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È opinione comune come
nell’estetica attuale si sia assistito una contrazione tra la sfera pubblica e
la dimensione privata, un restringimento di quella distanza che l’artificio
scenico in una certa misura salvaguardava. Un fenomeno che è diventato virale
nella produzione fotografica tanto da essere uno specifico segmento produttivo
e commerciale. La facilità di produrre fotografie di se stessi o altrui in
situazioni informali o presumibilmente private rivela una tendenza spontanea di
sconfinamento verso territori sempre più personali e con una famelicità
voyeuristica sempre più pronunciata. Molti vedono in ciò una corruzione dei
costumi, del pudore e della dignità personale e morale, può darsi, tuttavia questo
tipo di fenomeni sono conseguenze non solo di una tecnologia di riproduzione
che favorisce l’amatorialità, ma anche di un diverso paesaggio estetico
palesemente orientato verso questo sconfinamento.
La fotografia più recente
si è mossa in buona parte verso questo orizzonte, ma non per una pruderie
voyeuristica (almeno non solo), bensì come effetto di contrasto alla
colonizzazione che le strutture narrative hanno apportato nel racconto
dell’esistenza e dell’individuo. Spostare l’attenzione verso quella dimensione
insondabile del soggetto diventa motivo d’interesse, perché è una, o forse
“la”, ragione di autenticità con la quale contrastare le sovrapposizioni e
sovraesposizioni ideologiche che cancellano le specificità, le identità. Il
movimento artistico mondiale nell’ultimo decennio del Novecento si è mosso su
questa difesa dell’individualità, anche nell’ambito della sfera privata e
quindi, la produzione fotografica, anche per assecondare alcune esigenze di
marketing e pubblicitarie, si è incamminata lungo questo sentiero.
La definizione di questo
linguaggio visivo, spesso collegato alle esigenze pubblicitarie e commerciali,
non è estraneo al modo in cui la ricerca fotografica indaga le forme estetiche,
anzi le esigenze commerciali a cui si adegua sono estrinseche all’essenza più
autentica del problema. Quest’ultimo delinea semmai, una precisa direzione
estetica che si esplica proprio e attraverso la fotografia di nudo, in genere
di nudo femminile. Infatti, il legame oggi diffusissimo tra il marketing pubblicitario
e il glamour edonistico della fotografia di nudo lascia osserva e giudica
questa ricerca estetica sotto la lente ed il criterio moralistico di un mero
fenomeno di mercificazione, in particolare del corpo femminile. Un giudizio che
si ferma solo alla scandalosa pruderie esteriore disconoscendo le ragioni
profonde del tema estetico ivi sotteso. Indipendentemente dalle motivazioni che
alcuni noti e importanti rassegne fotografiche elegano la fotografia di nudo
come un banco prova della creatività fotografica, il tema del nudo in
fotografia diventa il motivo (non il solo ovviamente) con il quale valutare
l’operazione estetica che il fotografo tenta di realizzare. In realtà, il
problema non è di natura morale o di decoro o di dignità, ma squisitamente estetico
a cui si giunge dopo un percorso della storia della fotografia occidentale che
ha permesso di elaborare alcune precise coordinate visive.
La ricerca fotografica a
partire dagli anni Sessanta del secolo scorso si è mosso sempre più sia per
motivi sociali, sia per motivi puramente commerciali in direzione di una
ricerca incentrata sull’identità del soggetto fotografato. Un’attenzione che ha
condotto la fotografica a divenire una vera e propria attività
documentaristica, costruendo non solo un archivio sempre più grande di
immagini, ma anche come promotrice di immagini iconiche che hanno finito per
descrivere un proprio spazio nello immaginario pubblico. Pertanto, l’occhio
fotografico della fase più recente della civiltà occidentale non è estraneo a
questo iter ed il nudo diventa il termine di paragone tramite cui valutare il
punto in cui è giunta questa ricerca o quali direzioni emergono e sulle quali
indirizzarsi. Nello specifico, il nudo (esiste anche una fotografia di nudo
maschile, ovviamente) accentua ancor più la dimensione autoreferenziale propria
della fotografia, con la conseguenza che esso stesso diventa il motivo che
sottrae il soggetto dalla costrizione ideologica propria della produzione di
immagini: ogni elemento dentro una fotografia è un fatto o un dato ideologico,
perché assimilato ad un racconto anziché ad un altro, per cui la solitudine del
corpo esibito ed offerto nella sua nudità diventa il termine di uno spazio dove
l’unica azione è solo quella descritta dallo obiettivo in primis, e solo in
seguito dallo occhio dello spettatore.
Ciò definisce una
situazione irrimediabilmente voyeuristica, che è diventato ormai il tratto
dominante della stessa produzione culturale odierna, non solo della produzione
di immagini, che trasforma il corpo in quella merce denunciata da una
trasversale cultura benpensante. La fotografia di nudo diventa così, l’unica
via tramite cui condurre un’indagine di sé, ma anche il modo tramite cui
trasmettere un tratto inequivocabile di personalità come accade nei lavori della
fotografa bolognese Malena Mazza. Se il corpo nudo femminile diventa metafora
della società contemporanea, come afferma la fotografa in alcune dichiarazioni,
lo diventa in quanto incentra la propria ricerca su un soggetto, il nudo
appunto, che per definizione e per statuto mostra l’essere spoglio da qualsiasi
altra sovrastruttura ideologica e narrativa. La ricerca del nudo, in fotografia
almeno, diventa il veicolo di un’attività che cerca di districarsi su direzioni
inattese e su sentieri non colonizzati, non già occupati da altra produzione di
immagini (storiche, ufficiali, pubblicitarie, elitarie o semplicemente popolari
o massificate). In questo senso, il voyeurismo è il “prezzo”, per così dire,
che questa ricerca deve ammettere nell’individuare forme e situazioni inedite,
ma ciò costringe quasi inevitabilmente lo sguardo fotografico a considerare il
soggetto ritratto alla stregua di un oggetto, non di una vita pulsante: il
sentimento della vita se traspare, lo fa come conseguenza indiretta della forma
estetica e non come tratto fondativo dello stesso racconto fotografico; e non
può essere diversamente se si vuole sottrarre la forma fotografica alla
colonizzazione subita tramite la pubblicità, la moda, la televisione,
l’informazione. Ecco allora, che gli elementi che compongono la situazione e la
scena della fotografia vengono ridotti al minimo, non solo per “pulire” lo
spazio intorno al soggetto, ma limitare al massimo gli elementi di interferenza
che possano in una certa misura spersonalizzare la presenza del soggetto:
insomma, è un dare forza ed intensità al ritratto. Come nel caso di alcune
fotografie della riminese Lady Tarin che in alcune dichiarazioni sembra
rinviare alla lezione fotografica di Dianne Arbus, per il privilegiare
l’immediateza e la spontaneità dello scatto, tipico dell’approccio
documentaristico di Berenice Abbott.
Quel che vi è di
sorprendente in quest’impostazione, ovviamente dal punto di vista estetico, è
che senza uno studio ponderato degli effetti autoreferenziali che lo scatto
fotografico deve esibire o comunque manifestare intellettualmente, si rischia
di subire l’oggettivazione del corpo, nudo o seminudo poco importa. Un
esempio, è quel tipo di produzione fotografica ad uso e a scopi commerciali
(ribadisco, non solo a questi scopi, ma anche come pura ricerca estetica) dove
l’autoreferenzialità diventa una “lama a doppio taglio”. Anziché favorire
l’emersione del ritratto, mirando all’iconizzazione del soggetto tramite la
fotografia del suo corpo, può accadere qualcosa di sorprendente e cioè
l’ingabbiamento del ritratto in un paesaggio d’ambiente, fosse anche il mondo
domestico della propria abitazione: qualcosa che ricorda proprio l’operazione
estetica della Land Art. È a.e., il
caso di alcune fotografie osservabili in un sito per appassionati di
fotografia, www.bigleak.tv (non so se esista ancora), dove le session sono raccolte sotto il nome della modella che si presta
agli scatti fotografici. Le situazioni presentate sono tutte molto simili ed in
linea con le tendenze fotografiche del momento, in quanto hanno il tratto
domestico e la spontaneità amatorialistica come sue cifre caratterizzanti,
tuttavia se si provano ad osservarle alla luce del rapporto che l’intimità del
corpo denudato instaura con l’ambiente circostante si avverte la sensazione di
uno spazio “troppo affollato”, dove il corpo e la presenza della modella
sembrano stagliarsi in questa caoticità domestica al pari dei vari oggetti che
entrano in primo piano nell’inquadratura o nel taglio della fotografia. Qui, è
evidente l’impostazione generale riconduca ad un linguaggio pubblicitario vero
e proprio, ma questi esempi rivelano chiaramente come questa descrizione del
nudo e della sua dimensione intima non sfuggano appunto, alla mercificazione che
qualcuno denuncia in riferimento a questo tipo di produzioni, in quanto
diventano essi stessi parti di un ambiente, mero arredo. In tal senso, se
accusa c’è nel nudo di mercificazione, lo è nella misura in cui il messaggio
configurato dalla fotografia è orientato verso questo tipo di esiti estetici e
non per via della nudità in sé. Esempi simili li possiamo trovare
provocatoriamente anche in molti profili di modelle, dove la posa proposta
nella fotografia, per quanto glamour, per quanto ben realizzata e patinata,
rinvia a quest’oggettivazione del corpo.
La fotografia non diventa
più lo spazio di un’emancipazione della visione, ma la metafora sì,
dell’inestricabile trama di tabù e di proibizioni che caratterizza l’attuale
società. Sistema che non è quello a cui la letteratura ci ha abituato o che ci
ha raccontato, almeno non più per fortuna, ma una nuova dimensione dominata dal
puritanesimo e da un’ipocrita educazione sentimentale che i sistemi
massmediatici vogliono impartire e compiacente ad un inconcludente pensiero
buonista e scioccamente sadico.
Post Scriptum. È evidente
che nell’attuale configurazione del sistema comunicativo ordinario sia
difficile scindere qualsiasi ragionamento sulle produzioni popolari, intese
come rivolte ad un pubblico vasto, dalle strutture narrative che compongono non
solo il lessico ed i temi, ma anche lo spazio semantico dell’immaginario. A tal
riguardo, neanche la fotografia è esente e neanche il discorso incentrato sull’attività
fotografica, tuttavia la storia della fotografia contemporanea rivela che
questo legame, spesso di dipendenza, con i sistemi semiotici attuali ed il modo
di comporre con essi qualcosa di riconoscibile come “arte” e di interesse
sociale (vedasi le campagne della pubblicità con finalità pubbliche e sociali)
sia meno vincolato alle attuali enciclopedie o vocabolari di settore, in quanto
la stessa ricerca fotografica si è mossa in direzioni che la trovano in
sintonia con i meccanismi dell’attualità (comunicazione, informazione,
divulgazione, rappresentazione e via dicendo), semmai piuttosto che un rapporo
di subordinazione deve parlarsi di una vera e propria convergenza tematica,
formale e concettuale (disseminazione e contaminazione), facilitata dal sistema
della moda certamente, ma esasperata proprio da quest’ultima. La fotografia
del nudo può intendersi come l’occasione o il momento di questa ricerca
estetica che la fotografia si autoimpone per selezionare e rielaborare moduli
espressivi e formule visive, ma è evidente che a furia di contaminare linguaggi
si finisce per ricorrere a strutture che sviliscono l’intendimento estetico
originario, per cui la forma si adatta alla funzionalità espressiva o peggio a
quelle utilitaristiche. Se interviene nelle forme estetiche una qualche forma
di discriminante essa agisce in quello spazio estetico dove la fotografia da
autoreferenziale diventa strumento, cronaca e vita in diretta di contenuti che
possono risultare, proprio per come vengono presentati dalla forma comunicativa,
volgari, inutilmente scandalosi ed ignominiosi, ma se piace il gossip e le varie
paparazzate, allora si è nel posto giusto con lo strumento giusto. In questo
caso, la volgarità del nudo è solo un pretesto per accampare ragioni per altri
motivi, a mio parere più disgustosi.



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