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#IntelligenzaArtificiale, #Robot, #Intuizione, #Controintuizione, #Matematica
Un recente spot televisivo di
una nota marca di merendine reclamizza uno dei suoi più noti prodotti come un
salutare antidoto contro la “deficienza artificiale”, qui intesa come
una epifora allargata della classica routine quotidiana, espressa dalla cinica
cattiveria di un robot parlante che abusa palesemente del potere che la rete
interconnettiva gli consegna e si burla oserei dire crudelmente delle paure di
una serena famiglia (in una certa misura alquanto ingenua) intenta a fare
colazione, godendosi (questo nelle loro speranze) il momento di pace che la
colazione mattutina rappresenta (in teoria, almeno). La battutaccia del robot infatti
rovina l’idillio del nucleo familiare e paventa la terribile minaccia di
“bombardamenti” di bolidi pioventi dal cielo, il che è la riproposizione di
quella situazione “terrificante” e dissacrante, per non dire scorretta,
descritta nell’omonimo ciclo pubblicitario di detta marca e che tante polemiche
avevano suscitato nell’opinione pubblica. Il ciclo dello spot prevede infatti,
una serie di scenette a carattere domestico dove il consumo della detta
merendina evita il manifestarsi di situazioni improbabili, se non addirittura
assurde, come il materializzarsi di morti viventi tra gli scaffali di un
supermercato. Ecco, il bombardamento dei bolidi dal cielo che investe un ignaro
postino, reo di aver interrotto la colazione con detta merendina, è una
variante di questi episodi, anzi, se non mi sbaglio è addirittura l’episodio di
apertura dell’intero ciclo pubblicitario.
L’episodio più recente è una
prosecuzione degli episodi menzionati ed il riferimento esplicito conferma allo
spettatore distratto che il leit-motiv dello spot è ancora lo stesso del ciclo
precedente, cioè il consumo della merendina in questione, tuttavia condisce la
situazione narrativa con il solito elemento di sadismo, ma non più espresso in
termini di inattesa fatalità, appunto lo schianto di un bolide dal cielo. Qui,
il sadismo è per lo più espresso da una cattiveria artificiale in quanto
impersonificata da questi supporti tecnologici che vengono proposti come
oggetti umanizzati (es., il fatto di identificarli come “persone”: da notare il
nome in bella vista del robot maligno, chiamato per l’occasione “Enza”):
un’evidente registro parodistico rispetto alle pubblicità di questi prodotti
che miravano a presentarli come componenti di famiglia, al pari di pet o di
qualche parente a carico. Tuttavia, il motivo di interesse di questa narrazione
non è la scenetta volutamente incentrata su uno humour nero e scorretto, che
personalmente trovo divertente, ma la battuta chiave dello spot che è tra
l’altro lo slogan su cui si regge tutta la reclame pubblicitaria. Lo slogan
pubblicitario stigmatiza perentoriamente la burla che l’oggetto tecnologico
realizza ai danni dell’allegra famigliola, sottolineata da uno sghignazzare
quasi idiota del robot e dal suo apostrofare tutta la situazione come uno
“scherzone!”. Di qui, l’epilogo dello spot con il bollo finale della ragione,
presumibilmente dello spettatore, che apostrofa a sua volta il tutto con lo
slogan già menzionato. Ecco dunque, il legame carosellistico tra il consumo del
prodotto e il messaggio dello spot, interamente giocato sul fatto che quel tipo
di merendina è l’unico rimedio accettabile all’idiozia che è efficacemente
rappresentata da una tecnologia arbitraria e dissennata, neanche si avesse a
che fare con il prototipo in piccolo del computer HAL 9000 di Odissea
nello spazio di Stanley Kubrick.
Il lavoro del creativo
pubblicitario è di formulare un messaggio immediatamente comprensibile e che
arrivi senza grandi interferenze alla coscienza dello spettatore/consumatore e
poco importa se il comportamento che viene stigmatizzato dalla slogan sia in fondo,
più umano di quel che sembri a prima vista: la cattiveria qui rappresentata e
l’appagamento che si trae da questo tipo di comicità feroce e dissacrante sono
tutti in egual misura sentimenti tipicamente umani e non artificiali, tranne
nel caso in cui il programmatore del robot abbia inserito tra le pieghe del
programma funzioni che elaborano questo tipo di condotta. Ciò detto, se si
sorvola per un momento questo tipo di polemiche, la correlazione che il
messaggio instaura mi lascia molto perplesso, perché la minaccia del
bombardamento di bolidi extraterrestri e che in precedenza poteva essere
spiegata come una drammatica fatalità, qui viene invece, presentata come un
rischio realizzabile a comando, come se il potere di internet sconfinasse oltre
le dinamiche della fisica e si comportasse come la provvidenza divina, cioè
come un’azione diretta nel mondo profano dell’uomo secondo schemi ed obiettivi
precisi: ciò dà quella materia da cui far scaturire il messaggio comico, ma
questa materia è a sua volta stigmatizzata come una “deficienza”; e allora non
ci siamo. L’accusa di deficienza artificiale deriva dal fatto che molti di noi
sono poco propensi ad accettare la crudeltà emotiva descritta come un banale
“scherzo” o una semplice battuta ironica e non dal fatto che in sé la
situazione e la materia da cui deriva questa comicità dissacrante siano di per
sé qualificabili come “deficienze” varie. Anzi, il gioco ironico, cattivissimo
del robot, è impostato non su una deficienza, ma su una possibilità e su un rischio
che ha un suo valore statistico di realizzabilità. L’evento che un bolide possa
picchiarci in testa è un evento possibile, tanto quanto l’eventualità fortunata
che si possa vincere alla lotteria. Tuttavia, nel caso dell’estrazione del
lotto è motivo di festa, nel caso dello schianto di un bolide è una situazione
terribile. La deficienza allora, sta forse nella scarsa coscienza della gravità
dell’evento, ma ciò può tollerarsi in quanto le macchine elettroniche (almeno
fino ad ora) non manifestano palesi segnali di coscienza come la si intende per
l’uomo, tuttavia se c’è un qualche
deficiente della situazione mi sembra chiaro che non sia il robot, in quanto
specula su qualcosa che è potenzialmente possibile e realizzabile: i vari
componenti della famiglia che scappano al sentire la terribile minaccia del
robot sono veramente impagabili nella loro umana stupidità e nel loro ingenuo e
spontaneo terrore. Per tale ragione, bisognerebbe parlare di deficienza umana e
non di quella artificiale, ma parliamo di ciò per argomenti più seri come le
grandi tragedie della storia o dei crimini a cui si riferiscono.
Ma quest’ultimo punto ci
spinge a parlare della nietzscheiana inutilità della storia e ci porterebbe su
una altra direzione che non voglio qui intraprendere. Ragioniamo però, su un
punto. Qui, in questa pubblicità l’ironia e il messaggio sono strutturati sulla
presunzione della realizzabilità della minaccia del robot elettronico, un
evento inteso dai protagonisti dello spot (e in fondo, presunto anche da noi
spettatori) come un evento pienamente realizzabile, se non addirittura già in fieri nel momento in cui si delinea
la situazione descritta dallo spot. Ciò significa che il registro su cui è
costruita la narrazione pubblicitaria è il classico determinismo meccanicistico;
pertanto, la minaccia del robot può di converso, intendersi (intuizione) come
una “evidente” previsione potenzialmente vera e possibile – se esiste una
minaccia, questa deve intendersi “reale”, il che vuol dire che interviene una
qualche causalità tra l’atto espresso e l’evento, uno scenario che ricorda
moltissimo la razionalità della cultura magica di cui parlava l’antropologo
Ernesto De Martino – e nessuno nella scenetta dello spot mette in dubbio la
realizzabilità dell’evento, tutti percepiscono la minaccia come un evento
concreto, vuoi perché si è memori di esperienze regresse (intuizione storica o
memoria), vuoi perché esiste la convinzione diffusa dell’esistenza di una
qualche forma di meccanicismo causalistico legato all’azione di internet –
internet amplia sì l’orizzonte dei fatti e non solo perché produce ed inonda
il navigatore virtuale di una mole impressionante di informazioni, ma perché
l’informazione prodotta dal navigatore virtuale, fosse anche il tracciato dei
siti da lui visitati, viaggia e sconfina ed è fuori dal suo potere di gestione
materiale .
La cattiveria del robot non
sta laddove il messaggio pubblicitario vuole condurci, ma proprio nel motivo
che rende credibile la stessa scrittura del messaggio oggetto dello slogan. La
burla è in fondo, l’attestazione della credulità umana, dell’ordinario modo
umano di comporre tramite l’uso dell’intuizione contenuti che vengono compresi,
accettati e diffusi come fatti oggettivi o già verificati o postulati come
veri. La condotta intuitiva è quella che porta a credere nel potere miracoloso
e magico della realtà virtuale ed è la stessa che in passato (ma ancora oggi, a
quanto pare) faceva credere al potere magico di taumaturgici, sciamani,
stregoni e santi e se esiste una tecnologia che usa questo tipo di condotta per
servire l’umanità è altrettanto possibile che la credulità umana possa
accettare un domani di non essere più il termine di un dominio materiale e
virtuale. A tal riguardo, è bene tenere presente che se l’uomo subisce la
“schiavitù” delle credenze (di qualunque tipo) non la fa solo perché l’umanità
attuale sta conoscendo una qualche regressione di civiltà, ma lo fa perché da
un lato le condizioni materiali dell’attuale fase di civiltà probabilmente
spingono in tale direzione e dall’altro lato perché le strutture narrative
dell’immaginario sociale e dello scibile umano (compreso quello scientifico)
fissano, “economizzano” i
contenuti del sapere in immagini, rendendo questi contenuti un condensato, un
luogo comune su cui si fonda memoria, sentimenti e coscienza.
È inutile crucciarsi più di
tanto, dobbiamo conviverci, perché questo andamento è intrinseco al sistema
della comunicazione attuale, tuttavia se provassimo ad avere sempre più
comportamenti controintuitivi forse si potrebbero attenuare gli effetti
negativi delle varie (troppe, non se ne può più!) costruzioni narrative, le
varie storytelling letterarie e ideologiche, i tantissimi e non so quanti
interventi intellettuali di critica letteraria e via dicendo, la cui utilità è
proprio quella di favorire le costruzioni ideologiche e le ricorrenze settarie.
Ecco perché ormai preferisco giocare con enigmi, giochi matematici e altre
anemità di questo tipo, perché almeno ho la presunzione di maneggiare strutture
assolute (che non lo sono!) e nei limiti della loro meccanica mi appaiono più
creativi di qualsiasi trama da romanzo – eh già, sono ancora in rotta di
collisione con tutto ciò che riguarda le strutture narrative, letteratura in
particolare; in altre stagioni della mia vita non me lo sarei aspettato.
Post Scriptum. Visto che sono
in vena di comportamenti controintuitivi, provo a giocare e a ragionare su un
problema tratto da Il grande libro degli enigmi matematici (2009) di Sylvain
Lhullier. Si tenga presente la situazione descritta dal problema n.46,
intitolato Il Consiglio dei 500. Il
testo propone una situazione in cui si trova un uomo di nome Laerte, impegnato
nelle elezioni del Consiglio dei 500, cioè del parlamento cittadino ateniese.
L’elezione procede tramite il criterio del sorteggio, cioè gli eletti sono
sorteggiati tramite la pesca di una moneta bicolore. Dentro il vaso vi sono
molte monete, molte sono monocolore (colorate di nero), mentre alcune sono
bicolore (una faccia colorata di nero e una faccia colorata di bianco). Per
essere eletto questo uomo di nome Laerte deve fare la pesca di una moneta
bicolore. Ora, via via che si effettua la pesca il numero di monete nel vaso
diminuisce fino ad arrivare a due sole monete, di cui verosimilmente una è
monocolore e l’altra è bicolore. Laerte pesca la sua moneta ed esibisce al
consiglio degli elettori una faccia della stessa che è di colore nero. La
questione posta dal problema è la seguente: qual è la possibilità che Laerte
abbia fatto la pesca della moneta che gli serve per essere eletto? Soluzione.
La possibilità ha il valore di 1/3, perché ha
- 1. Una possibilità che abbia pescato la moneta
monocolore che ha tutte e due le facce di colore nero;
- 2. Una
possibilità che abbia pescato la moneta bicolore, ma nel mostrare la faccia
della moneta ha esibito quella nera;
- 3. Una
possibilità che abbia pescato la moneta bicolore e che l’altra faccia non
ancora esibita sia propria quella di colore bianco che gli serve per essere
eletto.
L’intuizione ci avrebbe detto
che il valore della possibilità sarebbe stata o la metà, cioè ½, il che
ovviamente non è, oppure che sarebbe stato impossibile quantificare il valore,
il che non accade neanche stavolta.



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