente perversa. Una perversione che ha in sé qualcosa di oscuro e
che è estraneo alla singola personalità dell’individuo. In una fotografia del
ragusano #GiuseppeLeone (1937), che compone un book dedicato alla sua città
natale, fissa il ritratto di una ragazza all’ombra di un albero
(presumibilmente un ulivo) della campagna ragusana durante il clima estivo. Pur
essendo una fotografia in chiaroscuro, che nel caso di Leone acuisce un certo
“effetto reporter”, in quanto semplifica all’essenziale tutti gli elementi
della scena, ma soprattutto dà risalto ai contrasti cromatici tra le parti
illuminate e le zone in ombra. In questo caso, l’ombra dell’albero è così
predominante che sembra accogliere e cancellare l’ombra proiettata dalla
modella appoggiata sulla pianta. L’idea che si deriva è appunto quella di una
cancellazione della presenza della donna, che sembra mimetizzarsi, anzi, sembra
scomparire tra le ombre che dipartono dal vegetale e metaforicamente ciò può
estendersi a quel concetto di trasgressione che la narrazione di D&G
ripropone tramite lo stereotipo della Sicilia dei tempi andati. La sensualità,
ma anche lo stesso desiderio erotico-sessuale non è il prodotto di
un’emancipazione individuale spontanea, come il risveglio dei sensi sembrerebbe
alludere, ma l’effetto quasi indotto di un sistema culturale, di una società che
invade e domina la stessa sfera privata e che condiziona in modo decisivo anche
le stesse scelte emozionali, trasformandole in meri bisogni da soddisfare
urgentemente.
Il glamour legato alla realtà
della Sicilia, ai suoi luoghi, alle sue norme, al suo popolo non può che essere
una dimensione della stereotipia che grava asfitticamente già nel paesaggio
siciliano, da un lato a causa di un assenso implicito degli stessi siciliani
(popolo di colonizzati da sempre, almeno dopo l’epoca tardo antica), dallo
altro lato a causa di un sistema ed un linguaggio dell’arte (in questo caso
pubblicitario) che non può evitare del tutto o completamente il luogo comune,
in quanto è esso stesso una categoria del pensiero e della coscienza
individuale e pubblica. Non sempre e non necessariamente un prodotto
stereotipato diventa kitch, tuttavia è evidente che il rischio di risultare
ridondante come ogni oggetto d’antiquariato e kitch esiste e la Sicilia ha
rischiato in passato (e rischia tutt’oggi) di essere interpretata tramite il
registro della chincaglieria da strada, come un superfluo soprammobile o
talmente brutto o ridicolo da suscitare malsane curiosità del tutto
indesiderate. Per fortuna che la Sicilia descritta da D&G non esista più o
se esiste come una bella favola che però, non può evitare di lasciare un
retrogusto amaro.




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