martedì 28 gennaio 2020

Tra fotografia, nudo femminile, intimità e mercificazione. Considerazioni disordinate.


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È opinione comune come nell’estetica attuale si sia assistito una contrazione tra la sfera pubblica e la dimensione privata, un restringimento di quella distanza che l’artificio scenico in una certa misura salvaguardava. Un fenomeno che è diventato virale nella produzione fotografica tanto da essere uno specifico segmento produttivo e commerciale. La facilità di produrre fotografie di se stessi o altrui in situazioni informali o presumibilmente private rivela una tendenza spontanea di sconfinamento verso territori sempre più personali e con una famelicità voyeuristica sempre più pronunciata. Molti vedono in ciò una corruzione dei costumi, del pudore e della dignità personale e morale, può darsi, tuttavia questo tipo di fenomeni sono conseguenze non solo di una tecnologia di riproduzione che favorisce l’amatorialità, ma anche di un diverso paesaggio estetico palesemente orientato verso questo sconfinamento.
La fotografia più recente si è mossa in buona parte verso questo orizzonte, ma non per una pruderie voyeuristica (almeno non solo), bensì come effetto di contrasto alla colonizzazione che le strutture narrative hanno apportato nel racconto dell’esistenza e dell’individuo. Spostare l’attenzione verso quella dimensione insondabile del soggetto diventa motivo d’interesse, perché è una, o forse “la”, ragione di autenticità con la quale contrastare le sovrapposizioni e sovraesposizioni ideologiche che cancellano le specificità, le identità. Il movimento artistico mondiale nell’ultimo decennio del Novecento si è mosso su questa difesa dell’individualità, anche nell’ambito della sfera privata e quindi, la produzione fotografica, anche per assecondare alcune esigenze di marketing e pubblicitarie, si è incamminata lungo questo sentiero.
La definizione di questo linguaggio visivo, spesso collegato alle esigenze pubblicitarie e commerciali, non è estraneo al modo in cui la ricerca fotografica indaga le forme estetiche, anzi le esigenze commerciali a cui si adegua sono estrinseche all’essenza più autentica del problema. Quest’ultimo delinea semmai, una precisa direzione estetica che si esplica proprio e attraverso la fotografia di nudo, in genere di nudo femminile. Infatti, il legame oggi diffusissimo tra il marketing pubblicitario e il glamour edonistico della fotografia di nudo lascia osserva e giudica questa ricerca estetica sotto la lente ed il criterio moralistico di un mero fenomeno di mercificazione, in particolare del corpo femminile. Un giudizio che si ferma solo alla scandalosa pruderie esteriore disconoscendo le ragioni profonde del tema estetico ivi sotteso. Indipendentemente dalle motivazioni che alcuni noti e importanti rassegne fotografiche elegano la fotografia di nudo come un banco prova della creatività fotografica, il tema del nudo in fotografia diventa il motivo (non il solo ovviamente) con il quale valutare l’operazione estetica che il fotografo tenta di realizzare. In realtà, il problema non è di natura morale o di decoro o di dignità, ma squisitamente estetico a cui si giunge dopo un percorso della storia della fotografia occidentale che ha permesso di elaborare alcune precise coordinate visive.

La ricerca fotografica a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso si è mosso sempre più sia per motivi sociali, sia per motivi puramente commerciali in direzione di una ricerca incentrata sull’identità del soggetto fotografato. Un’attenzione che ha condotto la fotografica a divenire una vera e propria attività documentaristica, costruendo non solo un archivio sempre più grande di immagini, ma anche come promotrice di immagini iconiche che hanno finito per descrivere un proprio spazio nello immaginario pubblico. Pertanto, l’occhio fotografico della fase più recente della civiltà occidentale non è estraneo a questo iter ed il nudo diventa il termine di paragone tramite cui valutare il punto in cui è giunta questa ricerca o quali direzioni emergono e sulle quali indirizzarsi. Nello specifico, il nudo (esiste anche una fotografia di nudo maschile, ovviamente) accentua ancor più la dimensione autoreferenziale propria della fotografia, con la conseguenza che esso stesso diventa il motivo che sottrae il soggetto dalla costrizione ideologica propria della produzione di immagini: ogni elemento dentro una fotografia è un fatto o un dato ideologico, perché assimilato ad un racconto anziché ad un altro, per cui la solitudine del corpo esibito ed offerto nella sua nudità diventa il termine di uno spazio dove l’unica azione è solo quella descritta dallo obiettivo in primis, e solo in seguito dallo occhio dello spettatore.
Ciò definisce una situazione irrimediabilmente voyeuristica, che è diventato ormai il tratto dominante della stessa produzione culturale odierna, non solo della produzione di immagini, che trasforma il corpo in quella merce denunciata da una trasversale cultura benpensante. La fotografia di nudo diventa così, l’unica via tramite cui condurre un’indagine di sé, ma anche il modo tramite cui trasmettere un tratto inequivocabile di personalità come accade nei lavori della fotografa bolognese Malena Mazza. Se il corpo nudo femminile diventa metafora della società contemporanea, come afferma la fotografa in alcune dichiarazioni, lo diventa in quanto incentra la propria ricerca su un soggetto, il nudo appunto, che per definizione e per statuto mostra l’essere spoglio da qualsiasi altra sovrastruttura ideologica e narrativa. La ricerca del nudo, in fotografia almeno, diventa il veicolo di un’attività che cerca di districarsi su direzioni inattese e su sentieri non colonizzati, non già occupati da altra produzione di immagini (storiche, ufficiali, pubblicitarie, elitarie o semplicemente popolari o massificate). In questo senso, il voyeurismo è il “prezzo”, per così dire, che questa ricerca deve ammettere nell’individuare forme e situazioni inedite, ma ciò costringe quasi inevitabilmente lo sguardo fotografico a considerare il soggetto ritratto alla stregua di un oggetto, non di una vita pulsante: il sentimento della vita se traspare, lo fa come conseguenza indiretta della forma estetica e non come tratto fondativo dello stesso racconto fotografico; e non può essere diversamente se si vuole sottrarre la forma fotografica alla colonizzazione subita tramite la pubblicità, la moda, la televisione, l’informazione. Ecco allora, che gli elementi che compongono la situazione e la scena della fotografia vengono ridotti al minimo, non solo per “pulire” lo spazio intorno al soggetto, ma limitare al massimo gli elementi di interferenza che possano in una certa misura spersonalizzare la presenza del soggetto: insomma, è un dare forza ed intensità al ritratto. Come nel caso di alcune fotografie della riminese Lady Tarin che in alcune dichiarazioni sembra rinviare alla lezione fotografica di Dianne Arbus, per il privilegiare l’immediateza e la spontaneità dello scatto, tipico dell’approccio documentaristico di Berenice Abbott.

Quel che vi è di sorprendente in quest’impostazione, ovviamente dal punto di vista estetico, è che senza uno studio ponderato degli effetti autoreferenziali che lo scatto fotografico deve esibire o comunque manifestare intellettualmente, si rischia di subire l’oggettivazione del corpo, nudo o seminudo poco importa. Un esempio, è quel tipo di produzione fotografica ad uso e a scopi commerciali (ribadisco, non solo a questi scopi, ma anche come pura ricerca estetica) dove l’autoreferenzialità diventa una “lama a doppio taglio”. Anziché favorire l’emersione del ritratto, mirando all’iconizzazione del soggetto tramite la fotografia del suo corpo, può accadere qualcosa di sorprendente e cioè l’ingabbiamento del ritratto in un paesaggio d’ambiente, fosse anche il mondo domestico della propria abitazione: qualcosa che ricorda proprio l’operazione estetica della Land Art. È a.e., il caso di alcune fotografie osservabili in un sito per appassionati di fotografia, www.bigleak.tv (non so se esista ancora), dove le session sono raccolte sotto il nome della modella che si presta agli scatti fotografici. Le situazioni presentate sono tutte molto simili ed in linea con le tendenze fotografiche del momento, in quanto hanno il tratto domestico e la spontaneità amatorialistica come sue cifre caratterizzanti, tuttavia se si provano ad osservarle alla luce del rapporto che l’intimità del corpo denudato instaura con l’ambiente circostante si avverte la sensazione di uno spazio “troppo affollato”, dove il corpo e la presenza della modella sembrano stagliarsi in questa caoticità domestica al pari dei vari oggetti che entrano in primo piano nell’inquadratura o nel taglio della fotografia. Qui, è evidente l’impostazione generale riconduca ad un linguaggio pubblicitario vero e proprio, ma questi esempi rivelano chiaramente come questa descrizione del nudo e della sua dimensione intima non sfuggano appunto, alla mercificazione che qualcuno denuncia in riferimento a questo tipo di produzioni, in quanto diventano essi stessi parti di un ambiente, mero arredo. In tal senso, se accusa c’è nel nudo di mercificazione, lo è nella misura in cui il messaggio configurato dalla fotografia è orientato verso questo tipo di esiti estetici e non per via della nudità in sé. Esempi simili li possiamo trovare provocatoriamente anche in molti profili di modelle, dove la posa proposta nella fotografia, per quanto glamour, per quanto ben realizzata e patinata, rinvia a quest’oggettivazione del corpo.
La fotografia non diventa più lo spazio di un’emancipazione della visione, ma la metafora sì, dell’inestricabile trama di tabù e di proibizioni che caratterizza l’attuale società. Sistema che non è quello a cui la letteratura ci ha abituato o che ci ha raccontato, almeno non più per fortuna, ma una nuova dimensione dominata dal puritanesimo e da un’ipocrita educazione sentimentale che i sistemi massmediatici vogliono impartire e compiacente ad un inconcludente pensiero buonista e scioccamente sadico.


Post Scriptum. È evidente che nell’attuale configurazione del sistema comunicativo ordinario sia difficile scindere qualsiasi ragionamento sulle produzioni popolari, intese come rivolte ad un pubblico vasto, dalle strutture narrative che compongono non solo il lessico ed i temi, ma anche lo spazio semantico dell’immaginario. A tal riguardo, neanche la fotografia è esente e neanche il discorso incentrato sull’attività fotografica, tuttavia la storia della fotografia contemporanea rivela che questo legame, spesso di dipendenza, con i sistemi semiotici attuali ed il modo di comporre con essi qualcosa di riconoscibile come “arte” e di interesse sociale (vedasi le campagne della pubblicità con finalità pubbliche e sociali) sia meno vincolato alle attuali enciclopedie o vocabolari di settore, in quanto la stessa ricerca fotografica si è mossa in direzioni che la trovano in sintonia con i meccanismi dell’attualità (comunicazione, informazione, divulgazione, rappresentazione e via dicendo), semmai piuttosto che un rapporo di subordinazione deve parlarsi di una vera e propria convergenza tematica, formale e concettuale (disseminazione e contaminazione), facilitata dal sistema della moda certamente, ma esasperata proprio da quest’ultima. La fotografia del nudo può intendersi come l’occasione o il momento di questa ricerca estetica che la fotografia si autoimpone per selezionare e rielaborare moduli espressivi e formule visive, ma è evidente che a furia di contaminare linguaggi si finisce per ricorrere a strutture che sviliscono l’intendimento estetico originario, per cui la forma si adatta alla funzionalità espressiva o peggio a quelle utilitaristiche. Se interviene nelle forme estetiche una qualche forma di discriminante essa agisce in quello spazio estetico dove la fotografia da autoreferenziale diventa strumento, cronaca e vita in diretta di contenuti che possono risultare, proprio per come vengono presentati dalla forma comunicativa, volgari, inutilmente scandalosi ed ignominiosi, ma se piace il gossip e le varie paparazzate, allora si è nel posto giusto con lo strumento giusto. In questo caso, la volgarità del nudo è solo un pretesto per accampare ragioni per altri motivi, a mio parere più disgustosi.

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